mercoledì 12 gennaio 2022

Gli ignavi

 

 


Dante,  Divina Commedia. Inferno, canto III, versi 34-51

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

sanza ecc.: senza meritarsi, per le loro azioni, né infamia né lode. Sono gli ignavi, che non seppero operare il bene per viltà; ma Dante sembra disprezzarli soprattutto per quel che di grigio ed opaco fu nel loro modo di vivere, e per cui non riuscirono ad avere un nome fra gli uomini. E questo suo disprezzo, che si esprime con estrema violenza, è correlativo alla simpatia, in lui così viva sempre, per i magnanimi, per coloro cioè che, in bene o in male, seppero imprimere una potente impronta nella storia del loro tempo. Il che lo porta anche ad escogitare, per queste anime sciagurate, una soluzione di singolare efficacia emotiva, ma assai difficile da giustificare su un piano razionale e teologico: esse non sono infatti né dannate né salve, ugualmente disdegnate da Dio e dai diavoli. «In generale l'atteggiamento del poeta nell'Inferno è di risoluto e duro antagonismo: e il canto III, che contiene i suoi più proverbiali disdegni dinanzi agli spiriti perduti, disegna il grande pellegrino in questo atteggiamento rigido, appena temperato da un iniziale movimento di pietà. Il seguito dell'Inferno s'innalza su questo fondamento morale, ma non si sarebbe potuto mantenere inalterato senza impoverire la figura di Dante e la poesia della cantica. Via via che l'Inferno procede, intorno a quel potente nucleo morale della personalità di Dante si vengono collocando le piú svariate reazioni suscitate in essa dall'incontro di anime tanto diverse, e quindi, si viene, insieme con il mondo dell'Inferno, colorendo e movendo la figura del protagonista che lo va esplorando» (Momigliano). – lodo: per lode, è abbastanza comune nell'italiano antico (cfr. PARODI, Bull. Soc. dant., III, 119); ma di Dante c'è questo esempio solo, in rima. (Natalino Sapegno)
Caccianli ecc.: i cieli li cacciano per non esser macchiati dalla loro presenza (per non esser men belli). (Dino Provenzal)
Esser non lassa: non lascia che esista. (Siro A. Chimenz)

 

 

https://palomarblog.wordpress.com/2017/05/29/le-vene-e-i-polsi/
https://palomarblog.wordpress.com/2016/04/19/era-gia-lora-che-volge-il-disio/
https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/03/qui-si-parra-la-tua-nobilitate/


domenica 9 gennaio 2022

Le donne gamuna

Celati non colloca i Gamuna in Africa

Il narratore risiede in un villaggio normanno. Nella solitudine brumosa della campagna, in una casa dalle scale scricchiolanti, piena di piccoli notturni rumori, raccoglie materiali documentali sul misterioso popolo dei Gamuna: le fonti maggiori sono le lettere e i taccuini di un amico viaggiatore, gli articoli di un aviatore argentino e il diario che una suora vietnamita gli legge quando egli si reca a trovarla al di là della Manica. Gianni Celati dà vita a un romanzo di antropologia fantastica ricreando la storia dei Gamuna, della loro lingua, dei loro costumi, del mistero che li circonda.

Gianni Celati, Fata morgana, Feltrinelli, Milano 2005

La vertigine dell'altezza sembra loro un segno certissimo che tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo fenomeno di fata morgana, e che ogni immagine di vita sulla terra non sia altro che un miraggio del genere. Loro lo chiamano "la grande allucinazione del mondo" (teru-u ta). (p.10)

 Le donne gamuna possono produrre effetti sconcertanti con le loro occhiate, ma non si è mai sentito che ispirino la pallida malinconia degli Tsiuna, o quel senso di vita insulsa che spesso i maschi adulti portano scritto in faccia. Del resto considerano i mariti come animali d'una specie diversa, da tenere a distanza con sguardi e scherni poco innocenti. Questo loro separatismo dipende in parte dal fatto che la sagoma nervosa e filiforme degli uomini sembra miseranda, accanto a quella carnosa delle donne. Si aggiunga che i maschi hanno fisionomie pavide e fluttuanti, nessun interesse sentimentale, e scoppi frequenti d'angoscia con strabuzzamenti d'occhi; mentre le donne hanno sguardi molto diretti, risate di sfida, e si lanciano in arditi amori fino ad età avanzata. Inoltre, le donne sono vanitose, ma d'una vanità sconsiderata e rinfrescante, dice la sorella Tran; mentre gli uomini non lasciano mai trasparire quel vizio, perché hanno paura di suscitare delle critiche morali. Un'altra cosa distingue più che mai gli uomini dalle donne gamuna: quando un maschio sente pronunciare la parola "vita" è spesso preso dal convulso, sbanda e barcolla, pensa a tutto quello che potrebbe succedergli di brutto; invece una donna è invasa da imprecisi entusiasmi, da un calore alla testa, o da voglie di buttare il marito in un pozzo. E se è una matrona, a volte ha dei fumi che le escono dalle tempie, poi si mette alla finestra aspettando che arrivi uno straniero da lontano, a cui lanciare occhiate di fuoco. (pp.44-45)

 


 

giovedì 6 gennaio 2022

Paolo e Francesca

 
 
 
 
Inferno, 5, 76-142
 
Commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi
 
I’ cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri". 
 
leggeri: questo aggettivo, oltre al senso proprio che è riferito al peso (cfr. Purg. XII 12), acquista anche il significato di «agile», «spedito» (I 32; XXI 33) fino a quello di «veloce» (Purg. XXIV 69). Esso qui indica che i due spiriti appaiono travolti e trascinati dal vento infernale, quasi non avessero peso. Alcuni antichi videro in questo una connotazione di maggior pena («erano più veloci, perché erano più tirati dal vento, cioè avevano maggior pena»: Landino, Vellutello). Noi diremmo piuttosto che ciò significa in modo evidente la singolare fatalità di quella passione (come non vi resistettero e si abbandonarono in vita, così ora si abbandonano al vento), ma il modo di rappresentarla è ancora una volta delicato – più avanti essi saranno paragonati a colombe – mantenendo quella connotazione di gentilezza che nessun lettore potrà mai togliere alla storia di Francesca.

Comincia qui la seconda parte del canto (anche nel numero dei versi il canto è esattamente diviso in due, con questa terzina di sutura), che è il suo vero cuore e ragion d'essere: la storia di Francesca. Ma la prima ha, come vedemmo, la funzione di intonare e preparare, come per avvicinamento, nei suoi temi fondamentali, la grande vicenda umana, tragica e pietosa, che qui ha inizio. Dante non fa a caso, come corona e sfondo a Francesca, i più grandi nomi – Didone, Elena – dell'umana poesia. Anche l'ignota Francesca sarà destinata a far parte, non ultima, di quella fila.

Quali colombe dal disio chiamate                                                                                                                          con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
87
 
"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
90
 
Quali colombe...: la similitudine, che interviene prima che i due spiriti si muovano e parlino, così da connotarne in anticipo l'aspetto e il movimento, risente – non a caso – della dolcezza virgiliana della sua origine («qualis spelunca subito commota columba, / cui domus et dulce latebroso in pumice nidi, / fertur in arva volans... mox aere lapsa quieto / radit iter liquidum celeris neque commovet alas»: Aen. V 213-7): ma spogliata di molti particolari e accresciuta di due parole essenziali – disio, voler – che danno un carattere umano a quel volo (Parodi), essa solleva il tono, nella bellezza del suo perfetto giro ritmico e figurativo, preludendo al momento centrale del canto. Della dolcezza e gentilezza – qui presenti anche nell'andamento melodico del ritmo – di cui Dante circonda fin da principio Francesca, già abbiamo detto; qui compare potente nel verso quel disio (istinto amoroso nelle colombe, passione nell'uomo) che avvolto di dolcezza è poi la prima origine di tanto dolore e rovina (cfr. vv. 113-4). Esso risponde pur in questa soave figura – al talento del verso definitorio iniziale (v. 39), tragicamente anteposto alla ragione umana.
animal: essere vivente, animato (cfr. II 2; Purg. XXIX 138; Par. XIX 85).
grazioso e benigno: cortese e benevolo («grazia [è] dolce e cortesemente parlare»: Conv. IV, xxv 1); che tale appari dalle tue parole verso di noi. Sono le prime parole di Francesca; il primo verso che pronuncia è pervaso di gentilezza, diffusa da queste due parole che ella rivolge a Dante.
noi: tutte le anime di quella schiera, morti uccisi o suicidi.
che tignemmo: che col nostro sangue tingemmo il mondo di rosso; l'immagine porta con sé il termine proprio dell'arte tintoria («tinger lana in sanguigno»), termine che d'altra parte richiama il sangue versato in quelle morti: stretto circolo della fantasia e del linguaggio, proprio dei momenti più intensi di quest'arte. Qui già prende voce in Francesca l'amaro rimpianto per quella sua morte che le è sembrato insanguinasse il mondo intero, e s'intona sul suo vero registro quella storia che apparve così piena di dolcezza.
 
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.
93
 
Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

ci tace: qui tace; l'uso di ci enclitico e proclitico come avverbio di luogo è comune nel poema. Che il vento taccia in quel luogo (ma non altrove) per un certo tempo, per permettere il colloquio, rientra nella norma – se così può dirsi – delle eccezioni fatte per Dante durante il suo viaggio; ed è naturale che Francesca lo noti come fatto non comune. Altri intende ci come dativo di vantaggio (tace per noi), basandosi sul richiamo virgiliano: «et nunc omne tibi stratum silet aequor» (Ecl. IX 57). Meno forte la pur autorevole lezione si tace (più agevole e bella all'orecchio di noi moderni, e sostenuta da Gmelin, Pagliaro e Sapegno), sia perché lectio facilior, sia perché quella bufera, è stato detto in modo categorico, mai non resta.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui. 99 
 
Siede...: è situata; la terra, la città di Ravenna, che nel Medioevo sorgeva ancora vicino al mare. Quasi sempre, nella Commedia, le anime indicano per prima cosa la loro patria d'origine, quasi essa le caratterizzi in modo eminente, come punto di riferimento sulla terra (così già Virgilio: I 68-9). Qui comincia la storia, condotta per brevi tratti, in solo quattro terzine. Francesca, figlia di Guido il Vecchio da Polenta, signore di Ravenna, sposò nel 1275 Gianciotto Malatesta, signore di Rimini; il matrimonio doveva suggellare la pace tra le due famiglie, a lungo rivali. Ma Francesca s'innamorò di Paolo, fratello del marito, e questi li sorprese e li uccise entrambi. Il fatto, databile tra il 1283 e il 1285 – al tempo quindi della giovinezza di Dante –, ebbe probabilmente larga eco tra i contemporanei, e particolarmente in Firenze, dove Paolo era stato capitano del popolo nel 1282. Non ce n'è rimasta tuttavia alcuna traccia all'infuori del passo dantesco, e da questo sembrano dipendere tutti gli antichi commentatori. Il Boccaccio racconta che Francesca fu ingannata, avendo creduto di dover sposare Paolo, e trovandosi poi sposa dello sciancato Gianciotto («ciotto» vale appunto zoppo, sciancato); ma si tratta evidentemente di una leggenda, prima di tutto perché qui non se ne fa cenno, e poi perché Paolo risulta sposato dal 1269. Si e supposto (Mattalia) che Dante abbia scelto questo esempio in polemica contro i Malatesta, da lui bollati come tiranni e traditori in XXVII 46-8 e XXVIII 76-90. Ma si noti che qui non si fa alcun nome, tranne quello di Francesca, ed è risaputo che Dante non tace i casati e le famiglie quando vuole che siano riconosciuti; anche Paolo e Gianciotto non sono nominati, e nemmeno le due città, come se tutto avvenga soltanto in funzione di colei che parla. Questo velo steso sui nomi ha certamente un suo significato (e cioè che la storia, crediamo, non ha alcun riferimento politico, ma solo all'individuo Francesca – emblematico per tutta l'umanità) e sembra prudente rispettarlo; è del resto difficile poter cogliere il perché di una scelta che è racchiuso, come molti altri nella Commedia, nell'alta fantasia che la compì.

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte. 108 

Caina attende...: Caina è la zona dove sono puniti i traditori dei parenti, nel fondo dell'inferno. È questa quindi una maniera velata per indicare chi fu l'uccisore e anche il modo dell'uccisione (sorpresi forse per inganno o tradimento); tale riserbo e velo è tipico del parlare di Francesca (cfr. i vv. 102 e 138) e si ritroverà in altre figure di giovani donne della Commedia (si vedano le parole di Pia – Purg. V 135-6 – e di Piccarda – Par. III 106), quasi segno della delicatezza femminile, come Dante la intese e la raffigurò.
Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: "Che pense?".
111
  
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!". 114

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?". 120

E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

Per più fïate: più volte.
li occhi ci sospinse: spinse i nostri occhi, quasi facendoci violenza, a guardare l'uno quelli dell'altro. La forza di questo verbo, come la suggestione dell'altro (scolorocci), sono i due perni fantastici della terzina e di tutta la scena.
 
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
135
 
il disiato riso: la bocca sorridente e desiderata; «la bocca che più dimostra il riso che niuna altra parte del corpo» (Buti).
 
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante". 138
 
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse. 141

E caddi come corpo morto cade.
 .
 Nota critica

A lungo questo brano è stato interpretato seguendo le orme dei lettori romantici che, da Foscolo a De Sanctis, hanno visto nell’episodio un’esaltazione dell’amore-passione: la pietà di Dante diventava ai loro occhi il segno di una comprensione umana, che continuava a manifestarsi in un quadro pur sempre dominato  dall’ordine inflessibile dell’oltretomba. Nel Novecento la critica ha seguito altre strade. Con Pagliaro "l’attenzione per l’analisi linguistica ha portato verso una lettura in chiave metaletteraria dell’episodio. Fondamentale, su questa strada, è stato il saggio di Contini, che ha sviscerato nel discorso di Francesca, attraverso una rete precisa di citazioni, i riferimenti a molteplici fonti, che vanno dal De amore al De amicitia ciceroniano, da Fra Giordano da Pisa a Aimeric de Peguilhan, da Guittone d’Arezzo a Boezio, passando attraverso san Tommaso d’Aquino (che descrive con precisione i meccanismi della concupiscenza). Francesca diventa, in questa prospettiva, non una semplice dilettante, ma un’autentica professionista della letteratura". (Letteratura europea Utet) Non stupisce che una simile linea di pensiero si sia imposta tra gli addetti ai lavori. Il grande pubblico potrebbe essere più sensibile ad altri aspetti ben sottolineati nel commento di A. M. Chiavacci Leonardi. Nessun altro personaggio della vicenda viene nominato a parte Francesca che domina la scena. L'illustratore Gustave Doré ha colto benissimo il punto proiettando in primo piano la candida sagoma di Francesca  e assegnando un ruolo di sostegno alla figura di Paolo. I romantici davano molta importanza all'anafora costituita dall'uso ripetuto della parola "amore". Paolo e Francesca avrebbero agito seguendo l'impulso dell'amore. Un'altra parola che pure ritorna spesso nel brano è "desiderio", in varie forme: "disìo" per due volte e poi disiri, disiato. Nel vocabolario cristiano il desiderio prende il posto della passione, presente nella filosofia greca. Al di là della vernice letteraria, resta il fatto che la pulsione amorosa mantiene tutta la sua importanza nel testo.
E' curioso infine che tra tanti riferimenti non sia richiamato il Vangelo: "Siate candidi come colombe  e astuti come serpenti" (Matteo, 10, 6). Forse Gustave Doré non ci aveva pensato ma la sua immagine di Francesca ben si adatta a una lettura del genere. (Giovanni Carpinelli)

Si veda inoltre sul ruolo del desiderio nel Vangelo e nella parola di Gesù
http://machiave.blogspot.it/2013/01/una-lettura-psicanalitica-dei-vangeli.html

Antonio Enzo Quaglio, Matilde Luberti
Francesca da Rimini,
Enciclopedia dantesca, 1970
 
Dalla dolorosa istoria del Boccaccio alla plastica figura scolpita dal Foscolo, a pretesto di un giuoco strutturale smontabile dai formalisti di oggi, F. sembra dissolversi per lasciar posto a Dante. Ma la morte critica del personaggio è del tutto apparente, è anzi la prova della sua vitalità multiforme, di una ricchezza disponibile a qualunque operazione critica.
 

 

martedì 4 gennaio 2022

Il sacrificio di Draghi

 

QUIRINALE, ULTIMA CHIAMATA

Massimo Rostagno

Il Mondo di Pannunzio, 3 gennaio 2022

“Disgraziato è quel paese che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht. Sottintendeva che quando una collettività non riesce a funzionare secondo regole proprie, anonime ma efficaci, e deve fare ricorso all’ ‘uomo della provvidenza’ che la risollevi vuol dire che è precipitata nella disgrazia. A leggere le cronache politiche delle ultime settimane sembra la fotografia dell’Italia. Il paese disgraziato bisognoso di eroi forse è proprio il nostro. L’Italia infatti è appesa a Mario Draghi. Il suo destino personale appare inestricabilmente intrecciato a quello dell’intera nazione. Nella sua ultima conferenza stampa il Presidente del Consiglio ha cercato di negarlo, sostenendo che il suo percorso individuale non è importante. Lo è,
invece. Lo è maledettamente. A rendere evidente questa verità è l’appuntamento che nelle prossime settimane attende le nostre istituzioni e tutta la politica nazionale: l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Questo passaggio è da sempre molto delicato perché le schede nella insalatiera esprimono al massimo grado possibile le tensioni, gli accordi riusciti o falliti, i rancori dell’intero corpo parlamentare. Per molti versi è il passaggio politico per eccellenza in cui si consumano vendette, si regolano conti, si dà prova o meno di responsabilità nazionale. Ciò che ci attende è tutto questo ma ancora di più. La contingenza in cui ci troviamo infatti configura il delicato passaggio come una specie di giudizio di Dio in cui la posta in palio non è soltanto la massima carica dello Stato, ma il futuro dell’intero paese. Alcuni elementi rendono l’appuntamento istituzionale così eccezionale, anche rispetto al passato. In primo luogo, il fatto che siamo in una situazione di politica commissariata. Dal gennaio 2021, la politica nazionale ha fatto default e la nascita del governo Draghi ne è la testimonianza. L’arrivo dell’ex banchiere ha reso evidente l’incapacità, l’incompetenza, l’inadeguatezza se non addirittura la cialtroneria di gran parte delle rappresentanze politiche uscite dalle elezioni del 2018. Nelle prossime settimane tuttavia l’onere della scelta sta proprio nelle loro mani. Poi naturalmente vi è l’emergenza pandemica: una grande catastrofe sanitaria che porta in sé enormi implicazioni politiche. La sua curvatura in meglio o in peggio – misurata in nuove infezioni, ospedalizzazioni, stress sanitario e deceduti – eserciterà una pressione decisiva sulla scelta per il Colle, aprendo o chiudendo possibilità e alternative. La reiterata indisponibilità dell’attuale Presidente della Repubblica ad un secondo mandato preclude inoltre ai grandi elettori un anomalo ma già praticato escamotage: congelare lo statu quo per sopravvivere fino alla fine della legislatura. Era giù accaduto con il presidente Napolitano, di fronte al quale una politica già allora incapace di trovare soluzioni si era inginocchiata, implorandolo di accettare un prolungamento del mandato. In quel caso il presidente, tra mille malumori, aveva acconsentito, introducendo un’eccezione nella prassi costituzionale fino ad allora seguita. Ma soprattutto, la novità che rende davvero inedito il prossimo appuntamento costituzionale è proprio la figura di Mario Draghi che ha molte qualità ma non quella di duplicarsi. Eleggerlo alla Presidenza della Repubblica significa rimuoverlo dalla Presidenza del Consiglio e trovare un suo sostituto. Non eleggerlo alla Presidenza della Repubblica o, peggio ancora, esporlo ad una candidatura che venga poi impallinata dai franchi tiratori nell’urna, comporterebbe una sua delegittimazione politica anche come premier. A dover sbrogliare una matassa così complicata è proprio quella classe politica che già una pessima prova di sé ha fornito nel corso della legislatura, la peggiore di tutta la storia repubblicana. Iniziata male fin dal principio, nel corso degli anni ci ha portato il primo governo populista d’Europa, il Conte 1, l’estate del Papeete, il Conte 2, andato poi a schiantarsi per conclamata incapacità di fronte alle urgenze imposte dalla pandemia. Il gruppo parlamentare più importante, entrato in parlamento con l’intenzione di aprirlo come una scatoletta di tonno, ha subito a sua volta una mutazione genetica trasformandosi nel proprio opposto:
una forza neo dorotea disposta ad allearsi con tutti pur di rimanere al potere, nella totale indifferenza a contenuti e schieramenti. Nel frattempo, si è frantumato, subendo scissioni, abbandoni, generando gruppi alternativi ed aumentando l’ingovernabilità del Parlamento stesso. Questo è il contesto chiamato a misurarsi con la scelta dell’inquilino del Colle. Chi scrive è convinto che la soluzione più vantaggiosa per il Paese sia la permanenza di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio - vera cabina di regia della gestione del PNRR - e che la sua rimozione o il suo trasloco indeboliscano la credibilità italiana in Europa e nel mondo. Le prospettive indicate da qualcuno (Giorgetti) che vedono nella sua salita al Quirinale la realizzazione di un semipresidenzialismo di fatto appaiono avventuriste, costituzionalmente poco fondate, per non dire quasi eversive. Quanto alle altre ipotesi alternative circolanti per il Quirinale – da Berlusconi all’autorevole esponente del centro destra alla donna – è bene lasciarle per il momento ai retroscena dei quotidiani, ma certo indicano, se ce ne fosse bisogno, la complessità della situazione. Ciò che invece è interessante mettere a fuoco sta proprio nel meccanismo decisionale per giungere all’elezione, perché illumina un’epoca, rivela una antropologia. Da sempre, l’elezione del Presidente della Repubblica richiede arte della mediazione, capacità di tessere accordi ed autorevolezza per farli rispettare. Richiede cioè l’esercizio di un’alta sapienza politica. Ed è proprio questa a latitare clamorosamente nell’ attuale classe parlamentare che si è formata plasmandosi sugli umori più rabbiosi, sulla ricerca del consenso di breve periodo senza alcuna visione strategica. Figlia della ‘bestia’ di Morisi e degli algoritmi di Casaleggio, nutrita dalla società dello spettacolo, risulta capace tutt’al più di radunare i propri tifosi con rozze riaffermazioni identitarie: esattamente il contrario di ciò che richiede la delicata partita del Colle. È proprio nella fisionomia antropologica e nella cultura dei nostri rappresentanti che si misura lo scarto tra ciò che sarebbe necessario e ciò che è invece disponibile, tra l’altezza del compito e l’incapacità di assolverlo. Solo un dio ci può salvare, verrebbe da dire richiamando Heidegger, e abbandonandoci alla disperazione. In realtà, più laicamente, c’è da aspettarsi altro, o quanto meno da avanzare una richiesta Si richiede con forza una prova di responsabilità da fornire al paese. Giocarsi l’attuale premier con una condotta inopportuna, con pasticci politici e improvvisazioni dilettantistiche sarebbe letale per tutti noi. Draghi (in qualità di premier o di Presidente della repubblica) è l’anello che congiunge l’Italia all’Europa e ai fondi europei del PNRR. Far saltare questo meccanismo virtuoso produrrebbe conseguenze nefaste per un paio di generazioni. E’in grado la politica di garantire almeno questo e di riscattare il pessimo spettacolo offerto in questi quattro anni di legislatura? Riesce a dimostrare che i mesi di ‘sospensione per cattiva condotta’ inflitti dal governo Draghi sono serviti almeno ad acquisire    la consapevolezza della propria miseria? L’opinione pubblica è ben conscia che la prima preoccupazione della grandissima parte dei grandi elettori chiamati a scegliere l’inquilino del Quirinale consiste nell’evitare lo scioglimento anticipato delle Camere e nel mantenere lo stipendio per un altro anno. E tuttavia, data l’entità della posta in gioco, sarebbe bene che accanto a questa preoccupazione (umanissima, per carità!), i parlamentari si facessero carico anche di un’altra più alta esigenza: quella di collocare una prestigiosa personalità al colle più alto, mantenendo l’Italia nell’assetto virtuoso di questi ultimi dodici mesi. In fondo, potrebbe essere un riscatto dai disastri politici di questi quattro anni. Un modo di congedarsi, avendo qualcosa di importante da raccontare ai propri nipoti, evitando che una legislatura iniziata malissimo finisca anche peggio.

venerdì 31 dicembre 2021

Oh Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?

 

Una dichiarazione d’amore tra le più famose nella storia della letteratura. Le possiamo attribuire anche il valore di un richiamo per noi all’importanza permanente dell’eros. Rappresenta poi un modo per guardare con altri occhi al mondo attuale.
Pensiamo alla solitudine,  fenomeno molto diffuso nella società degli individui. Come si esce dalla solitudine? Attraverso la fusione/immersione in un gruppo: è una possibilità. Oppure attraverso il rapporto con l’altro. Nella sua forma più esaltante questo rapporto implica lo slancio erotico, il desiderio e anche al tempo stesso il dono: il bisogno di uscire da noi stessi andando incontro all’altro, simile e complementare. Un altro che ci valorizza. Da qui l’impulso al dono, la generosità. E l’approdo alla trascendenza, ossia a qualcosa che va oltre noi stessi e oltre il tempo.
Tutto questo e molto altro c’è nelle parole di Giulietta a Romeo. Grandezza di Shakespeare: Bandello aveva già raccontato quella storia, ma il rapporto tra gli amanti nella sua versione era molto più banale. 


Matteo Bandello 

Andava spesso di notte Romeo ed in quella vietta si fermava, sí perché quel camino non era frequentato ed altresí perché stando per iscontro a la finestra sentiva pur talora la sua innamorata parlare. Avvenne che essendo egli una notte in quel luogo, o che Giulietta il sentisse o qual se ne fosse la cagione, ella aprí la finestra. Romeo si ritirò dentro il casale, ma non sí tosto ch’ella nol conoscesse, perciò che la luna col suo splendore chiara la vietta rendeva. Ella che sola in camera si trovava, soavemente l’appellò e disse: – Romeo, che fate voi qui a quest’ore cosí solo? Se voi ci foste còlto, misero voi, che sarebbe de la vita vostra? Non sapete voi la crudel nemistá che regna tra i vostri e i nostri e quanti giá morti ne sono? Certamente voi sareste crudelmente ucciso, del che a voi danno e a me poco onore ne seguirebbe. – Signora mia, – rispose Romeo, – l’amor ch’io vi porto è cagione ch’io a quest’ora qui venga; e non dubito punto che se dai vostri fossi trovato, ch’essi non cercassero d’ammazzarmi. Ma io mi sforzarei per quanto le mie deboli forze vagliano, di far il debito mio, e quando pure da soverchie forze mi vedessi avanzare, m’ingegnerei non morir solo. E devendo io ad ogni modo morire in questa amorosa impresa, qual piú fortunata morte mi può avvenire che a voi vicino restar morto? Che io mai debbia esser cagione di macchiar in minimissima parte l’onor vostro, questo non credo che avverrá giá mai, perché io per conservarlo chiaro e famoso com’è mi ci affaticherei col sangue proprio. Ma se in voi tanto potesse l’amor di me come in me di voi può il vostro, e tanto vi calesse de la vita mia quanto a me de la vostra cale, voi levareste via tutte queste occasioni e fareste di modo che io viverei il piú contento uomo che oggidí sia. – E che vorreste voi che io facessi? – disse Giulietta. – Vorrei, – rispose Romeo, – che voi amassi me com’io amo voi e che mi lasciaste venir ne la camera vostra, a ciò che piú agiatamente e con minor pericolo io potessi manifestarvi la grandezza de l’amor mio e le pene acerbissime che di continovo per voi soffro. – A questo Giulietta alquanto d’ira accesa e turbata gli disse: – Romeo, voi sapete l’amor vostro ed io so il mio, e so che v’amo quanto si possa persona amare, e forse piú di quello che a l’onor mio si conviene. Ma ben vi dico che se voi pensate di me godere oltra il convenevole nodo del matrimonio, voi vivete in grandissimo errore e meco punto non sarete d’accordio. E perché conosco che praticando voi troppo sovente per questa vicinanza potreste di leggero incappare negli spiriti maligni ed io non sarei piú lieta giá mai, conchiudo che se voi desiderate esser cosí mio come io eternamente bramo esser vostra, che debbiate per moglie vostra legitima sposarmi. Se mi sposarete, io sempre sarò presta a venir in ogni parte ove piú a grado vi fia. Avendo altra fantasia in capo, attendete a far i fatti vostri e me lasciate nel grado mio vivere in pace. – Romeo che altro non bramava, udendo queste parole, lietamente le rispose che questo era tutto il suo disio e che ogni volta che le piacesse la sposeria in quel modo che ella ordinasse.

William  Shakespeare
Romeo e Giulietta, atto II, scena II
traduzione di Cino Chiarini (Sansoni, Firenze 1906)

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.

ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?

GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa “Montecchi”? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.

ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?

ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

GIULIETTA: L’orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?

ROMEO: Né l’uno né l’altro, bella fanciulla se l’uno e l’altro a te dispiace.

GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO: Con le leggere ali d’amore ho superati questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.

GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.

ROMEO: Ahimè! c’è più pericolo negli occhi tuoi, che in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò a tutta prova contro la loro inimicizia.

GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.

ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio la mia vita terminata per l’odio loro, che la mia morte ritardata senza che io abbia l’amor tuo.

GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?

ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglio, ed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un pilota: ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.

GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti un rossore verginale colorirebbe la mia guancia, per ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma ormai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai “sì”, ed io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. E’ vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me l’arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se tu, prima che io me n’accorgessi, non avessi sorpreso l’ardente confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia facile resa a leggerezza di questo amore, che l’oscurità della notte ti ha svelato così.

ROMEO: Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro…

GIULIETTA: Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, per timore che anche l’amor tuo riesca incostante a quel modo.

ROMEO: Per che cosa devo giurare?

GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, ed io ti crederò.

ROMEO: Se il caro amore del cuor mio…

GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna gioia provo di questo contratto d’amore concluso stanotte: è troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire “lampeggia”. Amor mio, buona notte! Questo boccio d’amore, aprendosi sotto il soffio dell’estate, quando quest’altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel cuor tuo, come quelle che sono nel mio petto.

ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?

GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?

ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.

GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.

ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?

GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il mare, e l’amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l’amor mio sono entrambi infiniti.

 

giovedì 30 dicembre 2021

La donna della domenica



 
Luigi Firpo, La donna della domenica. Giallo a Torino, La Stampa, 25 aprile 1972  

Non mi resta nella giornata molto tempo per leggere romanzi. E quelli che mi capita di leggere non suscitano in me troppi rimpianti per gli altri che sfrecciano sotto gli occhi, copertine multicolori, nudi titoli […] Le parole ci sono, magistrali talvolta: mancano le cose da dire.

Ben venga dunque questo grosso racconto di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La donna della domenica, scritto a due mani senza un’incrinatura né un percepibile salto di stile, che si degusta pagina per pagina con complicità maliziosa e si vorrebbe poter leggere tutto d’un fiato, tanto si impossessa di noi con i suoi ironici sortilegi. Non vorrei che qualcuno lo guardasse con sufficienza o se ne sbrigasse alla brava, trattandolo da sottoprodotto di letteratura poliziesca. Certo è la storia di due misteriosi delitti e il più simpatico dei tanti protagonisti è un commissario di polizia siciliano. In ogni caso non si tratta di “giallo” alla britannica, gremito di enigmatici sospetti e di angosce notturne, né di un “giallo” made in Usa, carico di esplosiva violenza e tutto risolto nell’azione: semmai si potrebbe richiamare Simenon e il suo lentissimo scavo psicologico tra velleità contuse e reticenze risentite, sullo sfondo di grigie città di provincia.

L’intreccio non ha nulla di artificioso o di gratuito: la macchina complessa muove i suoi rotismi con una naturalezza quasi fisiologica, l’ingegnosità è tanto sottile da mimetizzarsi totalmente. Ne deriva un intrigo tanto capillare da apparire casuale, da identificarsi con il caso stesso nella sua gratuità pura. Personaggi si incrociano, sfiorano, urtano, estranei in gran parte l’un l’altro, eppure connessi da sotterranei fili; tutti si implicano e compromettono vicendevolmente, ignorandosi, come appunto accade nella vita. I conati più diversi si intersecano, guidati ciascuno da una sua interna razionalità, ma volti a scopi illusori, settorialmente angusti: l’esito non è perciò l’ordine, ma il caos, un brulichio d’insetti multicolori.

La difficoltà dell’indagine risolutrice sta appunto in questa sfuggente logica dell’insieme, nella regìa di una rappresentazione in cui troppi personaggi recitano a soggetto. Il segreto filo conduttore non è tanto l’intreccio, quanto il giocare con la sostanziale ambiguità di ogni comportamento e parola: l’artificio scontato della suspense tradizionale, cioè la moltiplicazione dei possibili indiziati attraverso illusori sospetti (fino a celare il vero colpevole sotto le spoglie più candide e insignificanti) qui si rende superfluo. Sono le cose in sé che offrono significati molteplici, non in quanto soggettivamente elusive, ma perché oggettivamente polimorfe. […]

A questo gioco scontato fa da sfondo una Torino che sembra di toccare tanto è vera – muri, atmosfere, strade, botteghe, gente per via – messa a nudo con realismo impietoso. Ogni lettore che ci abiti non potrà fare a meno di ravvisarvi il ritratto di un vicino di casa,di un compagno di lavoro. Questa città individualista e reticente, rimasta a mezza via tra passato e futuro, sterminata periferia industriale che sommerge il centro storico risorgimentale e i quartieri perbene dei burocrati umbertini senza trovare idee e slancio da metropoli del Duemila, è uno scenario ideale per rappresentare alienazioni e compromessi, snobismi e luoghi comuni, l’affollamento disorganico e l’incomunicabilità. E’ una Torino vera fino alla sfumatura dialettale dei diversi ceti o al dettaglio topografico; ogni particolare vi è perfettamente riconoscibile e collima. […] qui uno dei protagonisti, la prima vittima, abita in una delle ultime trincee del perbenismo piccolo borghese, in via Peyron, e ha un pied-à-terre in via Mazzini, in uno di quei cortili declassati e promiscui in cui si ravvisano a stento i relitti di un funereo decoro ottocentesco. E’ una Torino vista con occhi impietosi, anonima e involgarita, frustrata e sterilmente ironica, fra l’esibizionismo di incolti dirigenti industriali che investono rotonde gratifiche in dipinti falsi e l’ostinazione di vecchi rentiers che difendono con espedienti e finzioni le parvenze di un’agiatezza perduta. 

Quasi sintetizzando la loro insofferenza per questi provincialismi e grettezze, gli autori sembrano denunciare con animosità eccessiva “difetti e virtù di una Torino sepolta di fresco o comunque in rapida decomposizione: la parsimonia, ma incancrenita nei modi del morto di fame; il riserbo, ma degradato a losca elusività; il conformismo, ma fermentato in progressive purulenze; la cortesia, ma liquefatta in adulazione; il vecchio stile, ma mangiato dai vermi di abbiette civetterie, di atroci vezzi*”. Sono parole molto dure, ma tutto il racconto poi le discioglie in impercettibili compiacimenti e tenerezze, si abbandona a vibrazioni di luce, suoni indistinti, lembi di cielo, prospettive consuete, fino a tradire in modo quasi commovente, sotto la censura dell’intelligenza, il moto segreto del cuore e un amore inconfessato, trepidante di pudore e di gelosia. Perciò, anche dove Fruttero e Lucentini graffiano e pungono con capricciose perfidie e allusioni impietose, il tono generale resta quello stimolante dell’arguzia, senza le verghe sanguinose della  satira.

Tante altre cose ci sarebbero da dire di questo libro così vivo d’intelligenza e così intriso d’ironia, che si vorrebbe poter leggere d’un fiato e che si depone col rammarico della fine, come di chi guarda il cielo nero dopo che l’ultimo fuoco d’artificio s’è spento: segno che è un romanzo vero e non solo un “giallo” di cui si legga frettolosamente l’ultima pagina tanto per sapere chi è l’assassino. L’ultima pagina poi, anzi, per l’esattezza, l’ultima riga, rappresenta la più pudica e allusiva narrazione di un adulterio nelle letterature di tutti i tempi, il che, in epoca di erotismi ostinati e triviali, non è cosa da poco. 

Quanto a me, sono grato agli autori per avermi liberato da un complesso inibitorio: grazie a loro dopo tanti gratuiti arzigogoli e noie mortali, posso dire di aver letto finalmente un libro divertente. E, alla buon’ora, non me ne vergogno.


http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/mod,libera/action,viewer/Itemid,3/page,3/articleid,0142_01_1972_0097_0003_4983896/

* F&L stanno parlando dell’architetto Garrone e attribuiscono in realtà a lui le caratteristiche elencate.

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Attorno ai personaggi principali ruotano numerose altre figure, delle più diverse estrazioni sociali: le anziane sorelle Tabusso, rintanate con la domestica nella loro villa in collina, assediata da un florido traffico di prostitute e clienti; il gallerista Vollero che, pur temendo di essere scoperto dai suoi clienti, si rifornisce di cornici al Balon; l’americanista Bonetto, un intellettuale immaturo, perso dietro improbabili, inutili (e probabilmente immaginarie) schermaglie culturali con odiati colleghi. Per tale ricchezza di personaggi e per la profondità dell’analisi psicologica il romanzo costituisce un vivido ritratto della società torinese di quegli anni. [Wikipedia]

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Giovanni Damele, Facebook, 20 settembre 2024

Quando ero all’università, andavo dallo stesso tabacchino di Lucentini. Cioè, ero andato per caso, una volta, da quel tabacchino all’angolo di piazza Vittorio e ci avevo trovato Lucentini, che viveva lì accanto. E da allora ci andavo sempre sperando di ritrovarcelo ancora (accadde, al massimo, ancora un paio di volte in 4 anni). Lui comprava Gitanes senza filtro, che avevano un pacchetto caratteristico (una specie di grande scatola di fiammiferi con la gitana nera che danzava su uno sfondo blu, avvolta in spire di fumo bianco), io il tabacco e le cartine Gauloises, che mi sembravano degne di uno studente di filosofia a Torino (per uno che aveva fatto il liceo a Savona, era un po’ come passare da Marsiglia a Parigi, si parva licet). F&L li scoprii negli anni dell’università. Per me, liceale di provincia e ancor di più del Ponente ligure, Torino era il Calvino degli anni dell’Einaudi o, al massimo, Pavese. Da quando lessi La donna della domenica, per me Torino è rimasta, e sarà sempre, F&L. Sembrava anche un po’ impossibile, ai miei occhi, che due torinesi avessero uno sguardo così meravigliosamente scettico e ironico su Torino e la sua società. Era un punto di vista un po’ minoritario, un po’ laterale, ma che avrei trovato anche in un mio grande maestro: Carlo Augusto Viano. Ma c’era, ovviamente, un’altra cosa che, all’inizio, non sapevo. E cioè che Lucentini non era torinese, e che quella meravigliosa combinazione tra un torinese tutto sommato abbastanza tipico e un romano alquanto atipico era stata indispensabile per dar vita a quel libro perfetto e, più in generale, a quell’ingranaggio infallibile che era la loro prosa. Lucentini mi stava istintivamente più simpatico. Un giorno lessi che da giovane liceale aveva lanciato a scuola dei volantini con degli slogan antifascisti, ma per non indulgere in una retorica uguale e contraria, su alcuni aveva scritto “viva la fica”. Divenne un mio eroe. Negli anni dell’impegno furono accusati di qualunquismo, ma negli anni dell’impegno chi era più qualunquista: loro o chi li accusava? Per me, la risposta divenne abbastanza semplice. Soprattutto osservando i miei compagni di università che frequentavano i famosi “centri sociali” torinesi. Ho letto tanto di F&L, ma nulla è entrato a far parte del mio canone personale come La donna della domenica e A che punto è la notte, i loro due romanzi più torinesi. E anche se la mia Torino è stata quella degli anni 90, e non quella dei romanzi, alla fine un pezzetto di quella città l’ho condiviso con loro e sento che senza F&L non sarebbe diventata una delle “mie” città. Oggi sarebbe il compleanno di Fruttero.


mercoledì 29 dicembre 2021

Pasolini novax

 


 

Fulvio Abbate, Pasolini improbabile icona no-vax, Huffington Post, 6 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini icona no-vax? Improbabile. Ai morti non andrebbero attribuiti pensieri postumi. O almeno così eleganza pretende. Chi ha detto che Pasolini porterebbe attualmente in piazza la sua voce, a protestare contro la “dittatura sanitaria”, magari accanto a chi affermi che l’epidemia del Covid-19 nasconda un complotto globale? Sulla bacheca social di persone (presumibilmente) ostili al vaccino e, così ancora c’è da immaginare, alla “schedatura” del green pass, scorgo, incorniciate con partecipata commozione retorica zoppicante, alcune affermazioni che appartengono proprio a Pier Paolo Pasolini, espressamente riferite alla sua rivolta a oltranza contro l’omologazione consumistica, nel rifiuto del “progresso”, parole storicamente datate e connotate, sia detto per chiarezza:

“Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma inespressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo”.

Le ho riportate quasi per esteso poiché, sia pure in filigrana, mostrano, così temo, la cifra principale che scandirà il prossimo - la ricorrenza cade il 5 marzo 2022 – ormai imminente anniversario della nascita del più evidente poeta “civile” del trascorso secolo; Antonio Gramsci, politico e filosofo comunista, tra i suoi riferimenti perfino poetici.

Cento anni esatti, proprio così. Eppure ad alcuni di noi sembra ieri che ne leggevamo le invettive politiche, le riflessioni di segno antropologico (si pensi all’articolo “contro i capelloni”) sul “Corriere della Sera”, partecipando al dibattito collettivo sullo “scandalo”, parola ormai desueta, che giungeva anche dai suoi film, “Il Decameron” su tutti.

Essere fraintesi appartiene alle prevedibili eventualità dell’umano; ancora più da morti, da trapassati, fraintesi e insieme travisati.

La persona in carne e ossa Pasolini è assente al mondo dal novembre del 1975. Nei decenni che hanno fatto seguito alla sua scomparsa, lo scrittore, il polemista, il poeta “corsaro”, il regista, è stato evocato in modo puntuale e continuo, fra molto altro, per quel suo atto di denuncia: “Io so i nomi”, riferito alle menzogne di Stato sulle stragi: Piazza Fontana e oltre. E ancora per una nostalgia riferita al tempo delle “lucciole”, il mondo pre-industriale, contadino; e ancora, altrettanto, così da destra, per il suo rifiuto dell’aborto.

Infine, su tutto, appunto, come cadavere sfigurato sullo spiazzo sterrato dell’Idroscalo di Ostia, la sconfitta della sua “disperata vitalità”, bulimica omosessualità venata perfino di masochismo, come mostrano alcune pagine di “Petrolio”.

Un caso in chiaroscuro di cronaca criminale, da osservare muovendo da dubbi, ragioni e tecnica spicciola di un assassinio che lo vede “martire” per alcuni, esempio di “depravazione” per altri, come nelle invettive fotografiche che gli riservava il settimanale di destra “Il Borghese”: una infinita autopsia postuma, quasi. Delitto politico o tragica eventualità di una condotta personale e sessuale al limite d’ogni possibile rischio?

Non si può dire che altrettanta attenzione critica, polemica e perfino apologetica abbia riguardato altre figure di intellettuali suoi contemporanei [...].

Ho però una sensazione premonitrice: a dispetto della complessità dell’autore Pasolini, e perfino del dato cronologico della sua stessa morte, i giorni, le settimane, i mesi, l’intero anno che ne accompagneranno le celebrazioni, il centenario tondo, vedrà il volto, la voce e il corpo stessi di Pier Paolo Pasolini innalzati segnatamente dalla ampia e variegata comunità che ormai d’abitudine definiamo no-vax e complottista, ossia da chi affermi l’esistenza in atto di una “dittatura sanitaria”. Dunque, Pasolini impropriamente, arbitrariamente sollevato come totem, garante morale immobile della denuncia contro il “regime” del “pensiero unico”, del “grande reset” e ogni altra categoria che voglia muovere attraverso i social e la sua piazza un sentire subculturale espressamente antisistema, perfino nell’accezione fascista del termine.

Non sarà così affatto semplice ribadirne il marxismo che dimorava in lui, ammesso che questa parola abbia ancora realtà nel dibattito delle idee.

Assai più probabilmente, in nome di ciò che i psichiatri definiscono pensiero magico, il rifiuto cieco e ostinato d’ogni razionalità, risulterà impossibile sottrarre alla falsificazione chi scriveva che “L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai da uno dei milioni d’anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione, di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l’ha mai liberato”.

I primi germi di questa attitudine qualunquistica, propria delle opinioni assimilabili agli ormai paradigmatici “tatuatori e antennisti laureati su Facebook” (cit.) in nome della difesa di chissà quali “belle bandiere” della (presunta) libertà dal presidio poliziesco sanitario della scienza, li vediamo fiorire in rete, attraverso l’attribuzione impropria del volto del cadavere Pasolini alla necessità di un ritrovato antagonismo che si nutre di poche apodittiche sentenze: “… quella gloriosa bandiera è stata calpestata soprattutto dai suoi eredi che si sono venduti al globalismo capitalista almeno da noi in Italia, e tutto questo avrebbe trovato il Poeta del tutto contrario come peraltro si evince dai suoi scritti.” (sic) e ancora: “… quando una persona dice la verità e fa autocritica diventa scomodo” (sic) cui segue faccina con lacrima.

Anche dai nostri occhi, si “evince” qualcosa. Sarà tempo perso ricordare che ai morti non dovrebbero essere attributi pensieri e adesioni mai espressi. Povera la nostra battaglia persa in partenza.