venerdì 6 febbraio 2026

Askatasuna, un gioco stanco

Marta Barone
Scontri a Torino, la domanda è: cosa possiamo fare?

la Repubblica Torino, 6 febbraio 2026

E quindi? La settimana scorsa è andata com’è andata. La sensazione che più mi ha irritato è stata quella dell’inevitabilità: come se tutti, volenti o nolenti, partecipassimo a una recita collettiva i cui ruoli sono precostituiti, decisi a tavolino, uno spettacolo in cui ci sono prima i buoni, tutti “bellissimi” (credo di aver letto cento volte l’aggettivo in cento “analisi” diverse), tutti pieni di ottime intenzioni, poi i cattivi di ambo le parti che rovinano tutto, e poi tutti, di tutti i ruoli, finito lo spettacolo, finita la propria performance, a casa.

A casa a giustificare immediatamente tutto quello che è successo, in una serie di pose vittimistiche e autoconsolatorie che raccontano prima di tutto a noi stessi di come noi, noi buoni e giusti, siamo stati sequestrati, siamo stati male interpretati, la violenza è prima di tutto dalla parte avversa. Derivazione obbligata: o sono infiltrati oppure “hanno solo reagito”. Mi ha colpito che molte delle persone che erano in piazza (con me, perché ci sono andata, già irritata) abbiano espresso soprattutto delusione. Mi sono chiesta: davvero non pensavano che ci sarebbe stato il solito gioco, con una posta più alta del solito perché c’era la necessità della rivalsa? Che cos’è, se non appunto vendetta, rivalsa, sceneggiata muscolare?

A chi serve? Perché non riusciamo nemmeno a concepire di dire: questa è violenza gratuita, inutile, feroce, puro estetismo dello scontro, feticcio del feticcio? Chi crediamo (io penso sia questo il punto) di tradire? Sembra che, anche solo a pensarlo, si passi dalla parte della repressione. Secondo me anche questo è un gioco stanco. In questo senso, il comunicato di Askatasuna (pur scritto in lingua dannunziana, con involontari effetti comici) che si prendeva tutta la responsabilità gloriosa della “fine del corteo” è stato onesto; più onesto di tutte le reazioni di negazione. Quello che dobbiamo chiederci è a cosa serve la negazione se non a noi per sentirci meglio, per sentirci nel posto giusto. Cosa è successo la settimana scorsa? Non lo sappiamo precisamente, sappiamo soltanto che c’è un decreto delirante che avanza, e non abbiamo ottenuto nulla. La domanda da farsi – forse – è: cosa vogliamo? Che cosa possiamo fare? Dobbiamo per forza delegare la nostra angoscia all’estetica del bruto contro il bruto, virtualmente, peggiore? Davvero è tutto inevitabile, o addirittura forse desiderabile?

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