Sebbene gran parte della stampa ufficiale abbia celebrato l'evento come un successo coreografico all'Arena di Verona, diverse testate e commentatori hanno sollevato critiche specifiche su alcuni aspetti della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
Ecco i punti principali che sono stati oggetto di discussione nei media:
Le "gondolette" bocciate: Nelle pagelle della cerimonia, la Gazzetta dello Sport ha assegnato un 4 alla scelta scenografica delle gondolette, definendola un elemento poco riuscito rispetto al resto dello show.
Mix Pop vs Lirica: Alcuni critici hanno evidenziato un contrasto stridente tra la sacralità del luogo e le esibizioni più "pop" e commerciali, come quelle di Achille Lauro, Gabry Ponte e i Major Lazer, che per una parte del pubblico hanno rasentato il kitsch.
Critiche estetiche e moda: La rubrica di moda di D di Repubblica ha pubblicato una lista di "promossi e bocciati", evidenziando come alcuni look e scelte estetiche non fossero all'altezza della solennità olimpica.
I costumi scelti per l'opera e la sovrapposizione con la sfilata degli atleti
La critica ha toccato proprio questi tasti, evidenziando quello che molti hanno definito un "corto circuito" estetico tra la solennità della lirica e il dinamismo della sfilata degli atleti all'Arena di Verona.
Ecco le principali critiche mosse dai media e dagli esperti di costume:
Il caos visivo della sovrapposizione: Diversi commentatori, tra cui quelli di Radio Studio90 Italia, hanno notato come la scelta di far sfilare gli atleti contemporaneamente a quadri operistici complessi abbia prodotto l'effetto di una confusione visiva. Gli atleti, con le loro tute tecniche e colorate, "cozzavano" inevitabilmente con le scenografie barocche e i costumi d'epoca, annullando l'impatto di entrambi i momenti.
Costumi d'Opera giudicati eccessivi: Nelle pagelle di D di Repubblica, i costumi ispirati al mondo della lirica sono stati tra i meno apprezzati. Nonostante l'intento di celebrare la tradizione veronese (come l'opera L'Olimpiade di Vivaldi), molti sono stati giudicati troppo carichi o "datati", incapaci di dialogare con lo spirito contemporaneo dei Giochi.
Perdita di centralità dei protagonisti: Alcuni articoli su La Gazzetta dello Sport hanno sottolineato come gli atleti siano apparsi quasi come "comparse" di uno spettacolo teatrale preesistente, invece di essere il fulcro della celebrazione, proprio a causa della massiccia presenza di figuranti in costume che occupavano lo spazio scenico.
Il contrasto con il segmento "French Alps 2030": La critica ha evidenziato come il passaggio di testimone alla Francia abbia mostrato un approccio estetico molto più minimale e moderno, facendo risaltare ancora di più, per contrasto, la ridondanza stilistica della parte italiana.
In sintesi, il tentativo di unire "colto e popolare" è stato visto da una parte della critica come un'occasione persa, dove la ricerca del grandioso è scivolata nel kitsch proprio per la mancanza di una sintesi visiva coerente.
Il kitsch come criterio supremo
Sia Aida che Violetta erano insopportabilmente sovraccariche e astratte, stessa cosa per le maniche sbuffanti di Rigoletto o Figaro. La critica più feroce è arrivata proprio dai puristi e dagli esperti di costume, che hanno visto in quelle scelte una deriva Disney barocca priva di rigore. Ecco un repertorio delle critiche sollevate dai diversi commentatori.
Il kitsch operistico: Testate come Classic Voice (spesso molto attenta all'estetica dei festival) hanno sottolineato come la cerimonia abbia preferito l'effetto "parco a tema" alla fedeltà filologica. L'Aida e la Violetta che hai visto sono state descritte come caricature, caricate di strass e volumi eccessivi per "bucare lo schermo", sacrificando la verosimiglianza storica sull'altare del gigantismo televisivo.
Costumi come carri allegorici: Le maniche a sbuffo ipertrofiche di Rigoletto e Figaro sono state paragonate da alcuni critici di moda e costume sui social (e in pezzi di costume su Vanity Fair Italia) a maschere di Carnevale più che a costumi teatrali di alto livello. L'accusa principale è stata quella di aver trasformato il patrimonio dell'Opera in un cliché visivo per il pubblico internazionale.
Anacronismo visivo: La sovrapposizione tra questi "giganti di stoffa" e gli atleti in Gore-Tex ha accentuato l'effetto di straniamento. La mancanza di una direzione artistica che armonizzasse i periodi storici ha reso tutto, come dici tu, "insopportabile" per chiunque avesse un minimo di occhio critico o sensibilità storica.
È interessante notare come, per molti media generalisti, la parola d'ordine sia stata "spettacolarità", ma per chi conosce il teatro, è stata vissuta come una svendita estetica dell'Arena e della sua storia.
A quanto pare. i curatori dell'allestimento hanno seguito il criterio dell'accentuazione spettacolare e si sono lasciati guidare da una sorta di ignoranza ingenua. Molti esperti si sono spinti oltre e hanno parlato di regressione culturale. Invece di proporre una visione contemporanea e sofisticata dell'Italia (come fece ad esempio la cerimonia di Torino 2006 con il design di Italo Lupi), si è scelto di rifugiarsi in uno stereotipo polveroso e iper-decorato.
Questa critica è emersa in diversi ambienti:
L'estetica del souvenir: Alcuni commentatori su Artribune hanno paragonato l'estetica della cerimonia a quella dei negozi di souvenir per turisti: un'accumulazione di simboli (l'Opera, le gondole, i costumi gonfiati) priva di una vera regia intellettuale.
Colpa della televisione: Molte testate di settore hanno ipotizzato che la direzione artistica abbia "peccato di hybris", convinta che per colpire il pubblico globale servisse pompare i volumi e i colori, ignorando che la sobrietà e la precisione storica sono i veri tratti distintivi dell'eccellenza italiana.
Il divario con il mondo dell'Opera reale: Mentre teatri come la Scala o la stessa Fondazione Arena cercano da anni linguaggi moderni, questa cerimonia sembra aver fatto un salto all'indietro di cinquant'anni, proponendo un Rigoletto e un Figaro da recita parrocchiale di lusso.
L'aspetto più grave di questa "ignoranza colpevole" è stato proprio l'aver usato l'Arena — un tempio della cultura — come fondale per un'estetica da Vegas sul d'Adige, confermando il timore che, quando l'Italia deve rappresentare se stessa, finisca spesso per cadere nell'auto-caricatura.
È un peccato che, in un'occasione così internazionale, la vera cultura del costume italiano (quella di Piero Tosi o Danilo Donati) sia stata sostituita da un ammasso di "maniche a sbuffo" senza senso.

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