venerdì 6 marzo 2026

Elogio della Stampa

 


Gad Lerner
La Stampa e il disastro del finanziere indispettito

il manifesto, 6 marzo 2026

John Elkann che svende La Stampa a un collezionista di giornali di provincia, messi insieme attraverso reti di finanziatori locali, simboleggia brutalmente l’addio del capitalismo novecentesco italiano alla sua città-fabbrica: Torino, ormai desertificata nei suoi impianti produttivi.

Resta ora solo da chiederci: a quando la cessione della Juventus? L’altro simbolo torinese di un’egemonia secolare degli Agnelli consumatasi nel giro di pochi anni, tra promesse menzognere e lo stato d’animo di perenne diffidenza che affligge un capo-azienda che si sente malvisto e incompreso. Una sfiducia che si è tradotta in improvvisazione. Basti pensare che il nipote di Agnelli ha piazzato la stessa persona [Maurizio Scanavino] sia alla guida del gruppo editoriale Gedi – ormai prossimo al definitivo smantellamento con la cessione di Repubblica al greco Kyriakou – sia alla guida della blasonata squadra bianconera: un manager digiuno tanto di editoria quanto di calcio, prescelto con l’unico criterio della fedeltà assoluta.

Torino sta facendo così i conti con il distacco sentimentale di una ricchezza finanziaria per sua natura indifferente a qualsivoglia responsabilità sociale dell’impresa, svuotata di ogni dimensione culturale. Aveva esordito nel 2020 con la superbia di chi si sente protagonista dei processi di trasformazione dell’economia mondiale, in grado di dar lezioni anche nel campo dell’editoria. Non ne ha azzeccata una; e patisce la perdita di reputazione in quello che fu il suo territorio domestico perché non ha avuto l’umiltà di comprendere che i giornali hanno un’anima, e quella non gliela puoi espiantare o trapiantare. Annunci roboanti di rivoluzione digitale, ostentazione di rapporti privilegiati con i big della new economy, empatia zero con un pubblico di lettori considerato obsoleto e rimpiazzabile, licenziamento in tronco a Repubblica del direttore Verdelli, sostituito con il corpo estraneo Maurizio Molinari elevato, niente meno, pure a direttore editoriale Gedi.

Io che ho lavorato tre anni con Ezio Mauro nella direzione de La Stampa, dal 1993 al 1996, posso testimoniare come quel giornale fosse riuscito a dar vita a un amalgama, un impasto fecondo di sensibilità radicate nella società circostante. Non solo gli interessi della Fiat e la vocazione internazionale, ma la storia di una borghesia torinese che nell’azionismo, durante la Resistenza, aveva superato il tabù anticomunista e cercato l’incontro con il movimento operaio. Penso alla vecchia guardia dei Primo Levi, Massimo Mila, Carlo Casalegno, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Frane Barbieri, Vittorio Gorresio, Furio Colombo. Ma penso anche alla nuova leva dei Filippo Ceccarelli, Curzio Maltese, Pino Corrias, Massimo Gramellini, Aldo Cazzullo, Domenico Quirico.

Mi scuso per la lunghezza di questo, peraltro incompleto, elenco di firme. Oggi Elkann si libera di un giornale che ha saputo nonostante la crisi mantenere indubbia qualità. Benché le sue perdite di bilancio rappresentino spiccioli nel portafoglio Exor, recide un legame storico, indispettito perché La Stampa non è servita né a proteggerlo personalmente né a garantirgli buoni rapporti con il governo. Liquida con disinvoltura un passato glorioso assieme alla sua torinesità.

Mi è venuto da chiedermi come si sarebbe comportato di fronte a un tale scempio Gianni Agnelli, figura certo assai discutibile nelle sue scelte imprenditoriali di timoniere della Fiat, ma editore di ben altra levatura, sinceramente rispettoso dal mestiere giornalistico. Per com’era fatto non credo avrebbe reagito con l’esuberanza di Carlo De Benedetti che, dopo la cessione di Repubblica a Exor voluta dai suoi figli, ha finanziato di tasca sua Domani, piccolo giornale di indubbia qualità.

L’Avvocato era meno battagliero, badava piuttosto a un culto del sé che lo avrebbe tenuto lontano da avventure minoritarie benché prestigiose. Di certo, però, avrebbe sofferto questa perdita. Esportava molti capitali all’estero ma non si sarebbe mai intestato un abbandono così plateale di Torino.


Nessun commento:

Posta un commento