Mirko Canevaro
Università di Edimburgo
I potenti citano sempre Tucidide, ma nessuno lo ha letto davvero
Domani, 21 febbraio 2026
L'inner circle di Donald Trump è sempre stato pieno di gente che fa finta di aver letto Tucidide. Durante la prima presidenza Trump avevamo H.R. McMaster (National Security Adviser) e James Mattis (segretario della Difesa) che sproloquiavano della «trappola di Tucidide»: la crescita della potenza cinese avrebbe reso inevitabile il conflitto con gli Stati Uniti, così come la crescita della potenza ateniese rese inevitabile il conflitto con Sparta. Leggi matematiche delle relazioni internazionali, dicevano.
Adesso ci risiamo, col concorso di pensosi commentatori dai quattro angoli del globo. Steven Miller, numero due di Trump e vera eminenza grigia – dicono – di questa seconda amministrazione spiegava recentemente alla Cnn che «viviamo in un mondo governato dalla forza, dal potere… Sono leggi ferree del mondo dall’inizio dei tempi».
Per questo, opinava, nessuno oserebbe davvero opporsi al controllo americano della Groenlandia, se gli Stati Uniti volessero davvero imporlo – perché il forte fa come crede e il debole subisce. Il riferimento implicito – ma così chiaro da essere quasi esplicito – è a Tucidide, all’onnipresente dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Così chiaro che a Davos, poche settimane fa, il primo ministro canadese Mark Carney, nel discorso più applaudito, lo ha esplicitato, contro Trump e Miller: «Ogni giorno ci viene ricordato che i forti fanno ciò che possono, e i deboli soffrono ciò che devono», constatando come «questo aforisma di Tucidide sia presentato come inevitabile – come la logica naturale delle relazioni internazionali». E Carney ha ragione: c’è una sovrabbondanza di realisti politici, ultimamente, nel commentariato e nella politica occidentale, che ci spiegano come va il mondo – lo diceva Tucidide, no?
Lo diceva Tucidide?
No, non proprio. Lo fa dire dagli Ateniesi ai Melii, nel 416 a.C., quando intimano a questa povera isoletta neutrale di arrendersi o di essere distrutta. I negoziatori ateniesi rifiutano ogni appello alla giustizia: «La giustizia entra nei ragionamenti umani solo quando le forze sono pari… Noi crediamo che per legge di natura chi è più forte comandi». I Melii resistono. Atene allora, per rappresaglia, massacra gli uomini e schiavizza donne e bambini.
È pur vero che da generazioni questo passo è insegnato nei corsi di relazioni internazionali, da West Point a Pechino, come testo fondativo del “realismo politico”. Il problema degli aforismi, però, è che è facile inciampare se non si legge ciò che li circonda.
La risposta dei Melii in questo caso è significativa: la giustizia conviene anche agli Ateniesi, per evitare che, sconfitti, diventino esempio per tutti della più grande vendetta, del più grande castigo per le loro azioni. Parole a vanvera di chi sta per essere annientato? In realtà ciò che succede agli Ateniesi dopo la distruzione di Melo, nella narrazione Tucididea, è esattamente quello che i Melii avevano previsto.
Quello stesso inverno, convinti da Alcibiade (con argomenti anch’essi di “realismo politico”) a invadere la Sicilia, gli Ateniesi si imbarcarono – convinti della loro forza inarrestabile – in un’impresa eccessiva, sproporzionata, che finì in quella che Tucidide descrive come la più grande disfatta della storia greca, una «rovina totale».
Fortuna inevitabile
Ora, si potrà obiettare che non è obbligatorio ascoltare Tucidide. Verissimo. Ma visto che tutti sembrano volerne ricavare una qualche lezione, eccola – è la lezione tradizionale dell’etica e della morale greca (anche di quella popolare). È tendenza degli uomini (e degli stati) ricchi, potenti, fortunati, convincersi che questa fortuna sia inevitabile, che non possa mai cambiare.
Imbaldanziti dal loro successo, i potenti, non contenti del rispetto, dell’onore che vengono loro tributati, tendono a esagerare, a considerarsi più e meglio di quanto siano, e di conseguenza a calpestare la dignità del prossimo, a negare al prossimo il rispetto a esso dovuto.
Peggio, leggono ogni limite posto da norme e convenzioni alla loro volontà di potenza come una mancanza di rispetto verso di loro, uno sgarro da punire. Si chiama, nel pensiero greco, hubris, e l’hubris rende il potente stupido, lo infetta di una follia, di un difetto di senso e ragione che sfocia regolarmente nella rovina. Ecco la vera “legge naturale” di Tucidide e del pensiero greco.
La legge del più forte
Oggi troppi cercano di spiegarci che il mondo è governato dalla legge del più forte. Sarà, anche se a me pare che questo “realismo politico”, come tutti i realismi, invece di affermare un dato di fatto voglia invece retoricamente imporlo – voglia convincerci che è così per assicurarsi che sia davvero così, che sia legittimo che sia così.
A guardare alle azioni dell’amministrazione Trump – con lenti greche e tucididee – sono altre le cose che balzano all’occhio. Balza all’occhio un uomo – e con lui un gruppo di potere – ubriaco della propria fortuna, ricchezza e potenza. Che manca di rispetto a destra e a manca salvo continuamente inalberarsi per questo o quell’altro che, nel rispondere occasionalmente a tono, è “disrespectful” verso di lui e verso gli Stati Uniti (come osa, Zelensky, senza giacca!). Un uomo che impiastra il proprio nome e la propria faccia ovunque, dal Kennedy Center a ora, nelle intenzioni, persino Penn Station e Dulles Airport. Che si prende crediti che non ha, che organizza una cena alla Casa Bianca coi titani della Silicon Valley solo per farsi adulare oltre ogni decenza dagli uomini più ricchi del mondo (anch’essi complici, senza vergogna). E se la chiave di lettura più corretta per questi tempi tempestosi non fosse il “realismo politico”, ma piuttosto gli effetti – sociali, politici e psicologici – della concentrazione eccessiva di potere e ricchezza in poche mani? Gli effetti dell’hubris che sfocia invariabilmente, come ci ricorda Tucidide, nella follia e nella rovina. Di tutti.
https://machiave.blogspot.com/2022/03/tucidide-le-ragioni-della-forza.html




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