mercoledì 4 marzo 2026

La strategia del caos

Mojtaba Khamenei

Alessia Melcangi
La strategia del caos, arma degli ayatollah

La Stampa, 4 marzo 2026

L' Iran sta vivendo il momento più difficile e pericoloso dal 1979. Nemmeno quando il nuovo sistema della Repubblica islamica, a cui si contrapponevano comunisti, socialisti islamici e moderati liberali, doveva ancora strutturarsi sull’onda della rivoluzione. Nemmeno quando otto anni di guerra con l’Iraq devastarono il Paese, prosciugarono le sue risorse e ne segnarono una generazione, Teheran apparve così isolata, colpita, vulnerabile come adesso. Oggi l’Iran è sgretolato. E dunque inferocito.

L’attacco congiunto lanciato il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele ha prodotto uno shock strategico. Saltati gli accordi, congelato ogni dialogo, evaporata la residua ambiguità diplomatica. Da allora Teheran ha risposto con droni e missili verso più direzioni: non solo contro Israele, ma contro il vicinato, i Paesi del Golfo, colpendo le basi militari americane e dentro le città, i centri economici e del potere delle monarchie. Non è una reazione impulsiva. È una scelta.

Poche settimane fa si ragionava su quanto l’Iran fosse un bersaglio diverso dal Venezuela. Teheran – a differenza di Caracas – dispone di strumenti di risposta asimmetrici, profondità strategica, capacità di allargare il conflitto. E sta usando esattamente quei margini. Non può vincere militarmente contro gli Stati Uniti. Ma può trascinare la regione in una spirale rischiosa.

Si parla ora di “escalate to de-escalate”: alzare drasticamente il livello dello scontro per costringere l’avversario a fermarsi, saturarne le difese. Finché l’Iran combatteva attraverso Hezbollah, le milizie irachene, gli Houthi, manteneva distanza e opacità. Oggi quella profondità strategica, costruita in decenni, è stata erosa. I proxy sono stati indeboliti o eliminati. Il sistema di difesa avanzato è stato colpito. La deterrenza per procura non basta più. E allora cambia la linea militare. Non più guerra indiretta, ma “signalling” diretto. Missili firmati. Attacchi rivendicati. Coinvolgimento degli Stati che ospitano o sostengono il fronte avversario.

È ciò che in ambito strategico viene definito” horizontal escalation”: se non posso vincere verticalmente contro Israele e Stati Uniti, allargo orizzontalmente il teatro. Redistribuisco il rischio. Rendo il costo regionale insostenibile colpendo chi sostiene il nemico e costringendolo a scegliere se diventare parte del conflitto. E nel Golfo gli effetti si vedono chiaramente. Raffinerie in Arabia Saudita, impianti energetici in Qatar, petroliere colpite al largo dell’Oman. Strutture civili – hotel, aeroporti – trasformate in obiettivi simbolici per incrinare l’immagine di stabilità costruita dalle monarchie del Golfo. È un messaggio politico prima ancora che militare.

Nel frattempo, Hezbollah rientra in scena dal Libano, trascinata dall’insaziabile “fame di guerra” di Nethanyau, mentre le milizie sciite attaccano basi americane in Iraq. La guerra si moltiplica per cerchi concentrici. Da qui la definizione di “deterrence by chaos”. Non teoria matematica, ma metafora politica: rendere il sistema talmente instabile da costringere le potenze esterne a fermare l’escalation. Creare pressione non solo sul campo di battaglia, ma sui mercati, sugli alleati di Washington, sull’opinione pubblica americana. Perché se il conflitto fa salire i prezzi dell’energia, se colpisce le borse, se destabilizza il Golfo – il cuore energetico globale – il costo politico per la Casa Bianca e per tutti noi cresce.

La leva è evidente nello Stretto di Hormuz, la cui chiusura ha già provocato il decollo dei prezzi del petrolio e del gas. Cina, Giappone, Corea del Sud, India osservano con preoccupazione: una quota decisiva delle loro importazioni energetiche passa da lì. È un modo per trascinare Pechino nel dossier, per trasformare una guerra regionale in crisi globale. La somiglianza con la dottrina israeliana del “cane pazzo” è evidente. Mostrarsi imprevedibili, pronti a colpire senza schema apparente, per rafforzare la deterrenza.

Ma l’Iran arriva a questa fase già sfinito: il conflitto di giugno ha messo a dura prova la resilienza militare e il programma nucleare; le trattative si sono rivelate inconcludenti; l’uccisione della Guida Suprema ha chiuso ogni spazio ai moderati e ora la vendetta diventa obbligo politico, prova di continuità e di sopravvivenza del regime. Oggi regna il polso duro. I missili servono a dimostrare forza. La morte va vendicata, la perseveranza celebrata. Dopo le eliminazioni mirate dentro la nomenclatura, non c’è spazio per figure concilianti mentre dal fronte guidato da Tel Aviv si impone apertamente una resa incondizionata.

Teheran sta giocando il tutto per tutto. Il punto è che questa strategia nasce da una percezione esistenziale. Quando un regime ritiene di non avere più margini, alza il livello per ridefinire le regole dell’ingaggio. È calcolo nel rischio massimo. Un approccio tipico di un sistema che si sente con le spalle al muro. Resta la domanda cruciale: quanto può durare?

Donald Trump sostiene che Marina, aviazione e difese aeree iraniane siano state distrutte. Se così fosse avrebbe ancora migliaia di droni e centinaia di missili. Segno che capacità residue esistono. E che la volontà politica conta almeno quanto la superiorità tecnologica. Il rischio è confondere una trappola per una soluzione.

E qui entra la variabile decisiva: il Golfo. Le monarchie sono colpite ma ancora esitanti. Finché restano in equilibrio, l’equazione tiene. Ma una loro polarizzazione netta cambierebbe tutto, trasformando la crisi in uno scontro regionale aperto.

E a quel punto il caos potrebbe non essere più uno strumento di Teheran, ma un fattore capace di ritorcersi contro se stessa.

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