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domenica 25 maggio 2025

Gli operai, oscura potenza del mondo


Honoré de Balzac
La fanciulla dagli occhi d'oro (1835)
estratto

Chi domina dunque in questo paese senza leggi morali, senza fede, senza sentimento, ma dal quale partono e in cui si riversano tutti i sentimenti, tutte le fedi, tutte le leggi morali? L'oro e il piacere! Lasciatevi guidare da queste due parole e percorrete questa grande gabbia di gesso, questo nero alveare, seguendo i meandri di questo pensiero che la agita, la solleva, la tormenta. Guardate. Esaminate prima di tutto il mondo di chi non ha nulla.
L'operaio, il proletario, l'uomo che si serve dei piedi, delle mani, della lingua, del dorso, del braccio, delle cinque dita per vivere, quest'uomo che dovrebbe cominciare economizzando la propria vita, aggioga la moglie a qualche macchina e vi inchioda pure il figlio. È l'industriale a tirare i fili di questo popolo che con le sue sudicie mani tornisce e indora le porcellane, cuce gli abiti e i vestiti, assottiglia il ferro, pialla il legno, fabbrica l'acciaio, solidifica la canapa e il lino, lustra i bronzi, imita i fiori, ricama la lana, ammaestra i cavalli, intreccia i finimenti, e i galloni, intaglia il rame, vernicia le carrozze, arrotonda i vecchi legni, corrode il diamante, lucida i metalli, trasforma in lastre il marmo, leviga i sassi, orna il pensiero, colora, imbianca ed annerisce tutto: ebbene, quel sottocapo è venuto a promettere a questo mondo di sudore e di volontà, di studio e di pazienza, un salario eccessivo sia a nome dei capricci della città, sia al seguito di quel mostro che si chiama Speculazione. Questi quadrumani si sono allora messi a vegliare, patire, lavorare, imprecare, digiunare, camminare; si sono tutti sfiniti per guadagnare l'oro che li affascina. Poi, incuranti dell'avvenire, avidi di piacere, contando sulle loro braccia come il pittore sulla sua tavolozza, gettare il lunedì, gran signori di un giorno, tutto il loro denaro nelle bettole che formano una cintura di fango intorno alla città: la cintura della Venere più impudica, una cintura allacciata e slacciata di continuo, dove come al gioco si perde il periodico guadagno  di questo popolo, che è tanto feroce nel piacere quanto tranquillo nel lavoro. Per cinque giorni, dunque, niente riposo per la parte attiva di Parigi! Poi il suo piacere, il suo riposo sta in una penosa licenza, bruna di pelle, nera di lividi, bianca d'ubriacatura, gialla d'indigestione: essa dura solo due giorni, ma ruba il pane dell'avvenire, la minestra della settimana, gli abiti della moglie, le fasce del figlioletto. Questi uomini certo nati per essere belli, poiché ogni creatura ha la sua relativa bellezza, si sono disposti, fin da bambini, al comando della forza, sotto il regno del martello, delle forbici, della filatura, e si sono rapidamente vulcanizzati. Vulcano, con la sua bruttezza e la sua forza, è l'emblema di questa nazione laida e forte, sublime di intelligenza meccanica, paziente quando vuole, terribile un giorno per secolo, infiammabile come la polvere e preparata all'incendio della rivoluzione dall'acquavite; dotata infine di tanto spirito quanto basta per prendere fuoco ad ogni parola che per lei significhi sempre: oro e piacere! Ne fanno parte tutti coloro che tendono la mano per l'elemosina, per un legittimo salario o per i cinque franchi accordati a tutti i generi di prostituzione parigina, infine per qualsiasi danaro bene o male guadagnato, questo popolo conta trecentomila individui. Senza le osterie il governo non sarebbe forse rovesciato ogni martedì? Per fortuna il martedì questo popolo è intorpidito, smaltisce la sbornia, non ha più il becco d'un quattrino, e ritorna al lavoro e al pane asciutto, stimolato da un bisogno di procreazione materiale, diventata per esso abitudine. Eppure il medesimo popolo serba i suoi fenomeni di virtù, i suoi uomini completi, i suoi Napoleoni ignoti, che sono i modelli tipici delle sue forze condotte alla più alta espressione, e ne riassumono la portata sociale in un'esistenza in cui pensiero e movimento si combinano non tanto per infondere in essa la gioia quanto per arginarvi l'azione del dolore.  

Qui donc domine en ce pays sans mœurs, sans croyance, sans aucun sentiment ; mais d’où partent et où aboutissent tous les sentiments, toutes les croyances et toutes les mœurs ? L’or et le plaisir. Prenez ces deux mots comme une lumière et parcourez cette grande cage de plâtre, cette ruche à ruisseaux noirs, et suivez-y les serpenteaux de cette pensée qui l’agite, la soulève, la travaille ? Voyez. Examinez d’abord le monde qui n’a rien ? L’ouvrier, le prolétaire, l’homme qui remue ses pieds, ses mains, sa langue, son dos, son seul bras, ses cinq doigts pour vivre ; eh ! bien celui-là qui, le premier, devrait économiser le principe de sa vie, il outrepasse ses forces, attelle sa femme à quelque machine, use son enfant et le cloue à un rouage. Le fabricant, le je ne sais quel fil secondaire dont le branle agite ce peuple qui, de ses mains sales, tourne et dore les porcelaines, coud les habits et les robes, amincit le fer, amenuise le bois, tisse l’acier, solidifie le chanvre 9 et le fil, satine les bronzes, festonne le cristal, imite les fleurs, brode la laine, dresse les chevaux, tresse les harnais et les galons, découpe le cuivre, peint les voitures, arrondit les vieux ormeaux, vaporise le coton, souffle les tulles, corrode le diamant, polit les métaux, transforme en feuilles le marbre, lèche les cailloux, toilette la pensée, colore, blanchit et noircit tout ; hé ! bien, ce sous-chef est venu promettre à ce monde de sueur et de volonté, d’étude et de patience, un salaire excessif, soit au nom des caprices de la ville, soit à la voix du monstre nommé Spéculation. Alors ces quadrumanes se sont mis à veiller, pâtir, travailler jurer, jeûner, marcher ; tous se sont excédés pour gagner cet or qui les fascine. Puis, insouciants de l’avenir, avides de jouissances, comptant sur leurs bras comme le peintre sur sa palette, ils jettent, grands seigneurs d’un jour, leur argent le lundi dans les cabarets, qui font une enceinte de boue à la ville ; ceinture de la plus impudique des Vénus, incessamment pliée et dépliée, où se perd comme au jeu la fortune périodique de ce peuple, aussi féroce au plaisir qu’il est tranquille au travail. Pendant cinq 10 jours donc, aucun repos pour cette partie agissante de Paris ! Elle se livre à des mouvements qui la font se gauchir, se grossir, maigrir, pâlir, jaillir en mille jets de volonté créatrice. Puis son plaisir, son repos est une lassante débauche, brune de peau, noire de tapes, blême d’ivresse, ou jaune d’indigestion qui ne dure que deux jours, mais qui vole le pain de l’avenir, la soupe de la semaine, les robes de la femme, les langes de l’enfant tous en haillons. Ces hommes, nés sans doute pour être beaux, car toute créature a sa beauté relative, se sont enrégimentés, dès l’enfance, sous le commandement de la force, sous le règne du marteau, des cisailles, de la filature, et se sont promptement vulcanisées. Vulcain, avec sa laideur et sa force, n’est-il pas l’emblème de cette laide et forte nation, sublime d’intelligence mécanique, patiente à ses heures, terrible un jour par siècle, inflammable comme la poudre, et préparée à l’incendie révolutionnaire par l’eaude-vie, enfin assez spirituelle pour prendre feu sur un mot captieux qui signifie toujours pour elle : or et plaisir ! En comprenant tous ceux qui 11 tendent la main pour une aumône, pour de légitimes salaires ou pour les cinq francs accordés à tous les genres de prostitution parisienne, enfin pour tout argent bien ou mal gagné, ce peuple compte trois cent mille individus. Sans les cabarets, le gouvernement ne serait-il pas renversé tous les mardis ? Heureusement, le mardi, ce peuple est engourdi, cuve son plaisir, n’a plus le sou, et retourne au travail, au pain sec, stimulé par un besoin de procréation matérielle qui, pour lui, devient une habitude. Néanmoins ce peuple a ses phénomènes de vertu, ses hommes complets, ses Napoléons inconnus, qui sont le type de ses forces portées à leur plus haute expression, et résument sa portée sociale dans une existence où la pensée et le mouvement se combinent moins pour y jeter de la joie que pour y régulariser l’action de la douleur.

giovedì 3 aprile 2025

Una società di eredi






INTERVISTA Autore di un'opera affascinante, questo specialista della filosofia sociale e politica esplora, in un'intervista a "Le Monde", la diversità e la radicalità del pensiero del XIX secolo che mette in discussione il principio di trasmissione familiare.


Mélanie Plouviez, docente di filosofia sociale e politica all'Università della Costa Azzurra, resuscita, in L'Injustice en héritage. Ripensare la trasmissione ereditaria della proprietà (La Découverte, 368 pagine, 23 euro), riflessioni dimenticate e spesso sorprendenti di pensatori della fine del XVIII e XIX secolo  sulla trasmissione ereditaria della proprietà.


Nel suo libro lei sostiene che viviamo in una "società di eredi". Perché pensa che questi termini si applichino sia alla Francia del XIX secolo  che a quella del XXI secolo  ?

Una società di eredi è una società in cui l'eredità conta più del lavoro nell'accumulo di beni. Questo meccanismo ereditario plasma un ordine sociale in cui le fortune più grandi sono riservate agli individui provenienti da famiglie benestanti. Altri possono, grazie ai loro sforzi, ai loro meriti o ai loro titoli di studio, ottenere stipendi elevati, ma è impossibile per loro raggiungere le posizioni più elevate in termini di ricchezza.

Questo era il caso della società francese del XIX secolo  , ma lo è anche di quella del XXI secolo  . Nel Capitale nel XXI secolo  ( Seuil, 2013), Thomas Piketty dimostra che la quota di ricchezza ereditata nelle risorse delle generazioni nate dopo gli anni Settanta è tornata al livello raggiunto dalle generazioni nate nel XIX secolo  . La distruzione del capitale privato durante le due guerre mondiali e l'introduzione di un'imposta di successione fortemente progressiva hanno reso il XX secolo un secolo meno diseguale, ma oggi la Francia è tornata ad essere una società di eredi.

Quando si parla di società di eredi, viene spesso citato il "discorso di Vautrin" ne "Il papà Goriot" (1835) di Balzac. In che modo questo è rilevante?

In questo discorso edificante, il personaggio di Vautrin, un ex detenuto, espone in modo crudo le realtà sociali degli anni '20 dell'Ottocento a Rastignac, un giovane ambizioso proveniente da una famiglia senza soldi, venuto a "studiare legge" a Parigi. Anche se riuscisse brillantemente negli studi e raggiungesse le più alte professioni legali, non riuscirebbe mai, con le sue sole forze, a raggiungere posizioni finanziarie equivalenti a quelle che un buon matrimonio potrebbe garantirgli.

L'eredità, spiega Vautrin, è l'unico modo per accedere ai ranghi più alti della società. Per questo motivo le consiglia di sposare una ricca ereditiera, Victorine Taillefer, anche se ciò significa commettere un omicidio. Rastignac rifiuterà questo patto faustiano, ma questo brano la dice lunga su cosa sia una società di eredi.

Oggi le controversie sulle successioni riguardano l'aliquota dell'imposta di successione, non il suo principio. Pensi che il dibattito sia troncato?

La questione dell'eredità è riemersa nel dibattito pubblico durante la campagna presidenziale del 2022, ma è stata di fatto confinata alla questione "più o meno tasse": non si è riflettuto sulla legittimità della trasmissione familiare del patrimonio.

Nel XIX secolo, al contrario, la questione dell'eredità era sulla bocca di tutti. Sulla piattaforma online Gallica ho repertoriato quasi 50.000 opere del XIX secolo su  questo tema: non basterebbe una vita per leggerle tutte... Da Gracco Babeuf a Jeremy Bentham, da John Stuart Mill a Jean Jaurès, da Alexis de Tocqueville a Pierre-Joseph Proudhon, questa istituzione è stata studiata, messa in discussione, contestata... Questa abbondanza contrasta con la povertà del nostro immaginario sociale e politico. Da qui l'utilità di ritornare alle riflessioni sul patrimonio emerse durante la Rivoluzione francese e nel XIX secolo.

La Rivoluzione francese, che pose fine alla trasmissione ereditaria del potere politico, mise in discussione anche la trasmissione ereditaria della proprietà?

Non mette in discussione il principio della successione familiare, ma stabilisce i tre principi che, ancora oggi, costituiscono la base dell'architettura del sistema successorio francese.

Il primo grande contributo della Rivoluzione fu il principio della condivisione equa tra tutti i bambini; Nel 1790, l'Assemblea Costituente abolì i diritti di primogenitura e di mascolinità che, sotto l'Ancien Régime, consentivano che la maggior parte dei beni familiari fosse destinata al primo figlio maschio. D'ora in poi l'eredità avvantaggia tanto il figlio maggiore quanto il figlio minore, tanto la sorella quanto il fratello.

Il secondo principio ereditato dalla Rivoluzione è l'unificazione del diritto su tutto il territorio. Sotto l'Ancien Régime, le regole di successione variavano a seconda della località, del tipo di proprietà e dello status sociale, ma nel 1790 l'Assemblea Costituente stabilì un principio di unità: da quel momento in poi le regole sarebbero state le stesse per tutti.

Il terzo principio è l'istituzione, su tutto il territorio, di un'unica imposta sulle successioni basata sull'obbligo di dichiarazione: le imposte di registro. Tutti devono dichiarare all'erario qualsiasi trasferimento di beni, che si tratti di eredità, legato o donazione tra viventi, indipendentemente dal bene trasferito e dal suo valore.

Il XIX secolo  è, scrivi, il “secolo dei pensieri ereditari”. Come affrontarono la questione i filosofi dell'epoca?

Questo immenso corpus è attraversato da un'idea che ci è divenuta estranea: agli occhi di Robespierre, dei saint-simoniani o di Durkheim, la proprietà individuale deve estinguersi con la morte del proprietario. Questi autori non negano alcun diritto di proprietà individuale, ma lo limitano alla vita del suo titolare. Così facendo, inventano una teoria della proprietà ibrida: individuale durante la vita, sociale dopo la morte.

Questo concetto non è privo di interesse oggi: ci consente di conciliare il nostro moderno attaccamento alla proprietà individuale con uno scopo più elevato del mero interesse individuale o familiare. Se ciò che possiedo privatamente lo possiedo per concessione sociale solo per tutta la vita, non posso usarlo in modo assoluto.

In un mondo colpito dal cambiamento climatico e dalla distruzione della biodiversità, questo sconvolgimento teorico potrebbe in particolare portare a mettere in discussione gli usi privati ​​che causano degrado per tutti.

Come si presenta il sistema immaginato dai discepoli di Saint-Simon (1760-1825), che vogliono abolire l'eredità familiare?

Negli anni Trenta dell'Ottocento, i sansimoniani ritenevano che la Rivoluzione francese si fosse fermata a metà strada: aveva abolito la trasmissione ereditaria del potere politico ma, preservando l'eredità familiare, aveva mantenuto quella del potere economico. Propongono quindi di sostituire il principio di ereditarietà con il principio meritocratico della "capacità ": i beni di un individuo, e in particolare i mezzi di produzione, non dovrebbero andare ai suoi figli, ma ai lavoratori più capaci di amministrarli.

Per il filosofo positivista Auguste Comte [1798-1857] , questa gestione dello strumento di produzione deve incarnarsi in un rituale. Sette anni prima del suo pensionamento, il dirigente industriale forma il suo successore e, al termine di questo periodo, durante una cerimonia pubblica, traccia il bilancio della sua vita lavorativa e spiega le ragioni per cui cede il suo incarico non ai figli, ma a questo collega. Questo rituale conferisce all'atto della trasmissione una profondità che abbiamo perduto.

Anche il fondatore della sociologia moderna, Émile Durkheim (1858-1917), propose di abolire la proprietà individuale, ma in una forma diversa. Quale ?

Durkheim, socialista ma non rivoluzionario, riteneva che la famiglia moderna fosse diventata un gruppo sociale troppo piccolo per continuare a rappresentare il legittimo sostegno dell'attività economica. Egli propone quindi che i mezzi di produzione vengano trasferiti, alla morte del loro proprietario, all’organizzazione professionale cui appartengono: una “corporazione” rinnovata, strutturata democraticamente e co-gestita dai lavoratori.

Secondo lui, questo meccanismo permetterebbe di finanziare nuovi diritti sociali. In una società come la nostra, in cui lo stato sociale è indebolito, questo pensiero potrebbe nutrire utilmente la nostra immaginazione!

I socialisti Karl Marx (1818-1883) e Michail Bakunin (1814-1876) erano in disaccordo sulla questione dell'eredità. Su cosa verte la loro disputa?

Al congresso della Prima Internazionale a Basilea (Svizzera) nel 1869, le divergenze tra Marx e Bakunin si cristallizzarono sulla questione dell'eredità. Per Marx, l'abolizione dell'eredità deriverà meccanicamente dalla socializzazione dei mezzi di produzione: in un mondo in cui la proprietà è collettiva, la trasmissione familiare del patrimonio privato scomparirà spontaneamente. Bakunin, da parte sua, adotta una prospettiva opposta: ai suoi occhi, è l'abolizione dell'eredità che permetterà progressivamente di realizzare la socializzazione della proprietà; e ciò senza espropriazione poiché il trasferimento avverrà gradualmente, nel corso delle successioni.

Crede che tutti questi pensieri del XIX secolo possano  ancora ispirarci?

Questa deviazione attraverso il XIX secolo mette profondamente in discussione il significato ovvio che l'eredità familiare ha per noi: ci aiuta a mettere in discussione questa istituzione che, per noi, è ovvia.

La filosofa parte da una constatazione: se la Francia contemporanea, come ha mostrato Thomas Piketty in Il capitale nel XXI secolo  ( Seuil, 2013), è (ri)diventata una "società di eredi", sono pochi i francesi che mettono in discussione la legittimità della trasmissione familiare. Di fronte a questa "povertà del nostro immaginario sociale e politico", Mélanie Plouviez si impegna a farci scoprire la radicalità del pensiero del lungo XIX secolo: all'epoca, numerosi intellettuali mettevano in discussione il diritto degli individui a conservare, dopo la loro morte, un diritto sulle cose possedute in vita.

La filosofa analizza così nel dettaglio i discorsi di Mirabeau e Robespierre, ma anche gli scritti di Prosper Enfantin, capo dei sansimoniani, del filosofo tedesco Johann Fichte, del rivoluzionario Michail Bakunin e del fondatore della sociologia moderna, Émile Durkheim. Questa affascinante deviazione nel passato ha il merito di far rivivere un interrogativo dimenticato sul ruolo del caso nelle disuguaglianze sociali e di rimettere in discussione le nostre certezze contemporanee sul fatto che l'eredità "è scontata".

"L'injustice en héritage. Repenser la transmission du patrimoine" = L'ingiustizia come eredità. Ripensare la trasmissione del patrimonio, di Mélanie Plouviez, La Découverte, 368 pagine, 23 euro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/03/31/melanie-plouviez-philosophe-la-france-du-xxi-siecle-est-redevenue-une-societe-d-heritiers_6588577_3232.html


martedì 22 agosto 2017

Rastignac



Nato nel 1798, Eugène de Rastignac occupa una posizione centrale ne "La Comédie humaine" di Balzac; appare in molti romanzi della serie, da "Le Père Goriot" a "Illusions perdues", da "La Peau de Chagrin" a "La Maison Nucingen". Il suo stesso nome è diventato sinonimo di ambizioso, perfino arrivista, spregiudicato. Ciò non toglie che il Rastignac del Père Goriot resta la più viva, la più simpatica figura di giovane uomo presente nell'opera dello scrittore.

Honoré de Balzac, Le Père Goriot , 1834

Ah! sappiatelo: questo dramma non è una finzione, né un romanzo. All is true, è così vero che ciascuno può riconoscerne gli elementi intorno a sé, forse nel proprio cuore. 

«Più freddamente calcorete, più andrete avanti. Colpite spietatamente; sarete temuto. Considerate uomini e donne soltanto come cavalli da posta, che lascerete crepare ad ogni stazione, in questo modo raggiungerete l'apice dei vostri desideri. Voi non sarete nulla qui, vedete, a meno che una donna non si interessi a voi; e bisognerà che sia giovane e ricca, e una donna di mondo. Eppure, se avete un cuore, nascondetelo attentamente custodendolo come un tesoro; non lasciate che nessuno lo penetri, altrimenti sareste perduto; cessereste di essere il boia, e diverreste la vittima. E se mai doveste amare, non lasciate che il vostro segreto vi sfugga.»

Saché, settembre 1834

Rastignac, resté seul, fit quelques pas vers le haut du cimetière et vit Paris tortueusement couché le long des deux rives de la Seine, où commençaient à briller les lumières. Ses yeux s'attachèrent presque avidement entre la colonne de la place Vendôme et le dôme des Invalides, là où vivait ce beau monde dans lequel il avait voulu pénétrer. Il lança sur cette ruche bourdonnant un regard qui semblait par avance en pomper le miel et dit ces mots grandioses : « A nous deux maintenant !