sabato 5 aprile 2014

Bauman, Il demone della paura

Giancarlo Bosetti
Zygmunt Bauman analizza i demoni del presente
Così la paura avvelena la società liquida

la Repubblica, 5 aprile 2014


ZYGMUNT Bauman, sociologo polacco trapiantato a Leeds, Inghilterra, è, prima che quel prolifico e amato scrittore che tutti conoscono, un grande lettore, un vorace esploratore della cronaca e della letteratura delle scienze sociali che descrive il nostro tempo, i cambiamenti che attraversiamo e percepiamo e le tendenze di cui abbiamo una cognizione ancora confusa. Se nei suoi saggi si è rivelato il più efficace e originale inventore di linguaggio, quello della modernità “liquida”, questo è avvenuto grazie alle doti raffinate della sua scrittura e del suo eloquio, che riescono a conquistare il pubblico come solo i grandi narratori.
Bauman rende omaggio in modo esplicito alla molteplicità delle sue infinite fonti, ma nel riferirne le scoperte e nel collegarle tra loro trova poi quasi sempre spunti per una sintesi che regala ai suoi lettori immagini e parole che marcano l’idea in modo permanente. Così avviene anche in questo testo (Il demone della paura), che rielabora suoi lavori precedenti e vi aggiunge una sintetica rassegna antologica. Il tema hobbesiano della paura attraversa tutta la storia della teoria politica da Machiavelli ai giorni nostri, è sia il nocciolo fondativo del potere assoluto del Leviatano sia la virtù del principe che ne sappia governare gli effetti. In queste pagine troviamo quel genere di paura che alimenta e/o avvelena tanta parte della politica contemporanea.
Per Bauman la madre e il padre di tutte le paure che percorrono il nostro presente è il declino, la scomposizione e la scomparsa dell’organizzazione economica, sociale, e anche politica, che andava sotto il nome di “fordismo”, da intendersi come il sostrato industriale che reggeva l’intero edificio. Questa base irradiava sicurezze e solidità nel corpo sociale. La fabbrica fordista era la «esemplificazione dello scenario di modernità solida in cui si stagliava la maggior parte degli individui privi di altro capitale». Quello era il luogo dei conflitti tra capitale e lavoro in una relazione, ostile, ma di «lungo termine». E questa caratteristica consentiva agli individui «di pensare e fare progetti per il futuro». Il conflitto era insomma un investimento ragionevole e un sacrificio «che avrebbe dato i suoi frutti», mentre la condizione attuale, la volatilità globale dell’economia, fa apparire i tentativi di ripetere analoghi conflitti con analoghi strumenti un gioco nostalgico molto povero di senso.
Nei suoi scritti Bauman mette sempre generosamente in evidenza il debito nei confronti degli autori dai quali trae ispirazione: i più frequentemente citati sono Pierre Bourdieu, Manuel Castells, Ulrich Beck, Anthony Giddens e Robert Castel, il francese cui si deve tra i primi, insieme a André Gorz, la scoperta che la “società del lavoro” volgeva al termine. In questa rassegna di paure, Castel è presente con qualche sua bella pagina in cui il tema è declinato in modo consapevolmente europeo: il paradosso è che l’insicurezza è molto diffusa nei Paesi sviluppati, che sono in realtà i meglio protetti rispetto al mondo intero. E questo perché insicurezza non è solo «vivere nella giungla», ma dipendere da protezioni forti «che diventano fragili e dalla paura di perderle». Tutta la fenomenologia della paura si riaffaccia così nei diversi segmenti della vita sociale degli ultimi decenni: il terrorismo, la criminalità della vita urbana, le tendenze a recintare la comunità di apparati di sicurezza, i rischi ambientali e della salute, e poi l’afflusso di Altri e Diversi, bersaglio prediletto dalle politiche della paura che hanno negli immigrati il più redditizio capro espiatorio.
Anche il capitale politico è “liquido” e pronto a qualsiasi investimento e coglie con prontezza le possibilità di profitti che la paura offre in misura crescente. Grandi investimenti si profilano di fronte allo scricchiolare della sovranità di quel Leviatano che aveva costruito la sua forza e legittimazione proprio sulla paura (ma restituendo protezione e sicurezza). Sorprendente e discutibile la proposta dell’ungherese Frank Furedi che critica la sinistra per la diffusione della paura del riscaldamento globale e che sembra in realtà suggerirle proprio un investimento analogo a quello che la destra fa su sicurezza e incolumità personale contro gli immigrati. Più ragionevole la risposta di Bauman e Castel: la vittoria sulle insidie della paura è da cercare sopra i confini nazionali, in una Europa sociale e, a livello mondiale, nella creazione e nel rafforzamento di istituzioni internazionali capaci di controllare i rischi. Lungo cammino, ma senza alternative.

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