venerdì 24 giugno 2022

Di Maio, colosso per finta

 

Michele Ainis,  Il partito prêt-à-porter, la Repubblica, 23 giugno 2022
 
Renzi, Bersani, ora Di Maio. L’ex capopartito che fonda un nuovo partito, dopo essere stato emarginato dal suo vecchio partito. Un tempo sarebbe parsa una bestemmia. I leader della Democrazia cristiana — da Fanfani a Moro, da Andreotti a Forlani — attraversavano stagioni alterne, un anno in maggioranza l’anno dopo in minoranza, senza mai rompere il vincolo di fedeltà con il partito. Ma la fedeltà, diceva Oscar Wilde, non è che assenza d’immaginazione. E i nuovi leader d’immaginazione ne hanno pure troppa, s’immaginano al comando di un’armata, ripetono la massima del Re Sole (L’État c’est moi),
presumono che il loro destino individuale coincida con i destini del Paese. Ma da dove trae alimento questo nuovo costume? E con quali conseguenze?
In primo luogo, è il frutto avvelenato della società post-ideologica, orfana delle ideologie che avevano marcato il Novecento. Sicché il leader non è più il rappresentante di valori condivisi, bensì un aggregatore, un capo carismatico che offre in pasto il suo faccione al popolo votante. Da qui il fenomeno dei partiti personali, che d’altronde riecheggia in tutto il mondo. Anche se poi gli esiti dipendono dalla tempra del leader: in Francia Macron ha condotto En Marche a un doppio successo, negli Usa gli insuccessi di Trump travolgono i repubblicani. Ma almeno in questo, noi italiani siamo precursori. Il primo fu Silvio Berlusconi, nel 1994; e trent’anni dopo è ancora lì. Gli altri — dalla lista Dini al Patto Segni, ai partiti fondati da Mastella, Fini, Monti — hanno danzato per una sola notte.
In secondo luogo, gioca l’ambiente istituzionale nel quale siamo immersi. Dove le assemblee rappresentative d’ogni ordine e grado — dal Parlamento ai Consigli comunali — hanno perso autorità e prestigio, cedendo le proprie competenze al sindaco, al governatore regionale, al premier. Un processo che dura ormai da tempo, rafforzato però dall’emergenza, dalla doppia calamità che ci è toccata in sorte: prima il Covid, poi anche la guerra. Da qui un’onda di paura, da qui la voglia d’affidarsi a un salvatore della patria. Mestiere interessante, ma non privo di pericoli, come sperimentò già Mussolini, finito appeso a testa in giù. Memori di quell’esperienza, i suoi epigoni preferiscono togliersi di torno un minuto prima dell’esecuzione, cambiando casa e partito.
In terzo luogo, la capocrazia — ossia il regime di poteri individuali che ha soppiantato la democrazia costituzionale — è un effetto delle leggi. Anzi, dell’assenza di una legge (quella sui partiti) e della nefasta permanenza di un’altra legge (quella elettorale). Per ottenerne la prova, basta allungare gli occhi sulle regole in vigore presso il Movimento 5 Stelle all’epoca in cui Di Maio ne era il «capo politico», secondo l’espressione usata per 17 volte nei 7 articoli del loro regolamento. Dove il capo dettava i temi da sottoporre al voto online, ma poteva far ripetere la votazione, se il risultato gli fosse sgradito. Sceglieva i probiviri, anche in questo caso però con facoltà d’annullare a suo capriccio le sanzioni disciplinari. E aveva poteri di nomina, d’autorizzazione rispetto a qualsivoglia iniziativa, di controllo su ogni respiro di ogni militante.
Ma soprattutto al capo — dei 5 Stelle così come degli altri partiti — dal 2005 in poi la legge elettorale consegna il potere di decidere gli eletti, sottraendolo di fatto agli elettori. Liste bloccate, ecco l’artificio. Ed ecco probabilmente la ragione di quest’ultimo divorzio, come ha scritto ieri Francesco Bei. Per Di Maio e per i suoi 62 seguaci, ora che il pallino sta nelle mani di Conte, la ricandidatura era divenuta una chimera. Non è detto, però, che a questo punto la loro rielezione sia un fatto scontato. L’esperienza di Matteo Renzi (dal 40% del Pd al 2% su cui viaggia Iv) non è troppo incoraggiante. Difatti queste transumanze muovono pezzi di ceto politico, ma per lo più lasciano immobile il corpo elettorale. Perché ormai si è rotto l’incantesimo, e perché in politica, come negli affari di cuore, gli elettori non s’innamorano due volte della stessa persona.

 

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