"Domani Vladimir Putin terrà la sua conferenza stampa annuale. Il
presidente dovrà dire qualcosa, ma nella sostanza l’unica alternativa a
un salto nel vuoto sarebbe la scelta di fare un passo indietro
sull’Ucraina per ottenere la cancellazione delle sanzioni."
Questo scrive Bernard Guetta su Internazionale http://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2014/12/17/una-tempesta-incombe-sul-mondo
Poi l'opinionista dà per probabile la scelta del passo indietro.
Non così Larry Elliott sul Guardian. Ecco la parte finale del suo articolo:
... The west knows all about the vulnerability of Russia’s
economy, its creaking factories and its over-reliance on the energy
sector. When the introduction of sanctions over Russia’s support for the
separatists in Ukraine failed to bring Vladimir Putin to heel, the US
and Saudi Arabia decided to hurt Russia by driving down oil prices. Both
countries will face some collateral damage as a result – and this could
be considerable in the case of the US shale sector – but both were
prepared to take the risk on the grounds that Russia would suffer much
more pain. This has proved to be true.
Now for the good (or perhaps less bad) news. Eventually,
lower oil prices mean stronger global growth, because consumers will
have more money to spend and businesses will have more spare cash to
invest. At that point, the price of oil will rise and the rouble with
it.
Even so, Russia looks vulnerable. It has reached the end of
the road with interest rate increases and has only two options: to allow
the rouble to find its own level, in the hope that declining oil prices
will prove temporary or to introduce capital controls. These are seen
very much as a last resort by Moscow, but may prove necessary if the
rouble rout continues.
The phrase “perfect storm” is over-used, but the combination
of a collapsing currency, a collapsing economy and punitive interest
rates make it apposite. The question now is how Putin responds. If he
softens his line over Ukraine, the west’s gamble will have paid off and
it will be mission accomplished. But there are hardliners in Moscow who
will argue that the response to the crisis should be a siege economy and
the ratcheting up of military pressure on Ukraine. If economic agony
makes a wounded Russian bear more belligerent, it will prove a hollow
victory.
http://www.theguardian.com/business/2014/dec/16/russia-has-lost-economic-war-with-west-rouble-currency
Quella dell'Occidente potrebbe rivelarsi insomma una vittoria vuota. E allora sarebbero guai per tutti, russi compresi. Con la loro abituale miopia, gli stessi mercati restano incerti.
Lucio Caracciolo
Russia e Occidente
una via d'uscita: il compromesso
... Il collasso della Russia avrebbe conseguenze devastanti sulla
nostra sicurezza, non solo economica. Se Putin cadesse, poi,
difficilmente verrebbe sostituito da un fervido cultore delle libertà
occidentali. Né si può escludere che la fine di quel regime si sveli
fine della Russia, scavando un gigantesco buco nero geopolitico,
con relative guerre di successione. Scenario del tutto evitabile, se
russi e americani - e per quel che contano anche gli europei -
scegliessero la via del compromesso. Molti restano convinti che
sull'Ucraina un'intesa si troverà. Ma il tempo non lavora per la pace. E
attenzione a non sottovalutare l'orgoglio di leader disabituati a
perdere. A volte, per salvare la faccia, perdono il trono. Però solo
dopo essersi giocato il paese.
http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/18/news/l_ultima_partita_dello_zar_putin_che_vuole_salvare_il_trono-103176758/?ref=HREC1-4
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mercoledì 17 dicembre 2014
lunedì 2 settembre 2013
Che c'entra il petrolio con la Siria
Gilles Kepel
La crisi siriana
Dietro il caos in Siria l’ombra dell’Iraq e i regni dell’oro nero
la Repubblica, 2 settembre 2013
LA CRONACA di un attacco annunciato contro la Siria di Bashar al-Assad coincide più o meno con il dodicesimo anniversario dell’11 settembre. L’ostentata volontà franco-americana di bombardare un Medio Oriente in cui si moltiplicano le spaccature dopo le rivoluzioni del 2011 non è che l’ultima replica del big bang che ha aperto il XXI secolo. Ma le esplosioni ricorrenti del vulcano arabo liberano delle forze irreprimibili, protagoniste impreviste del mondo di domani. Le rivoluzioni arabe sono in primo luogo il prodotto della decomposizione di un sistema politico concepito per resistere alla paura della proliferazione terroristica dopo la «doppia razzia benedetta su New York e Washington» perpetrata da bin Laden e dai suoi accoliti. Contro Al Qaeda, avevamo eretto un baluardo di regimi autoritari e corrotti, ma dotati di servizi di sicurezza efficienti. L’esigenza della democrazia era stata sacrificata sull’altare della dittatura, ma Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e altri come Ali Saleh, non sono stati altro che dei despoti patetici che hanno cristallizzato contro se stessi il malcontento popolare, portando a delle rivoluzioni che sono dilagate da Tunisi al Cairo e da Bengasi a Sana’a nella primavera del 2011.
Nel frattempo, Al Qaeda aveva investito le sue energie per creare un improbabile «Emirato islamico di Mesopotamia» nell’Iraq occupato dagli Usa dopo il marzo del 2003. Si è infranta nella sua corsa folle agli attentati suicidi, sognando invano di infliggere all’America un Vietnam jihadista. Nei suoi confronti, i neoconservatori americani, credendo di riscattare il loro onore militare con il dispiegamento di un arsenale invincibile contro uno «Stato canaglia», si prendevano una rivincita simbolica contro gli aerei lanciati contro le Torri Gemelle. Speravano di raggiungere un duplice obiettivo. Rovesciando Saddam Hussein, punivano un dittatore sunnita sospettato di avere creato bin Laden. E portavano al potere la maggioranza sciita in Iraq, che credevano filo-americana, amica di Israele, e perfino capace di far vacillare il regime dei mullah di Teheran. Questi ideologi imbevuti di guerra fredda si sono rivelati degli apprendisti stregoni. Lungi dal vacillare, Teheran è rapidamente diventata la fornitrice di armi e la finanziatrice dello sciismo iracheno. E sono questi sciiti che hanno spezzato le reni all’organizzazione terroristica sunnita, finanziata dai petrodollari provenienti dalla riva araba del Golfo Persico. Infine, sotto gli auspici di Maliki, Bagdad è diventata la migliore alleata di Teheran.
La guerra in Iraq ha dunque avuto due conseguenze paradossali. Ha rafforzato l’asse sciita diretto da Teheran, che ora ha un forte sostegno a Bagdad, e, inoltre, Damasco, gli Hezbollah libanesi e (fino al 2012) il movimento Hamas palestinese, unico partner sunnita della coalizione. E ha disintegrato Al Qaeda, così le dittature sono apparse inutili o addirittura dannose. Soprattutto, Teheran, fornendo via Damasco le armi ai suoi debitori di Hezbollah e di Hamas, ha proiettato la sua frontiera militare sui confini dello stato ebraico, tramite gli alleati interposti. Di fronte al rafforzamento di questo asse sciita, il cui controllo dell’arma nucleare sconvolgerebbe la geopolitica globale dell’energia, perché trasformerebbe il Golfo Persico in un lago iraniano, il mondo sunnita subisce una prima scossa con le rivoluzioni arabe. Le «primavere arabe» sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo.
La prospettiva di un «contagio democratico » ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio. Eppure, il Consiglio di cooperazione del Golfo si è diviso profondamente rispetto alle rivoluzioni arabe. Il Qatar, seconda potenza produttrice di gas al mondo, si è impegnato a dare un massiccio sostegno materiale e mediatico, attraverso la Al Jazeera, ai Fratelli Musulmani. Ha visto in questo islamismo socialmente conservatore la massa umana critica capace di farlo diventare la potenza egemonica del mondo arabo sunnita. Per contro, l’Arabia Saudita e gli altri emirati hanno fatto blocco contro i Fratelli, che fanno concorrenza alla loro intenzione di controllare l’Islam mondiale. L’Arabia ha sostenuto ovunque i salafiti, rivali dei Fratelli. Tuttavia, parte di questi elementi sono finiti nell’attività jihadista violenta. È in questo contesto che si è sviluppata la rivoluzione siriana. All’inizio, aveva lo stesso profilo che in Tunisia o in Egitto: una gioventù istruita si metteva a capo delle rivendicazioni democratiche contro un potere autoritario. Ma l’intensità della repressione e la sua trasformazione graduale in guerra civile a carattere confessionale ha impedito il sollevamento delle forze armate contro il presidente. Il finanziamento in petrodollari e la distribuzione di armi provenienti dai Paesi del Golfo — uniti per sostenere i sunniti che avrebbero scardinato l’asse sciita se Damasco fosse caduta — ha cambiato la situazione sul terreno, favorendo la penetrazione militare dei gruppi islamisti e rendendo più difficile il sostegno alle forze democratiche della resistenza. La Siria diventa dunque l’epicentro dello scontro tra l’asse sciita e i suoi avversari sunniti, ostaggio di una guerra per procura fatta prima di tutto per controllare gli idrocarburi del Golfo. La vittoria di Assad rafforzerebbe Teheran e, dietro all’Iran, la Russia, messa da parte in Medio Oriente. È su questa mappa contrastata che si è aperto nel 2013 il «terzo tempo» della dialettica delle rivoluzioni arabe: la reazione contro i Fratelli musulmani. A quel punto, si è prodotto un importante riallineamento nella regione, di cui hanno immediatamente tratto profitto i dirigenti siriani, iraniani e russi: l’esplosione del blocco sunnita in due fazioni rispetto al sostegno o all’ostilità verso i Fratelli Musulmani. Questa spaccatura profonda separa la Turchia e il Qatar, da una parte, e gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa.
Questo è il contesto in cui sono state usate le armi chimiche nella periferia di Damasco. Se si scoprisse che il regime è l’autore di questo bombardamento sarebbe una provocazione per la comunità internazionale, per la quale questa rappresenta, come ha detto Obama, una «linea rossa». È la violazione di questa norma morale che i presidenti americano e francese invocano per agire in nome dell’umanità contro la barbarie. Tuttavia, l’invocazione di questi principi riscuote poco successo tanto nell’opinione pubblica dei paesi coinvolti che tra gli alleati, dagli altri paesi europei alla Lega Araba. Soprattutto, la riaffermazione russa cambia profondamente la situazione rispetto a un’operazione militare. Mosca non vuole subire un nuovo Afghanistan. La paradossale accoppiata francoamericana ha i mezzi per prolungare l’unilateralismo che è prevalso dopo la caduta del muro di Berlino? Oppure l’Occidente, diviso, è costretto ad agire nel quadro di un nuovo multipolarismo?
(traduzione di Luis E. Moriones)
La crisi siriana
Dietro il caos in Siria l’ombra dell’Iraq e i regni dell’oro nero
la Repubblica, 2 settembre 2013
LA CRONACA di un attacco annunciato contro la Siria di Bashar al-Assad coincide più o meno con il dodicesimo anniversario dell’11 settembre. L’ostentata volontà franco-americana di bombardare un Medio Oriente in cui si moltiplicano le spaccature dopo le rivoluzioni del 2011 non è che l’ultima replica del big bang che ha aperto il XXI secolo. Ma le esplosioni ricorrenti del vulcano arabo liberano delle forze irreprimibili, protagoniste impreviste del mondo di domani. Le rivoluzioni arabe sono in primo luogo il prodotto della decomposizione di un sistema politico concepito per resistere alla paura della proliferazione terroristica dopo la «doppia razzia benedetta su New York e Washington» perpetrata da bin Laden e dai suoi accoliti. Contro Al Qaeda, avevamo eretto un baluardo di regimi autoritari e corrotti, ma dotati di servizi di sicurezza efficienti. L’esigenza della democrazia era stata sacrificata sull’altare della dittatura, ma Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e altri come Ali Saleh, non sono stati altro che dei despoti patetici che hanno cristallizzato contro se stessi il malcontento popolare, portando a delle rivoluzioni che sono dilagate da Tunisi al Cairo e da Bengasi a Sana’a nella primavera del 2011.
Nel frattempo, Al Qaeda aveva investito le sue energie per creare un improbabile «Emirato islamico di Mesopotamia» nell’Iraq occupato dagli Usa dopo il marzo del 2003. Si è infranta nella sua corsa folle agli attentati suicidi, sognando invano di infliggere all’America un Vietnam jihadista. Nei suoi confronti, i neoconservatori americani, credendo di riscattare il loro onore militare con il dispiegamento di un arsenale invincibile contro uno «Stato canaglia», si prendevano una rivincita simbolica contro gli aerei lanciati contro le Torri Gemelle. Speravano di raggiungere un duplice obiettivo. Rovesciando Saddam Hussein, punivano un dittatore sunnita sospettato di avere creato bin Laden. E portavano al potere la maggioranza sciita in Iraq, che credevano filo-americana, amica di Israele, e perfino capace di far vacillare il regime dei mullah di Teheran. Questi ideologi imbevuti di guerra fredda si sono rivelati degli apprendisti stregoni. Lungi dal vacillare, Teheran è rapidamente diventata la fornitrice di armi e la finanziatrice dello sciismo iracheno. E sono questi sciiti che hanno spezzato le reni all’organizzazione terroristica sunnita, finanziata dai petrodollari provenienti dalla riva araba del Golfo Persico. Infine, sotto gli auspici di Maliki, Bagdad è diventata la migliore alleata di Teheran.
La guerra in Iraq ha dunque avuto due conseguenze paradossali. Ha rafforzato l’asse sciita diretto da Teheran, che ora ha un forte sostegno a Bagdad, e, inoltre, Damasco, gli Hezbollah libanesi e (fino al 2012) il movimento Hamas palestinese, unico partner sunnita della coalizione. E ha disintegrato Al Qaeda, così le dittature sono apparse inutili o addirittura dannose. Soprattutto, Teheran, fornendo via Damasco le armi ai suoi debitori di Hezbollah e di Hamas, ha proiettato la sua frontiera militare sui confini dello stato ebraico, tramite gli alleati interposti. Di fronte al rafforzamento di questo asse sciita, il cui controllo dell’arma nucleare sconvolgerebbe la geopolitica globale dell’energia, perché trasformerebbe il Golfo Persico in un lago iraniano, il mondo sunnita subisce una prima scossa con le rivoluzioni arabe. Le «primavere arabe» sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo.
La prospettiva di un «contagio democratico » ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio. Eppure, il Consiglio di cooperazione del Golfo si è diviso profondamente rispetto alle rivoluzioni arabe. Il Qatar, seconda potenza produttrice di gas al mondo, si è impegnato a dare un massiccio sostegno materiale e mediatico, attraverso la Al Jazeera, ai Fratelli Musulmani. Ha visto in questo islamismo socialmente conservatore la massa umana critica capace di farlo diventare la potenza egemonica del mondo arabo sunnita. Per contro, l’Arabia Saudita e gli altri emirati hanno fatto blocco contro i Fratelli, che fanno concorrenza alla loro intenzione di controllare l’Islam mondiale. L’Arabia ha sostenuto ovunque i salafiti, rivali dei Fratelli. Tuttavia, parte di questi elementi sono finiti nell’attività jihadista violenta. È in questo contesto che si è sviluppata la rivoluzione siriana. All’inizio, aveva lo stesso profilo che in Tunisia o in Egitto: una gioventù istruita si metteva a capo delle rivendicazioni democratiche contro un potere autoritario. Ma l’intensità della repressione e la sua trasformazione graduale in guerra civile a carattere confessionale ha impedito il sollevamento delle forze armate contro il presidente. Il finanziamento in petrodollari e la distribuzione di armi provenienti dai Paesi del Golfo — uniti per sostenere i sunniti che avrebbero scardinato l’asse sciita se Damasco fosse caduta — ha cambiato la situazione sul terreno, favorendo la penetrazione militare dei gruppi islamisti e rendendo più difficile il sostegno alle forze democratiche della resistenza. La Siria diventa dunque l’epicentro dello scontro tra l’asse sciita e i suoi avversari sunniti, ostaggio di una guerra per procura fatta prima di tutto per controllare gli idrocarburi del Golfo. La vittoria di Assad rafforzerebbe Teheran e, dietro all’Iran, la Russia, messa da parte in Medio Oriente. È su questa mappa contrastata che si è aperto nel 2013 il «terzo tempo» della dialettica delle rivoluzioni arabe: la reazione contro i Fratelli musulmani. A quel punto, si è prodotto un importante riallineamento nella regione, di cui hanno immediatamente tratto profitto i dirigenti siriani, iraniani e russi: l’esplosione del blocco sunnita in due fazioni rispetto al sostegno o all’ostilità verso i Fratelli Musulmani. Questa spaccatura profonda separa la Turchia e il Qatar, da una parte, e gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa.
Questo è il contesto in cui sono state usate le armi chimiche nella periferia di Damasco. Se si scoprisse che il regime è l’autore di questo bombardamento sarebbe una provocazione per la comunità internazionale, per la quale questa rappresenta, come ha detto Obama, una «linea rossa». È la violazione di questa norma morale che i presidenti americano e francese invocano per agire in nome dell’umanità contro la barbarie. Tuttavia, l’invocazione di questi principi riscuote poco successo tanto nell’opinione pubblica dei paesi coinvolti che tra gli alleati, dagli altri paesi europei alla Lega Araba. Soprattutto, la riaffermazione russa cambia profondamente la situazione rispetto a un’operazione militare. Mosca non vuole subire un nuovo Afghanistan. La paradossale accoppiata francoamericana ha i mezzi per prolungare l’unilateralismo che è prevalso dopo la caduta del muro di Berlino? Oppure l’Occidente, diviso, è costretto ad agire nel quadro di un nuovo multipolarismo?
(traduzione di Luis E. Moriones)
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