
Una
dichiarazione d’amore tra le più famose nella storia della letteratura.
Le possiamo attribuire anche il valore di un richiamo per noi
all’importanza permanente dell’eros. Rappresenta poi un modo per
guardare con altri occhi al mondo attuale.
Pensiamo alla solitudine, fenomeno molto diffuso nella società degli
individui. Come si esce dalla solitudine? Attraverso la
fusione/immersione in un gruppo: è una possibilità. Oppure attraverso il
rapporto con l’altro. Nella sua forma più esaltante questo rapporto
implica lo slancio erotico, il desiderio e anche al tempo stesso il
dono: il bisogno di uscire da noi stessi andando incontro all’altro,
simile e complementare. Un altro che ci valorizza. Da qui l’impulso al
dono, la generosità. E l’approdo alla trascendenza, ossia a qualcosa che
va oltre noi stessi e oltre il tempo.
Tutto questo e molto altro c’è nelle parole di Giulietta a Romeo.
Grandezza di Shakespeare: Bandello aveva già raccontato quella storia,
ma il rapporto tra gli amanti nella sua versione era molto più banale.
Matteo Bandello
Andava spesso di notte Romeo ed in quella vietta si fermava, sí
perché quel camino non era frequentato ed altresí perché stando per
iscontro a la finestra sentiva pur talora la sua innamorata parlare.
Avvenne che essendo egli una notte in quel luogo, o che Giulietta il
sentisse o qual se ne fosse la cagione, ella aprí la finestra. Romeo si
ritirò dentro il casale, ma non sí tosto ch’ella nol conoscesse, perciò
che la luna col suo splendore chiara la vietta rendeva. Ella che sola in
camera si trovava, soavemente l’appellò e disse: – Romeo, che fate voi
qui a quest’ore cosí solo? Se voi ci foste còlto, misero voi, che
sarebbe de la vita vostra? Non sapete voi la crudel nemistá che regna
tra i vostri e i nostri e quanti giá morti ne sono? Certamente voi
sareste crudelmente ucciso, del che a voi danno e a me poco onore ne
seguirebbe. – Signora mia, – rispose Romeo, – l’amor ch’io vi porto è
cagione ch’io a quest’ora qui venga; e non dubito punto che se dai
vostri fossi trovato, ch’essi non cercassero d’ammazzarmi. Ma io mi
sforzarei per quanto le mie deboli forze vagliano, di far il debito mio,
e quando pure da soverchie forze mi vedessi avanzare, m’ingegnerei non
morir solo. E devendo io ad ogni modo morire in questa amorosa impresa,
qual piú fortunata morte mi può avvenire che a voi vicino restar morto?
Che io mai debbia esser cagione di macchiar in minimissima parte l’onor
vostro, questo non credo che avverrá giá mai, perché io per conservarlo
chiaro e famoso com’è mi ci affaticherei col sangue proprio. Ma se in
voi tanto potesse l’amor di me come in me di voi può il vostro, e tanto
vi calesse de la vita mia quanto a me de la vostra cale, voi levareste
via tutte queste occasioni e fareste di modo che io viverei il piú
contento uomo che oggidí sia. – E che vorreste voi che io facessi? –
disse Giulietta. – Vorrei, – rispose Romeo, – che voi amassi me com’io
amo voi e che mi lasciaste venir ne la camera vostra, a ciò che piú
agiatamente e con minor pericolo io potessi manifestarvi la grandezza de
l’amor mio e le pene acerbissime che di continovo per voi soffro. – A
questo Giulietta alquanto d’ira accesa e turbata gli disse: – Romeo, voi
sapete l’amor vostro ed io so il mio, e so che v’amo quanto si possa
persona amare, e forse piú di quello che a l’onor mio si conviene. Ma
ben vi dico che se voi pensate di me godere oltra il convenevole nodo
del matrimonio, voi vivete in grandissimo errore e meco punto non sarete
d’accordio. E perché conosco che praticando voi troppo sovente per
questa vicinanza potreste di leggero incappare negli spiriti maligni ed
io non sarei piú lieta giá mai, conchiudo che se voi desiderate esser
cosí mio come io eternamente bramo esser vostra, che debbiate per moglie
vostra legitima sposarmi. Se mi sposarete, io sempre sarò presta a
venir in ogni parte ove piú a grado vi fia. Avendo altra fantasia in
capo, attendete a far i fatti vostri e me lasciate nel grado mio vivere
in pace. – Romeo che altro non bramava, udendo queste parole, lietamente
le rispose che questo era tutto il suo disio e che ogni volta che le
piacesse la sposeria in quel modo che ella ordinasse.
William Shakespeare
Romeo e Giulietta, atto II, scena II
traduzione di Cino Chiarini (Sansoni, Firenze 1906)
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e
rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor
mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu
stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”?
Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né
un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro
nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche
chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo,
se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione,
che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e
per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara
santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui
scritto, lo straccerei.
GIULIETTA: L’orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella
voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un
Montecchi?
ROMEO: Né l’uno né l’altro, bella fanciulla se l’uno e l’altro a te dispiace.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del
giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi
sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova
qui.
ROMEO: Con le leggere ali d’amore ho superati questi muri, poiché non
ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò
che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non
sono un ostacolo.
GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.
ROMEO: Ahimè! c’è più pericolo negli occhi tuoi, che in venti delle
loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò a tutta prova
contro la loro inimicizia.
GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.
ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a
meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio la mia vita
terminata per l’odio loro, che la mia morte ritardata senza che io abbia
l’amor tuo.
GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?
ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato
il suo consiglio, ed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un
pilota: ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è
bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi
avventurerei sopra una nave.
GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto,
altrimenti un rossore verginale colorirebbe la mia guancia, per ciò che
mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le
convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma
ormai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai “sì”, ed io ti
prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri
degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami
dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo
presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu
potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il
mondo. E’ vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia
condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla
prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me l’arte della
modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se
tu, prima che io me n’accorgessi, non avessi sorpreso l’ardente
confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia facile
resa a leggerezza di questo amore, che l’oscurità della notte ti ha
svelato così.
ROMEO: Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro…
GIULIETTA: Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni
mese cambia nella sua sfera, per timore che anche l’amor tuo riesca
incostante a quel modo.
ROMEO: Per che cosa devo giurare?
GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua
cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, ed io ti crederò.
ROMEO: Se il caro amore del cuor mio…
GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia,
nessuna gioia provo di questo contratto d’amore concluso stanotte: è
troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo
somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire
“lampeggia”. Amor mio, buona notte! Questo boccio d’amore, aprendosi
sotto il soffio dell’estate, quando quest’altra volta ci rivedremo,
forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace
e una dolce felicità scendano nel cuor tuo, come quelle che sono nel
mio petto.
ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?
GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?
ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.
GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.
ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?
GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io
non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata
come il mare, e l’amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne
concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l’amor mio
sono entrambi infiniti.