sabato 17 agosto 2013

La politica delle alleanze in Egitto

L'interesse degli intellettuali arabi e musulmani per il pensiero di Antonio Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche trasformazioni politiche, sociali ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci permette di guardare alle rivolte arabe degli ultimi mesi con occhi nuovi.

Nel suo classico Overstating the Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello stato. Servendosi di categorie gramsciane, Ayubi sosteneva che le élite al potere nei regimi arabi avevano sviluppato la dimensione del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.

Questa strutturale debolezza dei regimi arabi aveva consentito a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l'Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i simboli dell'Islam per articolare l'islamismo come ideologia politica.

In Making Islam Democratic (2007), lo studioso iraniano Asef Bayat, poi seguito dall'egiziano Hazem Kandil, aveva interpretato le strategie dei Fratelli Musulmani egiziani come una gramsciana guerra di posizione volta a conquistare le "casematte" della società civile. I Fratelli Musulmani erano infatti riusciti a creare una rete di ospedali, scuole e attività caritatevoli grazie alle quali erano stati in grado di costruire una comunità morale e ideologica, ma anche un settore privato islamista.

Negli ultimi decenni, i movimenti islamisti sono stati in grado di attuare pervasivi processi di re-islamizzazione in numerosi paesi musulmani, anche non arabi, come la Turchia, la Malesia e il Pakistan. In alcune società arabe, come quella egiziana e giordana, i Fratelli Musulmani sono inoltre riusciti a costruire un "blocco storico", rivolgendosi a due ceti sociali profondamente diversi ma uniti dalla frustrazione nei confronti dei regimi: la nuova borghesia islamista e il sottoproletariato urbano. La leadership dei Fratelli Musulmani, che è espressione di una borghesia islamista la cui ascesa è da leggere nel contesto delle trasformazioni economiche neoliberiste degli ultimi trent'anni, ha infatti individuato nel sottoproletariato urbano una massa di manovra.

Sulla base delle riflessioni di Gramsci sui modelli di partito, gli islamisti appaiono come coloro che additano alle masse un'età dell'oro nella quale tutte le tensioni e le contraddizioni si risolveranno, in questo caso grazie all'Islam. Gli islamisti, adottando il mito, nell'accezione di Sorel, della società islamica da instaurare, hanno oscurato la realtà storica delle relazioni di produzione, spostando il conflitto dal campo degli assetti socio-economici a quello della cultura in senso lato.

Il progetto contro-egemonico islamista non mette, infatti, realmente in discussione le relazioni socio-economiche sulle quali si basano le società arabe. L'obiettivo dei Fratelli Musulmani, e delle nuove e dinamiche classi medie di cui sono espressione, è quello di divenire classe dirigente, non di trasformare le relazioni di produzione, nonostante i populistici appelli alla giustizia sociale. Secondo Ayubi, la reazione del regime di Mubarak nei confronti del movimento islamista è stata una gramsciana "rivoluzione passiva". Il regime ha infatti adottato un'articolata strategia di cooptazione e repressione, sostenendo il processo di islamizzazione a patto che esso non provocasse alcun reale mutamento dello status quo.

In questo senso, si sono verificate convergenze tra la guerra di posizione dei Fratelli Musulmani e la rivoluzione passiva attuata dal regime; ha dunque ragione Samir Amin a considerare i Fratelli Musulmani come una forza tendenzialmente reazionaria.
Negli ultimi mesi, le rivolte arabe hanno portato alla caduta di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, oltre a una serie di sollevazioni popolari; ma si è trattato, almeno finora, di vere rivoluzioni? Le deposizioni di Ben Ali e di Mubarak somigliano più a colpi di stato attuati dai regimi con lo scopo di frenare le rivoluzioni, non di attuarle. In Egitto, i militari sembrano aver compreso che, per impedire una reale trasformazione degli assetti socio-economici della società egiziana, è ora necessario allearsi con i Fratelli Musulmani in modo da costituire un blocco d'ordine.
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Daniel Atzori
Gramsci e le rivolte arabe
il manifesto, 27 giugno 2011

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Queste le premesse. Ma poi qualcosa non ha funzionato nell'alleanza dei militari con gli islamisti. E il popolo stesso - o una larga parte di esso - si è ritrovato all'opposizione rispetto al governo dei Fratelli Musulmani. Qui si colloca l'occasione storica che l'esercito ha saputo cogliere. Ai militari è stata offerta la possibilità di tornare da protagonisti al centro della scena con il ruolo degli arbitri se non dei giustizieri. C'è stata una ampia mobilitazione popolare contro i Fratelli Musulmani. Le forze armate sono intervenute lanciando un ultimatum al governo. Il presidente eletto Morsi ha replicato allora con un appello al martirio. Ai militari invece ha detto di preferire un governo di coalizione nazionale che non si è potuto realizzare. Esclusa la via del negoziato è scattato il golpe. Stando ai risultati delle ultime elezioni i Fratelli Musulmani rappresentavano una metà del popolo in Egitto. E i loro seguaci sono ancora molto numerosi. Il golpe quindi non mirava a esautorare una sparuta minoranza, era un attacco diretto contro una buona parte del popolo egiziano. Eppure è parso concepibile. Perché? Per l’isolamento nel quale sono caduti i Fratelli Musulmani; anche una parte dei salafiti, pure appartenenti al campo islamista, non era più schierata con loro. Non parliamo poi della società egiziana che appare polarizzata all’estremo ormai e che non sembra  lasciare  spazio a un’area di influenza al di fuori dei seguaci e sostenitori. L'opinione pubblica egiziana è stata in gran parte favorevole allo smantellamento dei sit in islamisti. E non parliamo poi dei sostegni esterni che favoriscono di gran lunga i militari. Dalla loro parte, e in modo ostentato, ci sono i grandi finanziatori dello Stato egiziano, l’Arabia saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, con i loro 10 miliardi di euro. C’è, di fatto, Israele, basta vedere quello che è successo nel Sinai dove ai droni dello Stato ebraico è stato permesso di bombardare il jihad locale. Gli Stati Uniti che non si schierano fanno la parte del parente povero con il loro miliardo di euro. Con i Fratelli Musulmani ci sono solo la Turchia e il Qatar. Non è molto. Anche la Siria sta con i militari, per ovvie ragioni.