
Antonio Gramsci tra i redattori dell'Ordine Nuovo
Antonio Carioti
Gobetti il torinese, liberalismo e rivoluzione
Corriere Torino, 4 marzo 2026
Le rivistine studentesche più o meno goliardiche, curate da ragazzi neppure ventenni, sono un fenomeno normale. Meno normale è che al principale animatore di una pubblicazione del genere venga offerto, prima ancora che compia 18 anni, di andare a dirigere un settimanale politico importante di respiro nazionale. Ma nella breve esistenza di Piero Gobetti tutto ha un carattere assolutamente eccezionale.
Nato a Torino il 19 giugno 1901, il futuro editore è figlio di una famiglia modesta. I genitori, originari del piccolo comune di Andezeno, sono di estrazione contadina e nel capoluogo del Piemonte si sono dedicati al commercio. Hanno una drogheria in via XX Settembre e sopportano pesanti sacrifici per far studiare l’unico figlio. Piero li ripaga con risultati scolastici brillanti, grazie alla viva intelligenza e all’applicazione intensissima sui libri.
È un adolescente alto e snello, dagli occhi grandi e dai capelli arruffati, pervaso di entusiasmo per la cultura e per gli ideali del patriottismo democratico. Ha buoni maestri al liceo Gioberti, tra i quali paradossalmente un professore di filosofia che sarà ministro sotto Benito Mussolini, Balbino Giuliano: le sue lezioni influenzano parecchio il precoce allievo, destinato però a diventare un fiero antifascista.
Gobetti fonda il periodico Energie Nove nel novembre 1918, quando ha solo 17 anni. Tra i redattori c’è anche Ada Prospero, della quale si è innamorato da tredicenne: si fidanzano molto giovani e si sposeranno l’11 gennaio 1923. Il figlio Paolo verrà alla luce il 28 dicembre 1925, un mese e mezzo prima della prematura morte di suo padre.
La rivista studentesca di Gobetti s’ispira alla visione liberale dell’economista Luigi Einaudi, paladino del mercato, ma anche all’interventismo democratico dello storico pugliese meridionalista Gaetano
Salvemini. Quest’ultimo dirige un settimanale, L’Unità, che al termine della Prima guerra mondiale ambisce a promuovere un movimento politico.
Nasce così la Lega democratica, che tiene a Firenze nell’aprile 1919 un congresso a cui Gobetti partecipa. L’ingegno acuto del giovane torinese impressiona profondamente Salvemini: lo storico di Molfetta, ex socialista, è un uomo segnato dalle disgrazie personali, che ha perso l’intera famiglia (moglie, cinque figli e una sorella) nel terremoto di Messina del 1908 e ha trovato una ragione di vita nell’impegno civile. Ora però è stanco per i tanti anni di lotta e vede in Piero una promessa confortante. Tanto che gli offre appunto di assumere al suo posto la direzione dell’Unità.
Il ragazzo considera Salvemini «un genio», come scrive in una lettera alla fidanzata, e non si sente maturo per un simile impegno. Preferisce proseguire l’esperienza di Energie Nove, che arriva a pubblicare firme prestigiose: il già citato Einaudi, maestro di Gobetti all’università, e i filosofi Benedetto Croce, Guido De Ruggiero, Rodolfo Mondolfo.
Eppure nel febbraio 1920 Piero chiude la sua prima rivista. Vuole riflettere, cercare nuove strade. Lo affascina la rivoluzione bolscevica e per comprenderla meglio si mette a studiare il russo. Presta inoltre una partecipe attenzione alle lotte dei lavoratori industriali, culminate con l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920. Si convince che la classe operaia è portatrice del rinnovamento radicale di cui ha bisogno l’Italia.
Su quel terreno si registra un secondo incontro importante. A Torino opera un gruppo di giovani socialisti rivoluzionari, che nel gennaio 1921 aderiscono al neonato Partito comunista d’italia. Il loro esponente di maggior spicco è un sardo dalla penna affilata nato nel 1891, Antonio Gramsci. Gobetti li segue con estremo interesse e intavola animate discussioni con quegli interlocutori animati dalla sua stessa ansia. Condividono l’insofferenza per la vita politica dominata dalla figura di Giovanni Giolitti, leader liberale incline al compromesso e abilissimo nelle manovre parlamentari.
Gramsci stima Gobetti, anche se tra i due resta una notevole distanza sul piano ideologico, e gli affida la critica teatrale per il suo giornale L’Ordine Nuovo, di cui il giovane liberale frequenta spesso la redazione. Quando si moltiplicano le violente azioni squadriste contro il movimento operaio, Piero scrive ad Ada che sarebbe pronto a difendere la sede del quotidiano comunista da un assalto delle camicie nere.
Dopo la morte di Gobetti, avvenuta a Parigi il 16 febbraio 1926, Gramsci scriverà di lui, in un saggio sui problemi del Mezzogiorno, che «la sua caratteristica più rilevante era la lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore». Piero, secondo il leader del Pcd’i, «non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato».
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