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sabato 2 maggio 2026

Ratzinger, il pastore tedesco

Massimo Faggioli
Joseph Ratzinger: il teologo capo, l'impronta profonda, i seguaci eversivi

Huffington Post, 31 dicembre 2022

Quasi dieci anni dopo essere entrato nella storia per aver rinunciato al pontificato, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI è morto all’età di novantacinque anni, nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, dove si era ritirato dal maggio 2013. Nato in Baviera il 16 aprile 1927, Ratzinger ha avuto un notevole impatto sulla vita e sulla tradizione intellettuale della chiesa cattolica dagli anni Cinquanta in poi: non solo come papa, ma anche come accademico e uno dei teologi più influenti al Concilio Vaticano II (1962-1965). Dopo aver pubblicato durante il Concilio e alla fine degli anni Sessanta importanti opere che commentavano positivamente i documenti del Vaticano II, la sua opera influenzò in modo decisivo la ricezione istituzionale del Concilio dagli anni Settanta in poi: le sue opinioni antiprogressiste, spesso espresse con verve polemica, divennero inseparabili dalla sua persona, anche dopo la sua elezione al soglio pontificio nel 2005.

Fu creato cardinale da Paolo VI, e dopo un breve periodo come arcivescovo di Monaco (1977-1981), fu nominato da Giovanni Paolo II prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio dell’Inquisizione, riformato dopo il Concilio Vaticano II, che sotto la guida di Ratzinger acquistò un rilievo senza precedenti. Fu il massimo e più influente collaboratore di Giovanni Paolo II, il cui pontificato è impossibile da interpretare senza considerare il ruolo di Ratzinger. La sua importanza e influenza furono così preziose per Giovanni Paolo II che il papa rifiutò le sue richieste di lasciare il suo incarico in Curia Romana - rifiuto che contribuì a rendere possibile l’elezione di Ratzinger al papato il 19 aprile 2005.

Già noto come cardinale per aver rivisitato e corretto le traiettorie prese dalla teologia dopo il Vaticano II su chiesa e politica (lo scontro con la teologia della liberazione), ecumenismo e dialogo interreligioso, ancora prima dell’elezione a papa rivolse la propria attenzione ad altri sviluppi post-conciliari, in particolare alla riforma liturgica. Rimase teologo-capo della chiesa anche mentre occupava la cattedra di Pietro, senza che nessun cardinale o arcivescovo sotto di lui svolgesse un ruolo così influente come quello che lui aveva ricoperto durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Non fu sempre in grado di mantenere la distinzione tra le sue opinioni teologiche personali e la teologia della chiesa. Ciò va visto insieme al suo rifiuto di esibirsi da “performer” sul palcoscenico dei media globali in un modo simile a quello del predecessore (e del successore), un elemento cruciale per un comprendere il papato contemporaneo.

Il 22 dicembre 2005, otto mesi dopo la sua elezione, Benedetto XVI pronunciò alla Curia Romana un discorso in cui esponeva la sua visione sulla corretta interpretazione del Vaticano II come “ermeneutica della continuità e della riforma”, in contrapposizione a una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” accusata di non rispettare la natura del concilio convocato da Giovanni XXIII. Questo si rivelò uno dei discorsi più importanti del papato post-conciliare, non privo di aspetti problematici. Il discorso del dicembre 2005 ha funzionato per lungo tempo, nelle sfere ecclesiali e clericali, come cartina di tornasole dell’ortodossia, e usato come clava nelle controversie teologiche ed ecclesiastiche. Molti sostenitori di Benedetto XVI si sono appassionati molto più alla “continuità” che alla “riforma”, invece che pensarli insieme come aveva proposto il papa. Tuttavia, allo stesso tempo, è difficile trovare un esempio di “riforma” proposta dallo stesso Benedetto che non abbia cercato di fermare o revocare i cambiamenti introdotti dal Vaticano II e dal primo periodo post-conciliare.

Particolarmente problematico è stato il motu proprio Summorum Pontificum del luglio 2007 che ha reintrodotto e incoraggiato l’uso del rito liturgico pre-Vaticano II, sommariamente e impropriamente noto come “la Messa in latino”. Ciò ha rinvigorito i tradizionalisti nella Chiesa (soprattutto nel mondo anglofono – Regno Unito, Stati Uniti, Australia) e ha legittimato un’agenda teologica non solo ossessionata dagli “abusi liturgici” e dalla desacralizzazione del rito, ma anche ostile allo stesso Vaticano II in quanto tale. La rinascita di un’agenda e di un partito anti-Vaticano II deve essere vista come parte dell’eredità di Benedetto.

Fu sotto il suo pontificato che la chiesa iniziò ad affrontare una nuova fase della crisi degli abusi sessuali, a cominciare dalle sanzioni contro Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo. Le sanzioni comminate dal papa contro Maciel furono incomprensibilmente lievi, ma almeno segnarono una svolta rispetto all’era del rifiuto di riconoscere e gestire la crisi tipico del pontificato di Giovanni Paolo II.

Benedetto verrà ricordato soprattutto per le sue dimissioni dal papato – una decisione che ha già segnato uno spartiacque nella storia del papato e della chiesa cattolica. La decisione di dimettersi, presa mentre aveva ancora la capacità fisica e mentale per servire come papa, era in linea con l’ecclesiologia del Vaticano II, ma più con lo “spirito” del Vaticano II che con la lettera dei testi conciliari. Al tempo del Vaticano II il tema della rinuncia al papato era un tabù inviolabile. Non è privo di ironia il fatto che una delle decisioni più dirompenti per lo status quo istituzionale del cattolicesimo sia stata presa dal teologo, cardinale e papa identificato (spesso a torto) con la conservazione.

Con le sue dimissioni, il papato come istituzione è entrato in un territorio inesplorato e ha avviato una lunga transizione ancora in corso. Ne è risultata una nuova carica, quella del “papa emerito” – titolo da lui stesso creato (e che destò preoccupazioni anche negli ambienti cattolici conservatori), e una nuova tradizione e modo di vivere per un ex papa, che lui stesso ha definito nel corso di quasi un decennio: una vita monastica, ma non da eremita, con una certa visibilità ai media, non sotto il diretto e formale controllo del successore, che infatti non ha normato questa nuova istituzione.

Il modo in cui Ratzinger-Benedetto XVI ha interpretato l’emeritato non è vincolante per eventuali futuri papi che sceglieranno di dimettersi, ma sarà impossibile ignorarlo. Non sempre hanno avuto successo i suoi tentativi di non interferire con papa Francesco, o di evitare di creare anche solo l’impressione di un’ingerenza nel pontificato del successore. Dal 2013 al 2020 l’entourage di Benedetto è intervenuto, con libri e saggi pubblicati con la sua firma, ma probabilmente non sempre sotto il suo controllo editoriale, su una serie di questioni: il dibattito sul divorzio e i cattolici risposati, il rapporto tra la chiesa e gli ebrei, le cause dello scandalo degli abusi sessuali. Ciò ha causato tensioni tra papa Francesco e il segretario particolare di Benedetto, arcivescovo Georg Gänswein, che nel febbraio 2020 dovette lasciare l’incarico di prefetto della Casa Pontificia, incarico che Benedetto XVI gli aveva affidato quando a fine 2012 già progettava le dimissioni. 

L’eredità di Ratzinger vivrà anche attraverso nomine episcopali che hanno rimodellato (fin dal pontificato di Giovanni Paolo II) un intero quadro dirigente nella chiesa globale, con vescovi scelti in base alle loro opinioni su una ristretta serie di questioni: contraccezione, ministero ordinato e ruolo delle donne nella Chiesa. La voce di Joseph Ratzinger continuerà a vivere attraverso i suoi contributi teologici al Catechismo del 1992, le encicliche di Giovanni Paolo II e altri scritti che hanno contribuito a inclinare il magistero papale e l’insegnamento ufficiale della Chiesa verso una posizione più conservatrice sulla ricezione del Vaticano II, e che hanno raggiunto un vasto pubblico al di là dei confini della chiesa cattolica.

La sua popolarità, sia come cardinale Ratzinger sia come Benedetto XVI, ha inopinatamente offerto copertura intellettuale e di politica ecclesiastica alla metamorfosi sopravvenuta nella tradizione intellettuale cattolica conservatrice: dal neo-conservatorismo d’ordine degli anni Novanta al neo-tradizionalismo eversivo di oggi. Negli ultimi due decenni circa un certo cattolicesimo neo-tradizionalista “made in Usa” lo ha arruolato come uno dei loro, facendone spesso l’eroe eponimo di una agenda teologica e politica revanscista: un’associazione immeritata da cui Ratzinger non ha potuto, saputo o voluto prendere le distanze. In Italia queste relazioni pericolose hanno lasciato meno tracce, tanto nella chiesa quanto nella politica, nonostante non siano mancati i tentativi.

La sua teologia ha preso la forma di una nuova apologetica che abbraccia tutta la gamma delle questioni sul tavolo della chiesa contemporanea, senza identificarsi con una tesi o teoria particolare intenzionata a rivoluzionare il panorama teologico. Questo è conforme al carattere di un intellettuale e di un chierico con un forte senso della tradizione e diffidente delle innovazioni teologiche. Sia da cardinale che da papa, Ratzinger ha sperimentato i limiti della sua teologia e visione di chiesa. Non ha inteso riformulare il papato come portavoce di un cattolicesimo globale impegnato nel dialogo interreligioso e interculturale, una posizione che è invece incarnata da Francesco. Ratzinger, inoltre, non ha operato per avviare i cambiamenti a livello canonico e teologico che la crisi degli abusi sessuali ha reso chiaramente necessari; invece, ha continuato a vedere lo scandalo degli abusi attraverso la lente delle “guerre culturali” iniziate con i rivolgimenti sociali, culturali, e politici che in Europa hanno preso il nome di Sessantotto. Non ha mai fatto un vero tentativo di riformare il Vaticano e il governo centrale della chiesa cattolica. Dopo il “lungo diciannovesimo secolo” della Chiesa cattolica portato a termine dalla convocazione del concilio nel 1959, Benedetto XVI è stato per certi versi l’ultimo papa della ritardata conclusione del ventesimo secolo della chiesa cattolica, un secolo breve iniziato con Giovanni XXIII e il Vaticano II e terminato nel 2013 con l’elezione di Francesco, primo papa non europeo e non mediterraneo.

Joseph Ratzinger è stato un brillante teologo e intellettuale pubblico, ma anche un chierico sul trono di Pietro col coraggio e il gusto dell’impopolarità nell’era del papato iper-mediatizzato. Rimarrà uno dei papi più pubblicati e letti nella storia della chiesa, e certamente uno dei più discussi e studiati. Tra coloro che sono consapevoli del proprio tempo, pochi saranno indifferenti o distaccati rispetto all’eredità che lascia.



giovedì 19 novembre 2015

Le capriole di Silvia Ronchey: il Califfato occidentale

la Quarta crociata
La fiction occidentale del Califfato
La natura dell’antico regime musulmano non ha nulla a che fare con quella del sedicente Stato islamico di oggi
Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di orientale. È una proiezione mediatica della nostra idea dell’infedele

Perché l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam
la Repubblica, 19 novembre 2015


«Se guardi ciò che Maometto ha portato di nuovo, troverai solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che predicava». La radice dell’idea tanto distorta quanto ormai vulgata sulla natura intrinsecamente violenta della religione islamica e sulla barbarie della sua tradizione bellica, che trapela dalla pubblicistica specialmente americana, sta forse nelle parole che Benedetto XVI citò nel 2006 a Ratisbona, chiamando tendenziosamente in causa l’imperatore bizantino Manuele II, rappresentante dell’impero che nel medioevo più a lungo e più da vicino aveva conosciuto l’ecumenismo egualitario, ispirato alla predicazione di Maometto e a espliciti brani del Corano, che contraddistingueva il califfato ommayade, abbaside, fatimida, poi il sultanato selgiuchide e osmano. Nel pacifico dialogo con il direttore della madrasa di Ankara, nel 1391, il basileus Manuele affermava che «la conversione mediante violenza è cosa irragionevole e contraria alla natura di Dio», ma si riferiva sottilmente alla Quarta Crociata, che nel 1204 aveva “deviato” su Costantinopoli scagliando sul ricco impero una razzia ben più vandalica e rovinosa di quella portata due secoli e mezzo dopo dalla conquista turca. Un modello di guerra santa cristiana perpetrata da eserciti cristiani che portavano nel nome di Dio devastazioni e massacri di massa.
Non solo la natura dell’antico califfato – cui la propaganda dell’Is oggi rinvia con la stessa tendenziosa attualizzazione ideologica con cui poteva rifarsi Mussolini alla Roma di Augusto – non ha nulla a che fare con quella del sedicente stato islamico di al-Baghdadi. Non solo la sovrastruttura religiosa che invoca non rispecchia quella dell’antico islam a livello scritturale, dottrinale, storico. Ma il comportamento dell’islam nelle sue guerre califfali è il contrario esatto di quello che abbiamo visto, in una sorta di aberrante trailer, nell’atroce regia degli attentati di Parigi. L’immagine del barbaro musulmano che il copione vuole offrirci, coerente con le sanguinarie performance con cui l’Is ha scandito la sua avanzata in oriente, mirante a indurre nell’occidente un delirio collettivo, porta le nostre più profonde paure al parossismo nel momento in cui ci restituisce non tanto un’immagine di sé quanto quella sedimentata dal tempo nel nostro inconscio sociale: un’immagine propagandistica creata nel medioevo, nella sua storiografia confessionale in particolare papista, e ripresa acriticamente a partire dall’11 settembre da una propaganda globale che ha insinuato l’”intrinseca negatività” della religione musulmana. Quella di Parigi è una narrazione orrifica del fondamentalismo che ha poco di fondatamente orientale, ma è essenzialmente costruita con materiali occidentali. È una riverberazione mediatica della nostra idea dell’infedele islamico come barbaro sterminatore storicamente ancora meno legittima di quella del cristiano come crociato specularmente propalata nel 2001 dal fanatico proclama urbi et orbi di Osama Bin Laden, quando, pochi giorni dopo l’11 settembre, lanciò attraverso al-Jazeera il suo storico appello “contro i crociati americani”. Lo spettacolo sacrificale di Parigi è un uso mistificato di una narrazione fittizia dell’islam: della sua fiction, concepita per produrre orrore mettendo in scena un dramma che ha l’insensatezza incalzante dell’horror occidentale, che coinvolge il giovane pubblico dello stadio e del teatro, che avvera nel sangue il suo plot e lo amplifica riecheggiandolo nell’utenza mediatica totale.
Quella di Parigi è un’autentica autodemonizzazione. Più che riuscita, se ha spinto Obama a proclamare che l’Is è il diavolo. Affermazione giusta e perfino salutare se intesa a livello psicologico, perché è appunto questo, il male assoluto, che l’Is vuole rappresentare.
Molto pericolosa e ingiusta se rischia di immedesimare quel diavolo nella religione e nella tradizione che falsamente l’Is sostiene di rappresentare. Nella fantasia di sé come incarnazione dell’islam che con la sua strategia comunicativa vuole diffondere è deviante, accecante, ambiguo, delusivo e già in questo autenticamente diabolico, secondo la tradizionale accezione patristica cristiana del diavolo, in greco diabolos, l’obliquo, il mistificatore, il tentatore che nel deserto usa le nostre stesse visioni e fantasie. Contro l’entificazione del diavolo, la sua identificazione nell’uno o nell’altro ente reale, si sono battuti due millenni di teologia cristiana, da Agostino in poi. Nel discorso più profondo di ogni religione, il demonio, il maligno, è l’ingannatore che agisce in noi. Se l’Is descrive e oggettiva la nostra stessa demonizzazione dell’islam, il fanatismo dell’Is realmente rappresenta il diavolo, ma attraverso lo specchio capovolto della nostra fragilità: la vulnerabilità all’ideologia, la semplificazione della verità storica, la censura, o autocensura, della sua e nostra complessità.

giovedì 10 ottobre 2013

Ritanna Armeni, La sinistra appiattita su Francesco

Ritanna Armeni
Non stupitevi se la sinistra orfana del padre si accoccola su Francesco 
Il Foglio quotidiano, 10 ottobre 2013

Dovete capirci, noi di sinistra, se ci piace Papa Francesco. Non fate del sarcasmo, non diteci con ironica condiscendenza: “E che? Ora sei diventato cattolico” quando diamo segnali di soddisfazione per le parole del Pontefice. Dovete capirci, davvero. Ricordate quando Francesco è stato eletto? Era il 13 marzo di quest’anno, in Italia c’erano appena state le elezioni politiche e, mentre la sinistra dava una delle peggiori prove di incertezza e inettitudine, la chiesa, che aveva avuto lo choc delle dimissioni di Benedetto XVI, in quattro e quattr’otto ha eletto un Papa che veniva dalla “fine del mondo”. Sapete, malgrado tanti anni in cui anche noi siamo stati invischiati nel pantano delle decisioni lente e burocratiche della gestione del governo e dello stato, un po’ di sano gusto per l’efficienza ci è rimasto. E quella elezione rapida da parte di una istituzione che era in crisi ci è piaciuta. Sapete anche che abbiamo un passato terzomondista e quel capo della chiesa che veniva dalla “fine del mondo” rinverdiva molti vecchi sogni, ci faceva sperare in una nuova linfa vitale per la vecchia Europa cristiana.
Ma queste sono state le prime reazioni, positive, ma limitate e, se volete, superficiali. Poi c’è stato il seguito. Da tanto tempo noi di sinistra, non abbiamo un padre o una madre. Qualcuno che ci dica con chiarezza e, magari anche con qualche eccesso di semplificazione: questo è bene, questo è male, questo si fa, questo non si fa. Presto probabilmente capo della sinistra diventerà Matteo Renzi che – ammetterete – della figura paterna ha ben poco. Al massimo somiglia a quegli amici dei nostri fratelli minori, furbi e bricconcelli ai quali a nessuno di noi sarebbe venuto in testa di chiedere consiglio sulle grandi domande della vita. Di una certa autorevolezza sentiamo disperatamente bisogno. Di qualcuno che dica, per esempio, “vergogna” di fronte alle morti nel Mediterraneo. Per anni in molti – e non solo di sinistra – ricevevamo un pugno allo stomaco alla notizia di quei barconi affondati, di quelle morti innocenti, ma si doveva stare attenti a non dimostrarlo troppo altrimenti nel migliore dei casi si era accusati di “buonismo” (ritenuto evidentemente di caratura morale inferiore al “cattivismo”) e quindi di ignoranza delle cose del mondo, di incompetenza sui flussi, sulle leggi, sulle statistiche sulle compatibilità, sui pericoli per l’identità del paese ecc. ecc.
Ci dovete capire. Quando il Papa, dopo aver abbracciato un disoccupato e un cassintegrato, dice “Signore Gesù dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro” abbiamo un sussulto, quasi un momento di commozione. Davvero. La parola “lotta” l’avevamo dimenticata, avevamo dimenticato che potesse avere un suono elevato, nobile. In tanti l’hanno calpestata in questi anni, disprezzandola come primitiva o usandola male, strumentalizzandola ai loro fini. Francesco invoca Gesù perché sa che non si può avere un lavoro se qualcuno non ci insegna anche come lottare per averlo. Ogni insegnamento, ogni regola, ogni priorità sono andate evidentemente perdute. I sindacati, è chiaro, hanno bisogno anche loro di qualche ripetizione. Come tanti di noi anche il Papa pensa che si deve cominciare proprio tutto daccapo.
E allora, per favore, comprendeteci. Comprendete chi per anni a sinistra, quando andava bene, ha sentito parlare di disagio sociale, di crisi che ridimensiona i redditi e di soluzioni che alla fine buttavano sempre ad aumentare quel disagio sociale e a ridimensionare i redditi di chi aveva già poco. Poi abbiamo sentito un Pontefice che vuole mettere al primo posto gli ultimi. Fino ad allora nel dibattito pubblico erano apparsi lontani, lontanissimi, invisibili. Le reazioni, infatti sono state di meraviglia e stupore. Le sue parole sono suonate scandalose. Ma quello scandalo a noi è sembrato benefico. Qualcuno finalmente squarciava un velo.
E poi di questo Papa ci è piaciuto anche qualcosa di meno nobile, ma di molto utile. Una sorta di furbizia, qualcuno dice da parroco di campagna, che gli ha fatto intuire immediatamente l’odio crescente nei confronti del privilegio. Il Pontefice che porta la sua borsa da viaggio, il Papa che telefona agli amici, il successore di Pietro che paga il conto in albergo, il capo della chiesa che non abita negli appartamenti vaticani, ma nel convento di Santa Marta. Non siamo così ingenui da pensare a gesti che non siano ponderati e inviati come messaggi, ma ci siamo chiesti perché tanti politici, anche di sinistra, non hanno sentito il bisogno di mandare messaggi analoghi. Per furbizia, magari, se non per convinzione. Ma quella furbizia avrebbe indicato una sintonia e un rispetto, un senso dell’opportunità che ai nostri antichi padri e antiche madri non mancava.
Ma la dottrina, direte, la dottrina? Quando questo Papa parlerà di matrimonio gay, di aborto, divorzio, allora voi di sinistra che direte? Sarete ancora così entusiasti, così “papisti”? Probabilmente no. Probabilmente avremo molto da dire, da contestare, da criticare. Per il momento abbiamo provato una certa consolazione quando il Papa ha parlato degli omosessuali come “feriti sociali” e ha detto che la chiesa è la casa di tutti, anche e soprattutto, degli irregolari. E quando abbiamo constatato che dopo anni di affermazione di valori “non negoziabili” questo Pontefice ci ha detto: “L’opinione della chiesa su questi temi è nota e non c’è bisogno di parlarne sempre”. Per il momento ci basta. E anche qui dovete capire: non ne potevamo più di quella perdita di buon senso a cui sempre più spesso portano le discussioni di dottrina. Non è inevitabile che sia così, ma così finora è stato.
E allora per il momento attendiamo e pensiamo che non sarebbe male cominciare a discuterne prima di litigare con la chiesa. E chissà perché ci viene da pensare che, quando ne discuteremo con chi segue “la nota dottrina”, troveremo orecchie più attente, una testa più aperta, e gli steccati, anche quelli dei laici, potranno essere più fragili.
Sì, questo Papa ci piace. E chi alla chiesa ha sempre creduto dovrebbe essere contento della possibilità di una nuova fratellanza che si fonda su una fiducia reciproca. Di recente il mio amico Fausto Bertinotti, anche lui “papista” convinto, mi ha passato un numero del 2007 della rivista 30 giorni diretta da Giulio Andreotti. Contiene una stupenda intervista a Papa Francesco allora cardinale di Buenos Aires. Ne consiglio la lettura. Nell’intervista, nella quale con assoluta coerenza c’è già tutto Francesco, il Papa parla fra l’altro della necessità di “uscire dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è Dio”. “Questo vale anche per i laici?”, chiede l’intervistatrice Stefania Falasca. E il cardinale Bergoglio risponde: “La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… E’ proprio una complicità peccatrice”. E prosegue: “E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane in Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li trovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la chiesa, i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solo il battesimo e avevano vissuto la loro missione apostolica in virtù del loro battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua tenerezza”.
Adesso è chiaro perché ci dovete capire? Perché molti di noi di sinistra sono quelli che Karl Rahner definiva “cristiani anonimi”, siamo fuori dal perimetro della chiesa, però ne possiamo condividere idee e convinzioni. E questo – rassicuratevi – sempre per dirla con Rahner “non rende superfluo il cristianesimo esplicito, anzi lo reclama per la sua stessa essenza e per la sua specifica dinamica”. Allora tranquilli. Niente di male se il Papa piace a sinistra. Se piace ai laici, ai non credenti, agli atei e ai miscredenti. Abbiate un po’ di comprensione. Anche noi abbiamo bisogno di un padre che abbia fiducia in noi. Che poi sia santo, questo lo ammetto, è fatto che vi riguarda quasi esclusivamente.

lunedì 7 ottobre 2013

Massimo Recalcati, Una domanda latente di pausa

Massimo Recalcati
La  stanchezza dell'Occidente
la Repubblica, 6 ottobre 2013

L’esaurimento è una reazione alle sirene dell’edonismo esasperato che produce anche la precarietà sociale ed economica Il fenomeno nasce dal “principio di prestazione”, che costringe la vita a essere “produttiva” e l’individuo ad affermare se stesso. Recentemente il sociologo coreano Byung-Chul Han ha proposto l’immagine della stanchezza come chiave interpretativa della nostra epoca. Qualcosa si è esaurito, è scaduto, è divenuto privo di forza. In contrasto solo apparente con questa stanchezza di fondo il nostro tempo sembra sostenuto da una corrente eccitatoria permanente. Come intendere questa oscillazione bipolare tra frenesia e stanchezza? Tutti ci lamentiamo di come il tempo della nostra vita sia incostante accelerazione. Rocco Ronchi per definire questa tendenza ha evocato l’immagine della “mobilitazione generalizzata” con la quale Ernst Jünger aveva definito il tempo caotico della prima guerra mondiale. La nostra mobilitazione permanente non ha però come bussola la difesa del suolo, dell’identità, dei confini. Noi non abitiamo piuttosto il tempo della liquefazione di ogni identità, della contaminazione, della globalizzazione, della relativizzazione di tutti i confini?
Questo significa che l’attuale mobilitazione in cui tutti siamo coinvolti non ha un obbiettivo fuori dalla riproduzione di se medesima. Siamo tutti stanchi e al tempo stesso tutti mobilitati. Siamo bipolari, costretti a servire un principio di prestazione inflessibile e superegoico per poi riconoscerci esausti, sfiniti, senza più risorse. Questo paradosso lo indicava già Heidegger nella sua diagnosi del nichilismo occidentale: il nostro tempo è il tempo della riduzione del mondo a pura risorsa da sfruttare illimitatamente. In questo senso la nostra stanchezza rivela la verità dell’iperattivismo che non affligge solo le vite dei bambini occidentali ma, ben più radicalmente, la vita stessa dell’Occidente. La vita è esausta, spossata, afflitta da una stanchezza reattiva alle sirene dell’iperedonismo che, non dimentichiamolo, produce anche la precarietà sociale ed economica che è il vero volto dell’Occidente sotto la maschera della sua giostra maniacale. Marcuse aveva già messo in luce come il capitalismo avesse trasfigurato il principio freudiano di realtà nel principio di prestazione. Una nuova forma di alienazione si delineava: non solo quella relativa allo sfruttamento della forza lavoro – secondo lo schema marxista –, ma quella di una nuova forma di oppressione della vita costretta ad essere necessariamente produttiva, liberata dai vincoli oscurantisti della tradizione, ma asservita ad un nuovo padrone: la necessità della affermazione ad ogni costo della propria individualità. Ebbene, la stanchezza che ci affligge oggi non mostra forse il limite di questo mito antropologico? Non mostra la corda del sogno narcisistico di diventare padroni di noi stessi, di realizzare il nostro nome a prescindere da quello dell’Altro?
Facciamo due soli esempi. Il primo è quello del disagio giovanile che non si caratterizza più per il conflitto vitale tra le generazioni, ma per uno spegnimento del sentimento della vita. Al centro non è più il disagio tra la giovinezza che avanza le sue esigenze di trasformazione del mondo e l’ordine granitico dell’esistente, ma il disagio di un vita spenta, stanca, lontana dal desiderio. I sintomi attuali degli adolescenti che si rivolgono allo psicoanalista (violenza, alcoolismo, tossicomanie, dipendenza dall’oggetto tecnologico, anoressia, bulimia, isolamento, ecc.) hanno questa radice in comune: non scaturiscono più dalla dissonanza tra il desiderio e la realtà, ma da una specie di affaticamento del desiderio stesso. La vita che dovrebbe sbocciare nel tempo della sua primavera tende a contrarsi, a chiudersi su se stessa, a ripiegarsi. Questo movimento regressivo contrasta solo apparentemente con l’esaltazione maniacale di cui si nutre la nostra Civiltà poiché, in realtà, è solo l’altra faccia di quella medaglia.
Il secondo esempio riguarda uno dei grandi simboli dell’Occidente; è la stanchezza di Benedetto XVI che, sfinito, lascia il suo posto mostrando il volto umano del rappresentante ideale e normativo di Dio in terra. Cosa vi possiamo leggere? Non solo un dramma interno alla Chiesa Cattolica e alla necessità di un suo profondo rinnovamento. Esso rivela una stanchezza profonda nella vita di tutte le istituzioni che non sembra più in grado di essere animata da passioni profonde. Il senso religioso della vita e quello laico della polis sembrano entrambi esauriti. Si pensi solo alla stanchezza che avvolge la politica come tale. In questo tornante non è in gioco l’esperienza della perdita di tutti i valori, lo spettro minaccioso del nulla, della morte di Dio come accadde alle soglie del Novecento. Oggi quel grande smarrimento ontologico lascia il posto al frastuono della vita spensierata, all’homo felix dedito alla ricerca compulsiva della “sensazione”, prigioniera della idolatria degli oggetti, integralmente esteticizzata. Al centro non v’è più il nulla che minaccia l’essere, ma un troppo pieno che ottunde, un eccesso di presenza, una mancanza della mancanza, come direbbe Lacan.
Eppure questa ultima grande crisi economica mostra tutti i segni della gravissima patologia che affligge l’Occidente. Siamo in un punto di snodo: dobbiamo provare a leggere la stanchezza attuale dell’Occidente non solo come l’effetto di una disillusione fondamentale delle false promesse di felicità del capitalismo, ma anche come una domanda di un altro mondo possibile. L’uomo dell’Occidente è un uomo stanco della vita o di questa vita? Dovremmo provare a leggere in questa nostra stanchezza non solo una caduta depressiva della vita, ma anche l’esigenza di un’altra vita. Essa contiene già in sé una domanda latente di pausa, di sconnessione dalla connessione perpetua a cui siamo “obbligati”, contiene già una esigenza positiva di silenzio.

lunedì 11 febbraio 2013

La rinuncia del papa: un commento

Queste dimissioni mi sconcertano e mi spiazzano. Sono un sasso nella palude. Almeno ci sarà qualcosa di cui parlare, invece dell'infame chiacchiericcio elettorale, con il coté volgare del Berlusconi di sempre, le promesse da Pinocchi e i vuoti pneumatici della comunicazione di massa. Un uomo molto potente si dichiara "stanco" e inadeguato. E così facendo interpella la coscienza di ognuno di noi, soprattutto di quelli che occupano le posizioni di privilegio, applicando queste ultime condotte defezioniste, ripiegate sull'interesse proprio a discapito di quello collettivo. Il suo, infatti, non mi sembra tanto un abbandonare il campo ma un dichiarare che QUEL campo, non la sola Chiesa ma il mondo di cui essa dice di occuparsi, è così dolente da richiedere uomini (e donne) all'altezza della situazione. 

Claudio Vercelli

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Nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione di alcuni Beati, tenuto alle ore 11 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, durante la celebrazione dell’Ora Sesta, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto ai cardinali presenti il seguente annuncio:

...
Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente
esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da
dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.
Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.