domenica 5 giugno 2022

Lucia Annunziata condanna l'Ucraina alla sconfitta

 
 
 
 Che cosa può essere successo. Lucia Annunziata trova sul New York Times un articolo che, partendo dall'ultima decisione di Biden sui missili, arriva a predire la sconfitta dell'Ucraina. Probabilmente quel pezzo è solo un tentativo per suscitare allarme e determinare una più generosa consegna di armi all'Ucraina. Poco importa, nella versione della giornalista italiana siamo a una svolta, gli Usa abbandonano l'Ucraina al suo destino. Lucia Annunziata, a quanto pare, non è abituata a distinguere tra capacità operativa e risorse strategiche. Nell'immediato un rafforzamento delle posizioni russe si può produrre. Nel lungo termine i russi non hanno le risorse per tenere l'Ucraina tutta sotto il loro controllo, mentre finché dura il sostegno degli Usa l'Ucraina può sempre mantenere una superiorità certa nella qualità dei suoi armamenti. Però l'occasione offerta dall'articolo del NYT era troppo bella. Ci si schierava con i falchi americani che vogliono umiliare Putin e, al tempo stesso, si rendeva omaggio alla mitica potenza russa. Un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo finta di nulla. .

Lucia Annunziata, Biden accorcia il tiro dei missili così si indebolisce la risposta di Kiev, La Stampa, 3 giugno 2022

Qual è la differenza fra 40 miglia e 190 miglia? Dipende da dove guardate a questa differenza. Se siete in viaggio, in questo lungo ponte italiano, si tratta di 64 chilometri invece di 305, diciamo dunque che da Roma (uso la città dove abito perché mi ci muovo meglio) è la differenza tra andare al mare sul litorale, e andare a Bologna (376 chilometri). Se siete a Washington, i Generali che stanno consigliando il Presidente Americano vi diranno che è la differenza fra una provocazione ai Russi, e il giusto diritto alla difesa di Zelensky e del suo popolo. Se siete nel Donbass non perdete tempo a rispondere alla domanda e correte verso un rifugio: la differenza fra quelle miglia per molti di voi sarà la distanza fra vivere e morire.
La politica internazionale e la Guerra (mondiale?) scatenata da Putin in Ucraina ha raggiunto infine questo livello: il calcolo dei chilometri come misura di quello che si può fare e non fare; il calcolo dei chilometri per giustificare la legittimità o meno di un'arma letale – e della Resistenza.
A questo nonsense si riduce l'illustrazione delle recenti decisioni di Joe Biden. Una settimana fa annunciò di aver deciso di inviare in Ucraina una potente arma a medio-lungo raggio: il Army Tactical Missile System, capace di lanciare missili guidati a 190 miglia. Per poi cambiare opinione e fare un'altra offerta: inviare il sistema High Mobility Artillery Rocket System (Himars), che si tratta sempre di missili ma di breve gittata, cioè solo 40 miglia.
Differenza tutta politica che non è sfuggita a chi guarda alle armi di mestiere. Ci si sono messi infatti ben tre giornalisti di rango del New York Times a scrivere un articolo, pubblicato il primo giugno, in cui raccontano le ragioni di questa "oscillazione" di Biden. «La decisione è stata presa sulla base di valutazioni dell'Intelligence», scrive il quotidiano che in questa guerra ha assunto il lead del sostegno al Presidente Biden. «Nel corso di tutto il conflitto, le agenzie di intelligence hanno dato alla Casa Bianca analisi su come avrebbe reagito Putin ai vari invii di armi. Tutto il Governo ha valutato la saggezza della decisione di inviare all'Ucraina la più nuova artiglieria di missili di precisione capaci di colpire obiettivi a più di 40 miglia di distanza». L'articolo apre a questo punto una parentesi per precisare : «(rappresentanti del governo hanno invece escluso un altro sistema, il Army Tactical Missile System a missili guidati, che può volare quasi 190 miglia – per paura che potrebbe essere usato per colpire obiettivi in profondità dentro la Russia)».
La decisione, continua il New York Times, ha a che fare con le parole della responsabile della intelligence Usa, Avril Haines, che nel rapporto alla Commissione Forze Armate del Senato (vedi La Stampa del 13 maggio) aveva sostenuto: «Appoggiamo l'Ucraina, ma non vogliamo arrivare alla Terza Guerra Mondiale». Questo è dunque il processo di cui parliamo: Biden ha scelto un'arma difensiva, invece che offensiva. E ha mantenuto il suo impegno, sottolinea il giornale newyorchese.
In altre parole, traducendo questo passaggio nel nostro corrente dibattito nazionale, il Presidente si è smarcato dall'uso aggressivo della propria forza, come molti critici degli Stati Uniti gli hanno finora rimproverato. Scopriremo forse che Washington ha ascoltato queste voci italiane? I molti professori ed esperti di casa nostra dovrebbero essere contenti. Lo saranno?
Viceversa, possono essere contenti gli ucraini e i sostenitori della loro battaglia? Se si guarda alle attuali sorti della occupazione russa, la tattica della conquista dell'intero Sud da parte dell'esercito di Mosca è profondamente cambiata. Dopo il fallimento dell'offensiva nel Nord, i Russi si sono concentrati sulla conquista delle aree considerate territorio russo nel Sud. Attaccando una per una ogni città sul percorso, con bombardamenti a fondo dell'intero abitato. Tattica usuale per la Russia, e particolarmente efficace in un'area così circoscritta, e indifesa.
Un tentativo di controffensiva da parte degli Ucraini per riprendersi il territorio conteso al Sud, «sarebbe un suicidio» ha detto Zelensky. Gli ucraini non solo mancano di uomini, dopo le tante perdite, ma non hanno le armi giuste: finora hanno vinto infatti con armi leggere, come i Javelin, contro i carri armati. Per fermare invece una avanzata massiccia e concentrata come quella messa in atto dai russi nel Sud-Est, avrebbero bisogno di una copertura aerea, oppure di un sostenuto impiego di missili di precisione per distruggere i siti da cui si muove il bombardamento. Il sistema che l'America ha deciso di inviare fornirà questo aiuto?
Non proprio. Una cosa è infatti usare missili di precisione da lontano, cioè da 305 chilometri (quasi a metà strada fra Kiev e il Donbass), per costruire un efficace fuoco di sbarramento dell'avanzata dei russi, senza correre troppi rischi per un esercito sfiancato come quello ucraino. Altro è impiegare razzi da 64 chilometri, distanza troppo ravvicinata fra i due eserciti per evitare il rischio di un eventuale scontro diretto. Dunque, gli ucraini avranno le armi ma probabilmente non avranno la forza di fermare la conquista, bensì solo di attenuarne l'impatto.
Tutto questo è poco più di un banale calcolo matematico. Tuttavia, come si è letto, il New York Times conferma il valore di questi calcoli. La conclusione è una sorta di non senso militare, figlio di un non senso politico: aiutare un popolo invaso ma solo fino a un certo punto; solo dentro la gabbia rassicurante di un non eccesso di aggressività (imperialista Usa) contro un altro Paese (imperialista Russia) che però ha evidentemente maturato con la sua invasione il diritto a non essere troppo maltrattato. La drastica sconfitta delle truppe russe di Kiev e del Nord, viene in queste settimane "premiata" infatti da quell'Occidente, considerato dai suoi critici così "aggressivo", con una educata attenzione a non disturbare troppo il manovratore. Il presidente russo Vladimir Putin, dopotutto, stacca gli scontrini del costo internazionale della crisi.
Insomma, non si sa quanto durerà questa guerra in Ucraina, ma la sua conclusione appare sempre più già scritta. —
 
La stessa notizia poteva essere presentata in tutto un altro modo. 
 
Cecilia Sala, Il riposizionamento. Le scelte difficili ma chirurgiche degli ucraini contro le forze russe. La strategia a sud, per Kherson, Il Foglio, 4 giugno 2022

Roma. Kyiv sta pensando di posizionare alcuni Himars degli americani (i lanciarazzi che colpiscono con precisione fino a 80 chilometri di distanza) non in Donbas ma nel sud, in direzione della città di Kherson. I russi la occupano dal 2 marzo, nell’ultima settimana la controffensiva per liberarla ha aumentato la velocità e ripreso 20 piccoli villaggi avanzando di 8 chilometri. Ieri il sito d’informazione indipendente russo Conflict Intelligence Team diceva che il generale Alexander Dvornikov, il capo di tutte le operazioni in Ucraina, è stato rimosso. E il Times ha scritto che mentre Mosca si concentra su obiettivi simbolici, gli ucraini fanno un uso razionale delle risorse a disposizione e pensano alle riconquiste strategiche. Kherson è una di queste: è importante per il porto sul Marnero ed è lo sbocco dalla Crimea dove passa unadelle direttrici più efficaci dell’invasione. Senza Kherson, non ci sarebbe più il corridoio che collega il Donbas alla penisola occupata.

E finirebbe il controllo russo sulla foce del fiume che porta acqua alla Crimea. Soprattutto, Kherson ha un ruolo chiave nel determinare la capacità di Mosca di lanciare un’altra invasione in futuro. Cacciare gli occupanti avrebbe anche un effetto psicologico: darebbe ai soldati di Putin la sensazione di dover ricominciare sempre da capo e di aver perso qualcosa di prezioso in cambio di distese pianeggianti, villaggi ormai praticamente disabitati e quasi interamente distrutti nel Donbas. L’ipotesi del Times si può riassumere così: i russi sono più forti, ma gli ucraini sono più furbi. Nell’est, Mosca ha sfondato le linee di difesa dell’esercito di Kyiv e controlla i quattro quinti di Severodonetsk, che aveva centoventimila abitanti ma già dal 2014 si è progressivamente impoverita e svuotata, oggi sono rimaste poche migliaia di persone e il 70 per cento dei palazzi è danneggiato o distrutto. Gli ucraini si stanno riposizionando nella città gemella di Lysychansk – più facile da difendere perché sull’altra sponda del fiume Severij Donec, che fa da barriera naturale, e perché si sviluppa su una collina. Nell’ultima settimana si è detto spesso che Severodonetsk sarebbe stata la nuova Mariupol, ma morire per Severodonetsk non ha senso e l’esercito ucraino sa che la battaglia nell’est è una guerra di logoramento in cui non contano solo le conquiste territoriali, ma infliggere il maggior numero di perdite al nemico affinché non si possa permettere una fase ulteriore del conflitto (ad esempio se, conquistato il Donbas, i russi tornassero da nord) e si presenti più arrendevole ai colloqui diplomatici. Le forze ucraine schierate lì sono quelle della Joint Forces Operation (Jfo), allenate a combattere da otto anni e composte dagli uomini migliori: Kyiv non si può permettere di perderle (farebbe il gioco dei russi, che fin dal primo giorno puntavano ad accerchiare e annientare i soldati della Jfo) e per questo arretra. Il consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podolyak, che fa parte della delegazione ucraina ai colloqui con la Russia, ha detto che né il suo paese né la Russia “avranno un senso di vittoria fino all’autunno-inverno”. Se, mentre Mosca avanza in Donbas, arrivasse la notizia della liberazione di Kherson, Putin smetterebbe di apparire in vantaggio.

Sui canali Telegram filorussi circola un video girato dal 113° reggimento delle forze separatiste di Donetsk in cui i soldati si lamentano con Putin di essere stati abbandonati, di non avere medicine, e di essere “gettati al massacro senza armi adeguate” nella difesa della regione di Kherson. Dove – da quando il Cremlino ha detto che il vero scopo della “operazione speciale” era conquistare il Donbas – ci sono meno soldati dell’esercito regolare di Mosca e più milizie che non sono altrettanto efficaci in combattimento.

La controffensiva in direzione di Kherson sta cambiando passo e la fretta è dovuta anche alla minaccia di un finto referendum per annetterla alla Federazione russa: alcuni parlamentari della Duma dicono che potrebbe tenersi già a luglio. Liberare Kherson ribalterebbe la percezione della situazione sul campo e quindi i rapporti di forza: ciò che conta ai tavoli del negoziato. Il 31 maggio Joe Biden ha scritto un editoriale sul New York Times: “Come ha detto il presidente Zelensky, la guerra ‘finirà solo attraverso la diplomazia’”. Ma, visto che ogni trattativa riflette gli eventi sul campo, “ci siamo mossi per inviare all’ucraina una quantità significativa di armi, in modo che possa essere nella posizione più forte possibile al tavolo dei negoziati. Ecco perché ho deciso di fornire sistemi missilistici più avanzati”. Biden si riferisce appunto agli Himars, l’arma più potente mai inclusa nei pacchetti di aiuti della Casa Bianca: per ora sono solo quattro (quindi bisogna scegliere con cura dove piazzarli), ma sono già in Europa ed è cominciato l’addestramento che durerà tre settimane, poi entreranno in azione. Secondo fonti della Difesa ucraina, almeno uno di fronte a Kherson.

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