martedì 22 aprile 2014

Daniel Barenboim su Mozart

 Enrico Girardi
 Il mio Mozart
«Amadeus è un autore che tradisce Sembra semplice, ma è una sfida»
Barenboim: al piano molti virtuosi non ne hanno trasmesso l’essenza

Corriere della Sera, 22 aprile 2014


«Mozart è stato il primo virtuoso del pianoforte: virtuoso non nel senso superficiale e “circense” delle acrobazie, della velocità e dei volumi con cui si pensa oggi al virtuoso; ma nel senso per cui la parola virtuoso deriva da virtù. E tale virtù in questo caso è la sprezzatura, ossia la capacità di far sembrare semplice e immediato ciò che semplice e immediato non è, anzi è complesso o anche molto complesso. Perciò Mozart è un autore che “tradisce”. Molti virtuosi che eseguono perfettamente cose impossibili, su Mozart “cadono”. Non riescono a coglierne e a trasmetterne l’essenza». Daniel Barenboim è invitato a parlare del «suo» Mozart perché da oggi, e per 18 settimane, insieme con il Corriere uscirà una collana di dischi (ogni lunedì, a 6,99 euro oltre al prezzo del quotidiano) che comprende le sue incisioni, dapprima della serie dei Concerti per pianoforte e orchestra (in cui Barenboim suona il pianoforte dirigendo la English Chamber Orchestra), poi della serie di Sonate e infine della serie di Variazioni: un notevole impegno editoriale che segue il lusinghiero successo dell’analoga collana, con l’integrale dei Concerti e delle Sonate, dedicata a Beethoven.
Ma se l’aspettava Daniel Barenboim un tale successo? «Ci lamentiamo sempre della carenza di educazione musicale nelle scuole, ma è straordinario come, nonostante questa piaga, così tante persone continuino a frequentare le sale da concerti, i teatri d’opera e ad ascoltare i dischi. Ovvio che sia contento che “Il mio Beethoven” sia andato bene. Ma lo sono ancor di più a pensare come la musica sappia parlare a tutti: ai musicisti, agli appassionati, ma anche a chi non distingue un clarinetto da un fagotto».
Parlando di Beethoven si sottolineava il grado incredibile di evoluzione che si riscontra tra le prime Sonate e quelle dette «di mezzo» e tra queste ultime e le Sonate della piena maturità «è così anche in Mozart — interrompe il direttore-pianista israelo-argentino — ma in un modo diverso. L’evoluzione di Beethoven si coglie bene nelle Sonate che rappresentano una sorta di diario intimo e personale. Ed è una evoluzione non solo di forme e linguaggio ma dello stesso pensiero musicale. Il diario intimo di Mozart, se così si può dire, lo si legge nei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, che sono 27 e coprono un arco temporale corrispondente all’intero arco della sua parabola creativa. Qui l’evoluzione non è tanto di forme e linguaggi, e nemmeno di pensiero. Consiste piuttosto nella profondità sempre più abissale delle sue intuizioni: una profondità che non intacca mai la semplicità dell’eloquio. Perciò Artur Schnabel diceva sempre che Mozart è troppo facile per i bambini e troppo difficile per gli adulti».
A proposito di Schnabel, è stato lui uno dei suoi pianisti di riferimento per l’interpretazione mozartiana? Oppure anche su questo terreno, come in quello beethoveniano, lo sono stati Edwin Fischer e Claudio Arrau? «Edwin Fischer sicuramente. Ogni nota che suonava era sempre legata a tutte le altre in un disegno lucido e profondo. Quel poco Mozart che Wanda Landowska ha suonato, è meraviglioso e se devo aggiungere un terzo nome penso a un inglese che è stato allievo sia di Fischer sia della Landowska, Clifford Curzon (Londra, 1907–1982 ndr ), musicista dimenticato, anche eccezionale pianista schubertiano, che voi critici dovreste conoscere bene invece lo ignorate…». «Quanto ad Arrau — prosegue — è sempre stato intelligente, acuto, per me un maestro in tutti i sensi. Ma Mozart lo ha suonato molto raramente».
Oggi i Concerti di Mozart si eseguono spesso, ma non si può dire lo stesso per le Sonate… «Vero, ma nell’Ottocento si facevano pochissimo anche i Concerti — interrompe di nuovo —; basti pensare che il sublime Concerto n.27 in si bemolle maggiore K.595 lo suonò Mozart nel 1791 a Vienna poco prima di morire poi non lo si è eseguito mai più finché non lo riproposero Schnabel e Toscanini nel 1927!». Incredibile, ma le Sonate si eseguono poco nei recital pianistici perché sono poco «spettacolari»? Perché costano molta fatica in termini interpretativi e «rendono poco» nei termini di quel virtuosismo di cui si parlava prima? «È difficile dirlo. Ma è certo che se si vuol fare una bella Sonata di Mozart bisogna provare il piacere di farla, bisogna provare il piacere della musica per la musica. Quando è così, si scoprono tesori in tutte le Sonate: le prime, che amo in modo particolare, non meno delle ultime».
Quasi tutti raccomandano di non eseguire/ascoltare le serie compositive in ordine cronologico. È d’accordo? «Dico solo che se avrò ancora la forza di affrontare il ciclo delle Sonate di Beethoven, lo farò in ordine cronologico».