Giuliano Santoro
I No Kings dopo il referendum: "Primarie? Non ci interessa parlare di leader"
il manifesto, 26 marzo 2026
«Dopo quello che è successo al referendum, tutto ci serve tranne che parlare di leadership del centrosinistra». Il messaggio che i No Kings affidano alla politica istituzionale, presentando le due giornate del prossimo fine settimana, non potrebbe essere più chiaro. Il movimento che da mesi, prima che si potesse sospettare di ritrovarsi a Roma con Meloni in difficoltà e blindata dentro Palazzo Chigi, sta organizzando l’opposizione a tutti i re di questo tempo ha presente la novità e la forza della massa critica che si è manifestata con il No alla riforma della giustizia della destra. Ma per questo non ha intenzione di farsi imbrigliare in discussioni tra segreterie di partiti e alchimie sugli assetti elettorali. Perché, dicono, semplicemente non è il momento.
Al contrario, adesso bisogna invadere le piazze, diffondere capillarmente una nuova forma della politica, allargare la base sociale di chi si oppone a sovranismi, guerre, autoritarismo. «Di fronte al risultato del referendum, con la vittoria dovuta a una mobilitazione di popolo, il dibattito sulla leadership che vediamo adesso intorno al campo largo è riduttivo e insufficiente rispetto a quello che è successo – conferma Luca Blasi nel corso della conferenza stampa ospitata nella sede della Fnsi – Bisogna parlare di temi e programmi, di salario minino e di finanziamenti non alle armi, ma alla sanità e all’istruzione. Sono tutti temi che porteremo in piazza. Essere No Kings è questo: combattere un’idea sbagliata della politica che pensa alla leadership invece che ai processi collettivi».
Raffaella Bolini dell’Arci chiarisce ancora meglio il concetto: «Il tema non è farci spazio nella politica che esiste già. Noi vogliamo riportare la politica tra le persone. Le urne a volte sono il mezzo per il cambiamento, come è successo nei giorni scorsi. Ma non sono il solo strumento. In questo senso rappresentiamo una sfida alla politica esistente». Ecco perché Cristopher Ceresi dei Municipi sociali di Bologna prova far slittare le categorie del dibattito politico con lo scatto di una consonante: «Non si tratta di far dimettere qualcuno. Si tratta di dismettere un sistema politico, di cambiare le categorie».
Per Antonello Ciervo dei Giuristi democratici «proprio quei movimenti che il governo vuole criminalizzare hanno fatto vincere la legalità costituzionale e stanno cambiando la politica». «Anche la Fiom e la Cgil sostengono la mobilitazione fin dall’inizio – dichiara Barbara Tibaldi, segretaria nazionale Fiom – Il lavoro, quello previsto in Costituzione, cioè i lavoratori non hanno bisogno di guerre, hanno bisogno di diritti, hanno bisogno di dignità, hanno bisogno di futuro e noi il 28 marzo sfileremo a Roma consapevoli di essere dalla parte giusta e con la parte migliore di questo paese per rivendicare un cambiamento che i giovani stanno rivendicando con forza a partire dal voto al referendum».
Gli organizzatori ammettono un limite: non riescono a stare al passo con tutti quelli che aderiscono e che organizzano pullman verso Roma. Piantedosi diffonde allarmi che vengono respinti al mittente. Ci sarà un coordinamento di 150 cori polifonici, coi canti che attraverseranno il corteo. Ci saranno i migranti e gli antirazzisti, gli spazi sociali che rischiano lo sgombero e che tengono la luce accesa nei territori, i lavoratori della Gkn e le anime del movimento pacifista. «La dimensione è internazionale – aggiunge Roberto Eufemia – Perché in tutto il mondo capitalismo e imperialismo attaccano la possibilità di pensare un mondo migliore. Per questo porteremo in piazza le bandiere di Palestina, di Cuba e quelle curde. Ci muoveremo con Minneapolis e gli Usa. E con Londra, Parigi e altre città nel pianeta».

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