sabato 18 aprile 2015

Renzi, un rimosso ingombrante

Guido Vitiello
Il goffo colonialismo degli #intellò antirenziani che trattano Mike-Matteo-Bongiorno come il buon selvaggio senza coscienza
Il Foglio, 18 aprile 2015














Quando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”.L'articolo, scritto a ridosso delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per varie ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall'attrito tra la perentorietà dell'affermazione e l'irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti: perché mi ha  fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent'anni di antirenzismo come copia irrealista dell'antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la "Fenomenologia di Mike Bongiorno" di Umberto Eco. Quel saggio, a leggerlo bene, era il ritratto bonariamente coloniale di un selvaggio televisivo: l'everyman felice della propria mediocrità, ignorante senza vergogna, impermeabile al pensiero critico, che gongola sempre e non conosce il tragico della  vita. Dicevano qualcosa di Mike Bongiorno quelle pagine?  Non più di quanto il mito del buon selvaggio dicesse delle società primitive; ma consentivano a Eco e ai suoi lettori di collocarsi nella posizione degli etnologi civilizzati. Ne derivò mezzo secolo di abbagli, se pensiamo che il primo vagito dell’antiberlusconismo, “La sinistra nell’èra del karaoke” di Bobbio, Vattimo e Bosetti, si apriva con l’introduzione “Il trionfo di Mike Bongiorno” (il tono era meno bonario, però: i primitivi avevano appena messo gli etnologi nel pentolone). Il riflesso coloniale rischia di riproporsi con Renzi, trattato alla stregua di un “Naturmensch in un mondo civilizzato”, per usare la formula di Ortega y Gasset sull’uomo-massa. Leggo per esempio un divertente pamphlet di Paolo Taggi, “Il contromago di Oz” (Luca Sossella editore), dove Renzi è presentato come il “primo leader totalmente televisivo del mondo”, una sorta di nativo in gonnellino di banane; ritrovo, su Internazionale, un intervento di Christian Raimo dove si dice che Renzi è estraneo al pensiero critico, ignora “il sospetto, il dubbio, la crisi che è stata la forma mentis dell’educazione alla modernità”, e rivedo anche qui il neoprimitivo senza coscienza infelice. Un caso più interessante – e benaugurante – è “Essere #matteorenzi” (il Mulino) di Claudio Giunta.

Qui i tratti della “Fenomenologia” di Eco tornano tutti, come intoccati dal tempo: Renzi che non conosce il lato oscuro della vita; Renzi felice abitante di un mondo che non fa distinzioni tra l’alto e il basso; Renzi che non ha inibizioni, come i selvaggi. Tornano, è vero, ma tornano per bocca dell’“amico snob”, finzione retorica a cui Giunta affida, fustigandolo, il proprio voler essere #umbertoeco. Dal colonialismo ingenuo, l’antropologia del costume italiano approda alla riflessività postcoloniale. L’espediente è felicemente schizofrenico, e fa ben sperare in una stagione intellettualmente psicotica in cui ciascuno si azzufferà nella propria testa con l’amico snob. Foss’anche solo per non finire di nuovo nel pentolone.
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venerdì 17 aprile 2015

Claudio Pavone, La mia Resistenza

Guido Crainz
La memoria contro la retorica
la Repubblica, 17 aprile 2015

Si leggono in molti modi queste intense e antiretoriche memorie della Resistenza di Claudio Pavone, lo storico che più ce l’ha fatta comprendere. In primo luogo come memorie, appunto, “racconto” di un giovane poco più che ventenne pienamente immerso nella crisi italiana del 1943-45: dalla vigilia del 25 luglio, segnata da un «desiderio di agire contro il fascismo che non trovava sbocco», alle gioiose e confuse manifestazioni di Roma per la caduta di Mussolini («Qualcuno gridò: “Andiamo a rendere omaggio a Ciceruacchio” (…) tutti si fermarono per un momento davanti alla statua di quel patriota risorgimentale»); dallo sdegno per le responsabilità del re e di Badoglio nello sfascio dell’8 settembre alla scelta della Resistenza; dall’incauto e sfortunatissimo episodio che ne provoca l’arresto sino alla detenzione a Regina Coeli e poi a Castelfranco Emilia, e infine alla attività clandestina a Milano. Qui incrocia Mussolini e il corteo di gerarchi e camicie nere che si dirigono al Lirico per l’ultimo comizio del Duce, nel dileguarsi dei passanti: «Una vera nemesi storica di quando la gente accorreva in massa a Piazza Venezia» (lo rivedrà solo dopo la morte, a Piazzale Loreto: «Quella folla non era degna della tragicità di quello spettacolo»).
È anche una “traversata”, La mia Resistenza: in primo luogo intellettuale, a partire dalle discussioni con gli amici con cui «condividevamo i primi sentimenti antifascisti e le scoperte culturali». Condivisione particolarmente intensa con Giuseppe Lopresti, ucciso poi alle Fosse Ardeatine, e portata sino alla messa in discussione dei fondamenti della propria formazione («ci affaticavamo attorno all’aggrovigliato nodo del rapporto fra religione, socialismo e libertà »): nella borsa con il “materiale sovversivo” che ne provoca l’arresto ha anche Etica e politica di Croce e i Salmi. È al tempo stesso una traversata politica, questo libro, e Pavone si definisce un «azionista postumo »: non aderì allora al Partito d’Azione perché all’inizio aveva conosciuto solo l’ala moderata, «apparsami molto elitaria, gente troppo simile a me (…) in quella situazione straordinaria volevo cambiare me stesso ». Il socialismo «era più ricco di suggestioni » e al tempo stesso lontano dalla rigidità comunista: aderisce così al partito socialista e diventa aiutante di Eugenio Colorni, della cui formazione europea avverte tutti gli stimoli.
La traversata si popola poi delle molte e differenti persone che conosce o ritrova a Regina Coeli, dal comunista dissidente Nestore Tursi a Ruggero Zangrandi o a Franco Antonicelli. E sino al gruppo degli azionisti, con cui ha ora i maggiori rapporti, da Carlo Muscetta a Manlio Rossi-Doria. O a Leone Ginzburg, prelevato in carcere dai tedeschi: «Qualcuno da una cella cominciò a fischiare l’inno del Piave, era un fischio limpido e sicuro. I tedeschi certo non capirono, gli italiani si commossero, Leone fu portato via».
Vi è poi il carcere di Castelfranco Emilia, con le esecuzioni che intravede e quelle di cui ha notizia, con nuove angosce e nuove conoscenze, sino alla scarcerazione dell’agosto del 1944 connessa all’obbligo di presentarsi all’esercito repubblichino. Obbligo cui si sottrae vivendo a Milano una nuova attività clandestina e aderendo (all’interno di «un percorso contorto e abbastanza atipico») a un piccolo gruppo anomalo, il Partito italiano del lavoro, cui dedica parole appassionate e al tempo stesso critiche. Vengono poi la gioia della Liberazione, il ritorno a Roma e l’incontro con la madre: «Quando la vidi salire le scale con i capelli tutti bianchi mi fu chiaro il senso del tempo trascorso». Iniziava la difficile risalita del dopoguerra.

lunedì 13 aprile 2015

Gli armeni e la parola genocidio


Marcello Flores D’Arcais
“Distruggere un popolo è genocidio”
intervista di Alessandra Baduel
la Repubblica, 13 aprile 2015











«La parola “genocidio”, il termine giuridico che definisce il tentativo di distruggere un popolo, è nata proprio a partire dal caso armeno». Marcello Flores D’Arcais dedica molto del suo lavoro di storico proprio a quel termine e ai fatti che definisce. Suo è il libro Il genocidio degli armeni ( Il Mulino).
Professore, cos’è che fa del termine “genocidio” una parola importante da usare?
«Costituisce una specie particolare di violenza di massa. È la definizione giuridica del tentativo di distruggere un popolo. Il termine è nato nel 1944: fu Raphael Lemkin, un giurista ebreo polacco emigrato negli Stati Uniti, a coniarlo all’epoca della Shoah. Lemkin però lavorava alla ricerca di una definizione già negli anni Trenta e partiva proprio da quello che allora ancora si definiva “massacro degli armeni”».
Sta dicendo che è proprio ciò che hanno subìto gli armeni ad aver fatto nascere la parola?
«Lo testimoniano gli atti dei congressi a cui Lemkin partecipava. C’è un saggio che lui scrisse nel 1933 sulla “barbarie” come crimine contro la legge internazionale. Ma per anni non riuscì a trovare la parola giusta, che sottolineasse il voler cancellare dall’umanità un gruppo in quanto tale. Parola che poi è divenuta ufficiale nel 1948, con l’approvazione all’Onu della Convenzione su prevenzione e punizione del genocidio».
Con quali elementi la Turchia contesta la definizione?
«La contesta davanti agli Stati esteri, ma nella stessa Turchia c’è un recente bestseller titolato sul genocidio armeno, di Hasan Cemal, che nessuno ha ritirato. L’autore è nipote di uno dei governanti dell’epoca dei fatti. Con l’estero, però, la Turchia non vuol fare ammissioni».



Maria Serena Natale / Antonia Arslan
Tra le vittime del genocidio c’è il grande poeta armeno Daniel Varujan, che lei ha tradotto in italiano. Qual è la poesia che ha più amato?
«Quella che dedicò alla giovane moglie, un testo di una sensualità panica, limpida. S’intitola “Tu sei benedetta fra le donne”».

 













Daniel Varujan (1884-1915)
Tu sei benedetta fra le donne

Maria, quando siedi su questo letto
e io davanti a te, sul tappeto, genuflesso
bacio le vene azzurre
di queste tue mani stillanti luce,
sento, Maria, sotto le mie labbra calde
un essere che, goccia a goccia, beve silenzioso il tuo sangue.
Da quella notte, quando colmasti incurante
questo cuscino dei tuoi capelli,
e apristi il tuo seno al piacere, veemente,
che fece scorrere la piena del sudore dalle tue tempie,
e morì la verginità
nel tuo grembo e negli occhi celesti,
da quella notte, dalle ciglia delle tue palpebre
stillò miele; mansueta,
silenziosa tu divenisti,
la colomba dalle piume di neve
che, rannicchiata al sole, sogna
il nido da costruire….
Contemplo, ora, la consunzione soave del tuo volto
e, attraverso la tua camicia aperta, i seni dove
la tua vita si condivide, e tu
dividendoti diventi madre.
In ciascun battito della tua vena io sento
il palpito del mio stesso cuore
e lo sbocciare del fiore del mio sangue,
il cui profumo inebria me e te,
ed è l’amore di noi due.
Sii benedetta, Maria,
tu che con infinita tenerezza
la tua costola mi doni, e le tue ossa
per altre ossa spremi,
tu che divieni il solco
più puro e più fertile di tutti,
e il vaso più bello di tutti
i vasi dei gigli,
sii benedetta, in eterno.
Tu che, saggia, porti
- come gemma preziosa nell’anfora –
l’Uomo impronta di Dio nel profondo del tuo grembo,
sii tu benedetta, o Maria….

Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

A woman attends a religious service marking the anniversary of mass killings of Armenians in Ottoman Empire in 1915 at an Armenian church in Tbilisi April 24 2012. 

domenica 12 aprile 2015

Eatalyanità

 


Gilberto Corbellini
Fenomenologia di Oscar Farinetti
Il Sole 24ore, 12 aprile 2015















Oscar Farinetti, ex mister Unieuro e oggi patron di Eataly, ha quasi preso il posto di Mike Bongiorno nell'immaginario collettivo del Paese. Come prototipo dell'italiano di successo. Per Umberto Eco, autore di un memorabile saggio sulla "fenomenologia" del grande Mike, questi incarnava con le sue memorabili gaffe la mediocrità dell'uomo medio, ed era questa la fonte del suo successo. Farinetti racchiude quel mix di presunzione disinformata, simpatica aggressività da piazzista, vittimismo di fronte alle critiche, furberia e intrallazzi politico-amicali che è la cifra del self made man italiota. Che si fa giustamente e bellamente gli affari suoi, ma vuole allo stesso tempo apparire un modello etico.


Intervistato da un Giovanni Minoli apparentemente perplesso e professionalmente incalzante, di fronte alla domanda se avrebbe preferito guadagnarsi gli 8mila metri di Expo attraverso una gara pubblica piuttosto che per assegnazione diretta come è avvenuto, ha risposto che gli va bene così. Cosa poteve dire? Non è colpa sua se qualcuno gli ha fatto un "regalo".
Ora però egli preferirebbe aver a che fare con le critiche che gli sarebbero mosse da persone morse intimamente da un "rospo", cioè dall'invidia per il suo successo. Che ci sia di mezzo una questione di legalità, nemmeno lo sfiora. Ovvero preferirebbe vivere in un altro Paese. Evidentemente in un paese ancora meno civile di questo. Perché dove la legge fosse davvero uguale per tutti, lui e molti altri non sarebbero riusciti a imporre a una politica incompetente di trasformare l'occasione unica di EXPO2015 in una patetica, nostalgica e tragicamente fallimentare fiera paesana - perché questo è il rischio che si sta correndo - che si propone come antitesi dell'innovazione.
Nel corso dell'intervista è riuscito anche a dire che si usa "troppa scienza e coscienza". Quindi, il suo sogno sarebbe di tornare al medioevo, all'età dell'ignoranza e dell'irrazionalità, o anche più indietro. Forse nelle sue fantasie di onnipotenza ci vede come sudditi da lasciar manipolare ai giullari e ciarlatani che ronzano intorno questuando prebende, cioè ai bravi narratori del vuoto che sembrano dei cloni (altro che biodiversità). Quando mi capita di ascoltare o leggere Farinetti o simili capisco perché, se non cambia rapidamente qualcosa, probabilmente molti altri non vorranno trascorrere qui la loro vita.



sabato 11 aprile 2015

Gli aiutanti domestici a Hong Kong



Luca Novarino

Queste foto raccontano la cosa più incredibile vista in questo viaggio.
A Hong Kong vanno di moda i sovrappassi: di fatto esiste una rete di passerelle che permettere di attraversare strade molto trafficate, spesso con tapis roulant e scale mobili. Questa "rete" di mobilità alternativa, molto bella ed efficiente, viene mantenuta pulitissima e spesso è adornata di fiori.
L'incredibile accade di domenica: si incominciano a vedere vecchietti con carrelli carichi di scatole di cartone piegate e, improvvisamente, queste passerelle vengono invase da gruppi di donne di ogni età, che con quelle scatole si costruiscono una specie di "casa" alternativa: c'è chi legge, chi guarda la televisione su un tablet, chi dorme, chi chiacchiera. In generale, ci si ritrova e si passa del tempo insieme.
A lato sfilano uomini di affari, turisti, gente comune. I due mondi sembrano ignorarsi del tutto.
Dopo aver visto quanto sopra accadere per due domeniche, ho chiesto informazioni: si tratta della comunità filippina, che festeggia, nella sua parte femminile, la Domenica.
In una città dove il reddito medio pro capite è di 55.000 USD (uno dei più alti al mondo), lo stipendio medio di un appartenente alla comunità filippina è 600 USD al mese. Gran parte di questi soldi vengono rispediti alle famiglie in Patria. Non possiedono case, o se le possiedono sono troppo piccole per ritrovarsi. Non spendono soldi, anche solo quelli per un bus per andare a qualche decina di km più in la, in mezzo al verde, e quindi si inventano una casa a 4 metri sopra il traffico e il rumore delle Bentley che sfrecciano dentro questo incredibile mondo.

 
Niccolò Pianciola 

In realta' non e' la comunita' filippina che festeggia la domenica. Sono le "domestic helpers", che lavorano e vivono (per legge) nelle case dei loro datori di lavoro e che hanno solo un giorno libero alla settimana. Lo passano all'aperto, il più a lungo possibile fuori dal proprio "luogo di lavoro". Ci sono altrettante (circa 150.000) indonesiane che fanno la stessa cosa e le domeniche si incontrano anche loro, musulmane, nei parchi e nelle piazzole sotto i grattacieli,. Le domestic helpers sono uno dei gruppi più discriminati di Hong Kong. Non possono accedere alla residenza permanente nella Regione Speciale Amministrativa nemmeno dopo decenni di lavoro a Hong Kong, e neppure se hanno figli nati e cresciuti a HK (ai quali peraltro viene pure negata la residenza permanente).

venerdì 10 aprile 2015

Le icone femminili italiane dall'Ottocento a oggi

Ilaria Porciani recensisce Stephen Gundle, Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana,  Laterza, Roma-Bari 2007
Sissco 2007








Gundle affronta lo studio di uno stereotipo «apparentemente statico», ma soprattutto «prevalentemente maschile» (p. XXXI). Lo sguardo maschile costituisce il filo conduttore del discorso, almeno fino agli ultimi decenni, quando - secondo l'a. - la parola passa anche ad alcune giornaliste donne: una tesi tutta da verificare, ora che tanti studi hanno messo in luce la grande ricchezza della stampa femminile italiana degli ultimi due secoli aprendo altre piste di ricerca possibili e meno ovvie.
Il discorso prende le mosse dall'800 (dal quale curiosamente manca la classica icona di Overbeck della giovane Italia medievaleggiante e bruna contrapposta alla bionda Germania) con i viaggiatori del grand tour e si snoda poi, in modo più convincente, fino al secondo '900. Il libro è un po' rapsodico, costruito in larga parte come una sorta di galleria di bellezze che comprende la regina Margherita e le modelle di Sargent ma anche attrici come Lina Cavalieri - alla quale è dedicato il lungo capitolo sull'Ascesa della bellezza professionale, per giungere poi a medaglioni dettagliati su singole figure: come Loren e Lollobrigida, ma anche Ilona Staller e Moana Pozzi, Alessandra Mussolini e così via.
La parte più solida del volume appare quella dedicata ai momenti forti della costituzione di uno stereotipo di bellezza «italiana» attraverso concorsi di bellezza e soprattutto le rubriche dei giornali. Il «Corriere italiano» degli anni del fascismo ad esempio ospitava una rubrica fissa intitolata Pareri sulle belle donne in cui gli intellettuali cercavano di definirne le qualità e finivano spesso per dichiarare con il pittore Armando Spadini: «le più belle donne sono in Italia, e probabilmente nel Lazio. Sono convinto che la bellezza si accentra in Roma» (cit. a p. 145) con la palese intenzione di contrastare miti basati su una esterofilia di lungo periodo e sui nuovi modelli hollywoodiani. L'ostilità del regime contro l'uso dei cosmetici e la moda straniera, e la riproposizione della bellezza contadina si affermano di pari passo con la critica della «donna crisi», duramente stigmatizzata persino dall'Enciclopedia italiana. Mentre Calzini esalta la bellezza fascista e si impone l'orgoglio razziale, il popolare personaggio della signorina Grandi Firme, disegnata da Boccasile a partire dal 1935, suscita lo sdegno di Mussolini, il quale fa chiudere la rivista perché la giovane protagonista ha la vita troppo sottile e non risponde ai canoni del regime. Interessante appare la messa a fuoco - caratterizzata da aperture e discontinuità - dello stereotipo della bellezza femminile nell'Italia repubblicana quando nasce Miss Italia ma la pratica dei concorsi di bellezza - qui documentati da una serie di fotografie significative - si afferma anche in ambienti comunisti con le miss Vie Nuove. Di rilievo appare infine il tema delle bellezze regionali italiane, destinate ad incorporare la varietà del paese tanto poco riducibile a un unico tratto, che consente anche una serie di incursioni nella recente letteratura meridionalista à la Moe, e che probabilmente potrebbe essere ulteriormente approfondito.


Lina Cavalieri

Sargent, Ciociara
Boccasile


Moana Pozzi











La recensione di Giorgio Boatti, Come sei bella mondina, sta in La Stampa Tuttolibri, 10 dicembre 2007, rubrica Luoghi comuni, pagina II. Ne riportiamo la parte conclusiva.

Un'ulteriore connotazione di come modelli di comportamento in rapidissimo cambiamento possano essere intercettati dal successo di un nuovo volto femminile è dato dall'esplosiva sensualità con cui Silvana Mangano, nel ruolo della mondina di Riso amaro, già nel 1949 dà voce all'irruzione della modernitàe dell'inquietudine femminile in una società ancora ampiamente statica come quella italiana.
In quel film che non convince né i critici cattolici né quelli comunisti, ma che accende d'ammirazione il ventiseienne Italo Calvino che ne scrive in termini entusiastici su l'Unità, Silvana Mangano svolge un'ulteriore funzione, assegnata, nei decenni successivi, a tutte le icone della femminilità italiana.

Loro compito sarà infatti di prestarsi a essere un "corpo-paesaggio", ovvero di offrire, con i tratti della propria bellezza, lasintesi di un'Italia prevedibile e complicata al tempo stesso. Paese dove l'intenso mixage di tradizione modernità, di resistenze all'emancipazione femminile e di trasgressione, è capace di parlare attraverso i volti indimenticabili che si succedono, dalla Lollobrigida e dalla Loren sino alle bellissime di oggi.

mercoledì 8 aprile 2015

Genealogia di Cappuccetto rosso


Massimiliano Panarari
E Cappuccetto Rosso rottamò la nonna
Tra implicazioni psicanalitiche e valenze rituali l’indagine di Yvonne Verdier alla ricerca delle versioni più antiche e dimenticate della fiaba

La Stampa, 7 aprile 2015

Le fiabe possiedono implicazioni psicanalitiche e valenze rituali «toste». Gli analisti, che si erano parecchio dedicati fin da subito a illuminarne i dark side, potrebbero sbizzarrirsi nuovamente intorno al racconto di Cappuccetto Rosso, visto che ne esistono alcune versioni dimenticate. Nel libro L’ago e la spilla (che esce ora in italiano per le Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 106, € 10; prefazione di Augusto Palmonari), l’etnologa e sociologa Yvonne Verdier (1941-1989) compie un autentico lavoro di genealogia, riportando alla luce le varianti misconosciute di una delle fiabe europee universalmente più famose, la cui funzione era quella di comunicare nel tempo una serie di preoccupazioni «pedagogiche» (sulle quali si potrebbe oggi eccepire ampiamente) delle comunità in cui circolavano.

La variante hard

L’innalzamento letterario ha quindi edulcorato e trasfigurato il contenuto vero (e sottaciuto) della tradizione orale che veicolava la storia di Cappuccetto Rosso. Che coincide per noi con due versioni soltanto: quella di Charles Perrault (1697), in cui la malcapitata protagonista viene sbranata dal lupo, o, in alternativa, quella ancora più nota e diffusa, e a lieto fine, dei fratelli (Jacob e Wilhelm) Grimm, nella quale «arrivano i nostri», vale a dire il cacciatore che squarta il lupo cattivo e ne estrae sane e salve nonna e nipotina. La prima più hard e cruda, la seconda fantastica - e, appunto, favolistica - anche nell’happy ending, ma entrambe differenti dalle antiche tradizioni orali delle province francesi da cui questa narrazione ha tratto origine ed è stata perpetuata. La studiosa transalpina aveva deciso di andare «alla sorgente», e si mise così a passare al setaccio le versioni popolari e folcloriche raccolte presso varie fonti orali dagli etnografi di fine Ottocento specialmente in alcune aree (bacino della Loira, Nivernese, Velay, Forez, regione settentrionale delle Alpi), finendo per arrivare a contarne ben 34. Mentre, per contro, non esisteva una tradizione orale di trasmissione della favola in Germania, con l’eccezione di una porzione del Tirolo italiano.

Il colore della pubertà

Dopo avere comparato quello che i narratori delle varie zone si tramandavano, Verdier scoprì che esistevano almeno due varianti «sensibili» rispetto agli adattamenti letterari. La prima concerneva la scelta del percorso prospettata dal lupo alla nostra Cappuccetto Rosso nel momento in cui le loro strade si incrociano. «Quale sentiero vuoi prendere, le disse, quello degli spilli o quello degli aghi»? (da cui il titolo della ricerca). A una prima occhiata qualcosa di incomprensibile, se non addirittura di assurdo, di cui l’etnologa compie l’esegesi sulla base delle consuetudini (anche linguistiche) delle campagne francesi ottocentesche, dove l’ago (ossia il cucire) indicava le attività domestiche, mentre la spilla (che veniva donata dai ragazzi durante la fase del corteggiamento) rimandava all’agghindarsi e al farsi belle. Lavoro e «frivolezza», due opzioni solo in apparenza contrapposte (perché, alla fine, in moltissimi casi si tenevano tranquillamente insieme), che compendiavano l’assai limitato (per non dire inesistente) «orizzonte di possibilità» delle giovani nell’universo contadino dell’epoca.
La vicenda di Cappuccetto Rosso manifesta allora la natura di «apologo educativo» per le ragazze della Francia profonda e rurale (e non solo). E assume anche, antropologicamente, il carattere di rito di iniziazione e passaggio, come evidenziano gli «stadi» del soggiorno di Cappuccetto nell’abitazione della nonna-maestra di vita, dove l’ingresso corrisponde alla morte e la partenza alla rinascita, una volta raggiunta la nuova condizione di adulta. Tanto l’ago quanto la spilla, oggetti aguzzi e appuntiti, in grado di ferire e far sgorgare il sangue, rappresenterebbero, giustappunto, la pubertà femminile (ribadita pure dal colore rosso del vestiario della bambina che sta per diventare grande).



Un pasto cannibalesco

Ad accomunare le versioni popolari c’è poi - seconda cospicua variazione rispetto al racconto di Perrault - il «pasto cannibalesco» e antropofago, quello che il lupo travestito da nonna offre all’inconsapevole bambina, la quale finisce per mangiarsi dei brandelli dell’antenata. Questo momento decisamente splatter e gore identifica (diremmo ora) il «conflitto generazionale» - o, forse, un’ancestrale rottamazione ante litteram… - come richiesto dalle ferree e primitive regole di quel mondo rurale, dove le più giovani scalzavano le anziane innanzitutto sulla base (e lo palesa la componente iniziatico-rituale) dell’acquisizione o della perdita delle facoltà riproduttive. Che rappresentavano precisamente il mezzo, insieme con l’ago e la spilla (e a ciò che sottintendevano), in virtù del quale le ragazze potevano addomesticare il lupo cattivo (la società maschile patriarcale) che si era appena sbranato la donna in età avanzata, facendo il lavoro sporco imposto proprio dalle spietate convenzioni comunitarie. E, dunque, Cappuccetto Rosso «attenta al lupo» - o forse no…