lunedì 28 aprile 2014

Wu Ming, L'armata dei sonnambuli

Andrea Colombo
Wu Ming, storie di sconfitti all'ombra del Terrore
il manifesto Alias, 26 aprile 2014

Marianna non ha pelle d’alabastro, mani curate, capelli lucidi sotto il ber­retto fri­gio. Ha le dita rovi­nate di chi passa la vita tra la cucina e il lavoro a maglia. Però non sfer­ruzza più solo nei tuguri popo­lari del Fau­bourg Saint-Antoine, roc­ca­forte gia­co­bina, ma anche di fronte alla Con­ven­zione rivo­lu­zio­na­ria. Non parla il fran­cese di Cha­teau­briand, ma il gergo dia­let­tale e ruvido dei quar­tieri popo­lari e lo fa sen­tire forte e chiaro nel cuore del potere, per­ché la Rivo­lu­zione è que­sto: dare voce a chi non ne aveva, affi­dare potere a chi ha sem­pre dovuto subirlo.
Tra i molti per­so­naggi di L’armata dei son­nam­buli (Stile libero, Einaudi, pp. 796, euro 21.00) l’ultimo romanzo del col­let­tivo Wu Ming, che egua­glia e forse supera il capo­la­voro d’esordio Q, fir­mato allora Luther Blis­set, la vera pro­ta­go­ni­sta è lei, Marianna, il sim­bolo col­let­tivo delle donne di Parigi e del popolo di Parigi, il cuore scon­fitto della Rivo­lu­zione. Ha molti nomi e molti volti: quelli di Marie Nozière, l’operaia dei sob­bor­ghi che forse era ante­nata della famo­sis­sima par­ri­cida Vio­lette Nozière, di Claire Lacombe, l’attrice proto-femminista che tentò di for­zare la mano a Robe­spierre recla­mando il com­pi­mento della Rivo­lu­zione nei fatti e non solo nella let­tera della Costi­tu­zione, della sua amica Pao­line Léon, co-fondatrice della Società delle Repub­bli­cane Rivo­lu­zio­na­rie, quella che chie­deva di armare e arruo­lare le donne della Rivoluzione.
Sono per­so­naggi reali, pur se roman­zati, le pro­ta­go­ni­ste dimen­ti­cate della Grande Rivo­lu­zione, il lato in ombra della sto­ria. Come sono veri quasi tutti gli altri pro­ta­go­ni­sti di que­sta epica saga del Ter­rore e della Con­tro­ri­vo­lu­zione: l’attore ita­liano Leo­nida Modo­nesi, che, chissà, forse era dav­vero il rivo­lu­zio­na­rio in maschera diven­tato dopo Ter­mi­doro l’eroe del popolo scon­fitto dei sob­bor­ghi, Sca­ra­mou­che; il medico Orphée d’Amblanc, esperto in quello che si chia­mava allora «mesme­ri­smo», la tec­nica d’ipnosi che aveva avuto il suo momento di gran glo­ria in Europa subito prima della Rivo­lu­zione e che, nella ver­sione dei Wu Ming somi­glia alla Forza di Star Wars. E con loro tutti gli altri, troppi per nomi­narli tutti, i popo­lani e i dotti, le rivo­lu­zio­na­rie e le cor­ti­giane, i san­cu­lotti e i «muschia­tini», come ven­gono qui defi­niti i «moscar­dini», la truppa con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria com­po­sta da gio­vani piccolo-borghesi tra­ve­stiti da ari­sto­cra­tici che erano anch’essi, senza volerlo e senza saperlo, agenti della tra­sfor­ma­zione, per­ché quando mai il vero ancien régime avrebbe tol­le­rato che una simile ple­b­glia si camuf­fasse da squi­siti ci-devant?
Di libro in libro, i Wu Ming hanno messo a punto una for­mula magica che è facile imi­tare e dif­fi­ci­lis­simo egua­gliare. Lavo­rano con cura meti­co­losa sulla realtà sto­rica, ma rie­scono a farla par­lare con altret­tanta pre­ci­sione del pre­sente: que­sta vicenda di rivo­lu­zione e con­tro­ri­vo­lu­zione, cosa ben diversa dalla mera restau­ra­zione, è una para­bola che abbiamo vis­suto anche noi, nell’Italia degli ultimi decenni. Pro­ce­dono lungo i binari di una nar­ra­tiva epico-popolare, che guarda a Dumas più che a Ken Fol­lett, ma allo stesso tempo lavo­rano sul lin­guag­gio con pas­sione spe­ri­men­tale degna della più sofi­sti­cata avan­guar­dia. Di romanzo in romanzo, i Wu Ming per­se­guono un pro­getto che è tanto let­te­ra­rio quanto poli­tico, spo­stare i riflet­tori sui dimen­ti­cati della sto­ria, le insor­genze can­cel­late e oscu­rate dai vin­ci­tori per­ché se ne per­desse anche la memo­ria: i con­ta­dini d’Europa infiam­mati e poi tra­diti dalla Riforma in Q, i par­ti­giani disar­mati e non domati del dopo­guerra ita­liano in Asce di guerra, le tribù guer­riere e desti­nate allo ster­mi­nio nell’America di Mani­tuana, le rivo­lu­zio­na­rie e i san­cu­lotti di Parigi in quest’ultimo romanzo. Sono sto­rie di scon­fitte che invece di sco­rag­giare accen­dono spe­ranze e resti­tui­scono fidu­cia. Dicono che, comun­que sia finita, è valsa ogni volta la pena di lace­rare, anche solo per un momento, l’ordine eterno delle cose. Avver­tono che, per quanto invin­ci­bile sem­bri dopo ogni scon­fitta il potere, ci sarà sem­pre, di nuovo, chi sce­glierà di cam­mi­nare sulla testa dei re nel grande spet­ta­colo della Rivo­lu­zione, dove le com­parse diven­tano protagonisti.

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Giovanni Dozzini 
Wu Ming, la rivoluzione francese come non l’ha mai raccontata nessuno
"L'armata dei sonnambuli", l'ultimo romanzo del collettivo bolognese, si fa divorare (ed è già alla seconda ristampa) 
Europa, 23 aprile 2014

Forse era dai tempi di Q, da quando si chiamavano ancora Luther Blissett e non avevano cominciato a essere il fenomeno di culto che sarebbero diventati, che i Wu Ming non riuscivano a mettere a punto un congegno a orologeria complesso ed efficace come L’armata dei sonnambuli (Einaudi). Il nuovo romanzo del collettivo bolognese è in libreria da una manciata di giorni e, fanno sapere dalle pagine di Giap, il loro quartier generale sul web, le trentacinquemila copie della prima tiratura sono già sparite. L’attesa per questa nuova creatura d’altronde era tanta, e si portava dietro da parecchio tempo. Ebbene, il libro è molto bello. Quasi ottocento pagine che si fanno divorare, personaggi che appassionano, piccole storie screziate di realtà che sembrano reggere sulle proprie gracili spalle le sorti di mezza umanità, e la Rivoluzione Francese come non ve l’ha mai raccontata nessuno.
Ora, è bene prendere subito atto che la maggior parte di noialtri con la Rivoluzione Francese ha un problema. Ed è probabilmente il problema che riguarda tutta la storia che abbiamo studiato e imparato un po’ troppo semplicemente a scuola. Perché nella Rivoluzione Francese di semplice non c’è stato proprio niente. Soprattutto nel suo lungo strascico, quello che inizia subito dopo la Bastiglia e finisce con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. I Wu Ming, qua, provano a spiegarci cosa è successo nel mezzo di quel decennio fatto di illusioni, sangue e disordine. Il balletto delle tante fazioni rivoluzionarie, la guerra fratricida a sinistra e l’attesa sorniona di quelli che oggi chiameremmo i poteri forti, che in fondo hanno sempre saputo come si fa a lasciar che la biglia giro dopo giro finisca per tornare a fermarsi regolarmente sulla loro casella.
In questo romanzo si narra lo sgretolarsi dello spirito rivoluzionario, e ciò che si rende molto bene è soprattutto la qualità dell’aria respirata dai parigini e dai francesi negli anni tra il 1793 e il 1795. È una resa che si nutre di pagine e di tempo, e di molte vicende all’apparenza insignificanti che poco a poco guadagnano spessore e prendono ad attrarsi come magneti dalla forza inarrestabile. E allora eccolo, infine, l’altro grande protagonista dell’Armata dei sonnambuli, la sua linfa, il fluido, direbbe quella gente, che lo attraversa da cima a piedi. Eccolo: è il magnetismo, la disciplina nata col dottore e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer, progenitore dell’ipnosi e a suo tempo bandito e bollato dalla scienza ufficiale come poco più di una pratica da stregoni. I Wu Ming immaginano che il suo esercizio fosse efficace e mirabolante, e che pochi uomini di grande arguzia e abilità se ne sapessero servire a fini disparati, finanche sovversivi. E prendendo spunto da avvenimenti, donne e uomini sicuramente o presumibilmente reali, ne fanno il motore di tutto.
Un tutto che comincia con la testa di Luigi XVI che rotola giù dal patibolo: i personaggi che daranno vita al dipanarsi del romanzo sono già tutti lì, a osservare, tramare, arrivare troppo tardi o scappare appena in tempo. Nei due anni successivi staremo dietro a un coraggioso e spaccone attore italiano fuggito a Parigi sulle tracce di Goldoni, a un’agguerrita sarta del focoso faubourg di Sant’Antonio, a un medico esperto di magnetismo inviato dall’autorità a indagare su certi misteriosi fatti in terra d’Alvernia, a un uomo ancor più misterioso ricoveratosi di proposito nel manicomio di Bicêtre dove si fa largo nelle menti e nelle gesta degli altri alienati. E a molta altra gente, rivoluzionari e controrivoluzionari sempre sul crinale, sbirri e nobildonne, bambini malati e predestinati, e poi naturalmente Scaramouche, l’eroe mascherato che fa giustizia di speculatori e squadracce reazionarie.
L’impalcatura narrativa è articolata e solida (se proprio volessimo trovare qualcosa da ridire forse la scena finale sarebbe potuta essere un po’ più lenta), il pathos costante, l’interesse e la curiosità di chi legge non calano mai. E questo è già molto, ma non può essere tutto. Il paradigmatico precipitare degli eventi, delle speranze e delle conquiste eccita e deprime gli animi di chi ancora oggi vuole azzardarsi a credere nella disposizione dell’uomo a tendere al progresso, a costruirsi futuri migliori. La forza dell’Armata dei sonnambuli, composto da una pluralità di lingue e di voci dal timbro pressoché impeccabile, lingue che spesso si spingono al limite con risultati davvero eloquenti e godibili, sta proprio nella sua capacità di raccontare fatti avvincenti e, dietro o sotto di­ loro, sommovimenti ideali e culturali. È il marchio di fabbrica dei Wu Ming, d’altronde, ma stavolta la posta era altissima, perché grossomodo veniamo tutti da lì, dalla Parigi di quegli anni, da quelle vittorie e soprattutto da quelle sconfitte, e allora ancor più alto è il loro merito di essere riusciti in quest’ambizioso proposito.