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martedì 19 gennaio 2016
Il mondo pullula di corna
Natalia Aspesi
Nella vera storia del sesso non c’è la monogamia Nel saggio che è diventato un caso in America, Ryan e Jethá hanno ripercorso l’evoluzione della specie concludendo che l’essere umano è per natura infedele
la Repubblica, 19 gennaio 2016
Basta leggere le poste del cuore che invadono ogni tipo di informazione per non avere dubbi: il mondo pullula di corna, e non è una novità di questi tempi tempestosi, è sempre stato così, anzi in passato molto di più. Però, più silenziosamente, nella massima clandestinità, perché se no alle traditrici, alle donne ovvio, tagliavano la testa o le muravano vive, o in Italia sino al 1968 le signore potevano finire in prigione. Altrove le lapidano tuttora ma per ora non dalle nostre parti.
Milioni d’anni fa, poi, l’umanoide non ancora sceso dagli alberi e non ancora eretto, sia lui che lei, anzi più lei, non facevano altro: sesso in allegra promiscuità. Almeno così sostengono migliaia di studiosi, come se ci fossero stati anche loro nella foresta africana della preistoria. Dove, tra le scimmie, un tipo più sveglio stava diventando donna, (un’australopitheca afarensis, di 3 milioni di anni fa, ritrovata nel 1974 e battezzata Lucy, mentre nel 1998 si scoprì un maschio della stessa specie, ma più anziano, vissuto 3 milioni e seicentomila anni fa).
Oggi, qualche sfaccendato si chiede: se l’antropologia laica è certa di una primitiva natura umanoide, ominide e addirittura umana, giocherellona, perché ci obblighiamo – da quando esistono l’agricoltura, un’organizzazione sociale e religiosa e la Storia – a vivere nella monogamia, fortunatamente spesso seriale, restando almeno in apparenza fedeli al nostro partner, però cambiandolo anche più volte? Resta un mistero perché tanti studiosi si ostinino a occuparsi di come eravamo o come forse siamo stati o avremmo potuto o dovuto essere, ancor prima dei Flintstone. Anche perché questo interesse forsennato ci chiude nella categoria dei primati, il che vuol dire, almeno per una parte degli studiosi del ramo, che 5 milioni di anni fa abbiamo condiviso un progenitore con le altre scimmie più evolute: non gli oranghi e i gorilla, ma gli scimpanzé e i bonobo, tutti, soprattutto questi ultimi, ipersessuati e iperpromiscui: monogami solo i gibboni, categoria inferiore dei primati, a cui gli umani stessi, per loro ragioni di ordine e potere, hanno obbligato la loro specie a conformarsi, andando contro la nobile natura ipersessuata e promiscua e obbligandola a immalinconirsi in una fedeltà gibbonica, imposta e subita, che da sempre e spesso suscita nella coppia rancore e, quando possibile, disubbidienza.
Dopo aver consultato, e citato, più di quattrocento testi sulla natura sessuale della razza umana sin da quando era una famiglia di moscerini, una coppia non si sa se monogama o no, ma comunque dall’aria contenta, formata dallo scrittore Christopher Ryan, esperto di sciamanesimo e etnobotanica, e dalla sua bella moglie Cacilda Jethá, nata in Mozambico e ricercatrice sul comportamento sessuale nel suo paese per studiare come prevenire l’Aids, ha riversato tutto il suo allegro sapere nel saggio In principio era il sesso, pubblicato negli Stati Uniti, dove ha avuto sia fortuna che sberleffi, che adesso esce da noi da Odoya. Sono 383 pagine complete di ricca bibliografia e utile indice dei nomi (Honoré de Balzac: «La maggior parte dei mariti mi ricorda un orangutan che cerca di suonare un violino»). Il volume è abbastanza leggiadro per divertire senza doverlo considerare fondamentale e senza scandalizzarsi per la sua interpretazione, una delle tante, della «vera storia della sessualità umana, tanto sovversiva e minacciosa che per secoli è stata repressa dalle autorità religiose, patologizzata dai medici, ignorata dagli scienziati e nascosta dai terapeuti moralizzanti». Il che è tuttora vero se siamo ancora qui in Italia a discutere se concedere agli omosessuali la, per gli autori, funesta monogamia seriale del matrimonio, mentre il matrimonio monogamo etero vacilla e l’industria per salvarlo (terapeuti, fruste, sacerdoti, scambio di coppie, avvocati, maghe, siti di incontri, ecc.) è sempre più indaffarata, con la scappatoia del divorzio e anche, almeno annunciato, di un annullamento religioso lampo.
Certo, la storia della sessualità umana e l’affannosa umana ricerca per imbrigliarla, domarla e spegnerla o al contrario liberarla e restituirla alla sua natura bonoba, ha l’aria di non avere mai fine: e, per esempio, oggi in Italia fazioni opposte, per impedire alla coppia gay l’adozione di un eventuale figlio di uno dei due, sta discutendo una possibile scappatoia cui è dato il nome mercantile di “affidamento rinforzato”, come le suole delle scarpe o i reggiseni. Tra le tante storie sorprendenti che legano la sessualità ai suoi incalliti studiosi, a legislatori, teologi e a chiunque altro se ne occupi, Ryan&Jethá citano il presidente americano Calvin Coolidge che, visitando nel 1920 un allevamento di polli, sentì la sua signora informarsi di come riuscivano a produrre così tante uova. Allevatore: «I miei galli fanno il loro dovere». Signora Coolidge: «Lo dica a mio marito». Presidente: «Con la stessa gallina?». Allevatore: «No, passano da una gallina all’altra». Presidente: «Capisco». Resta un mistero perché sia prima, ma soprattutto dopo Darwin, anche quando si era ormai constatato che la femmina bonobo da cui è discesa la femmina umana, faceva rimbombare la foresta manifestando con potenti barriti i suoi multipli orgasmi, si continuò a predicare che le donne erano per natura angeliche e del tutto asessuate. Fu uno studioso veneziano di anatomia, Matteo Realdo Colombo, a scoprire tra le gambe delle donne una strana protuberanza sensibile al tatto. Era il 1558 quando rivelò questa assoluta novità e, come ricompensa, fu arrestato, accusato di eresia, stregoneria e satanismo. Per secoli le donne nascosero quel diabolico segreto per non aver fastidi, anche se sin da Ippocrate si sapeva di quella malattia tutta femminile, chiamata isteria, che mandava fuori di sé anche le signore più nobili. Solo nel 1952 l’isteria è stata cancellata dalla lista delle malattie e, del resto, l’omosessualità ben 21 anni dopo. Un delizioso film inglese, Hysteria diretto nel 2011 da Tanya Wexler, racconta come, in età vittoriana, quella malattia fosse affidata ai medici, che la curavano e si arricchivano masturbando la paziente personalmente o con complicati vibratori a vapore o diesel, che dal 1902 vennero venduti non solo ai medici, con la pubblicità sui giornali, “Tutti i piaceri della gioventù pulseranno dentro di voi”. Ryan e Jethá sostengono che il vibratore divenne negli Stati Uniti il più venduto apparecchio domestico dopo le macchine da cucire e il bollitore per il tè. L’importante era che, trattandosi di una malattia, i mariti non dovessero occuparsene. Poi, si sa, sono arrivati Kinsey e Masters & Johnson e un esercito di studiosi del ramo e gli uomini hanno dovuto svegliarsi e prodigarsi.
IL LIBRO In principio era il sesso di Christopher Ryan e Cacilda Jethá ( Odoya trad. di G. Morselli e M. Scarsella, euro 22)
domenica 10 gennaio 2016
La solitudine delle donne aggredite
Natalia Aspesi
Tutti i branchi dei maschi
La Repubblica, 10 gennaio 2015
Quella notte le donne venivano aggredite, spogliate, picchiate, derubate. Venivano derise da un muro di maschi stranieri organizzati, e intanto ai maschi poliziotti tutto sembrava un gioco festoso da non interrompere, e i maschi cittadini che presumibilmente accompagnavano le donne o comunque attraversavano la piazza come loro preferivano guardare dall’altra parte, evitando di intervenire a difendere le vittime assalite da maschi migranti e apparentemente non armati, quindi pericolosi ma non troppo.
Quella notte, a Colonia, ma anche altrove, le donne si sono ritrovate completamente sole, tra maschi violenti, maschi indifferenti, maschi spaventati. Di nuovo dentro la loro storia secolare di isolamento, impotenza, sopraffazione, abbandono, pericolo, che ogni tanto sembra finita e invece non lo è mai: probabilmente ancora una volta usate per consentire a un branco di maschi di disprezzarle e rimetterle al loro posto di sottomissione e irrilevanza, e a un altro branco di maschi di ergersi, dopo i fatti e solo a parole, a indispensabili protettori, a eroici paladini della loro libertà, che per secoli hanno ostacolato e ostacolano tuttora; e a un altro branco ancora a servirsene come pedine di una sporca politica.
Ma da quando le donne, e si parla solo di quelle occidentali, e in particolare le italiane, sono libere davvero, non solo per le tante nuove leggi degli ultimi settant’anni? Ci sono frammenti di realtà che rinascono dalla memoria individuale o scopri in un film: e per esempio negli Anni ’50 il ricordo che se il parto metteva a rischio la vita della madre o del bambino, era il marito che doveva scegliere chi poteva vivere, ed era sempre il bambino. Oppure, nel recente grande film tedesco Il labirinto del silenzio, un giornale radio della fine degli Anni ’50 informa che da quel momento le donne, se sposate, potranno lavorare solo col consenso del marito. Piccoli omicidi, minuscoli ostacoli, dentro un mondo di esclusione e impotenza delle donne, di supremazia e potere degli uomini.
Certo le donne fanno i ministri e i capi di Stato, spesso benissimo ma è sempre non sulla loro capacità politica ma sul loro corpo di donna che gli avversari l’attaccano: culona, non la scoperei mai, lesbicaccia, cesso eccetera. Gli attacchi sul web contro i pensieri delle donne, metti povere loro che non gli piaccia Zalone e lo mettano su Facebook: le minacce di morte sono il meno, e i più violenti verbalmente, se le avessero davanti, forse strapperebbero loro gli slip come a Colonia.
Anche le donne occidentali non sono quiete da nessuna parte, in piazza le assaltano gli immigrati ma spesso il branco è del paese, e anche in casa devono stare attente, gli stessi loro uomini che non le avrebbero difese a Colonia possono sempre spaccar loro la testa.
mercoledì 2 aprile 2014
Replica a Guido Ceronetti sul piacere femminile
Natalia Aspesi
L’altra metà del sesso
Da Freud a Sex and the City. Tra tabù e falsi miti la scoperta del piacere femminile è stata una conquista
Così è saltata la costruzione artificiale fatta sulla natura: madre, monogama, fedele, priva di fantasie erotiche
E la convinzione che la vecchiaia sia l'età dell’astinenza
la Repubblica, 2 aprile 2014
OGNI volta che un uomo si occupa di sessualità femminile, a partire dal mitico Freud, si resta di sale: ma come, se lo raccontano ancora, ce lo raccontano ancora, che le donne non sono come da secoli se lo dicono e ce lo dicono? La loro signora non gli ha mai dato una sveglia? Non hanno mai letto i testi fondamentali degli anni ‘70, scritti ovviamente da donne in cui solo alle donne (gli uomini non li leggevano), si spiegava che “non era per piacere a Dio”, ma trovando una persona volonterosa e creativa, maschio solitamente, si poteva godere scompostamente “per piacer mio”, come si vede oggi in ogni pubblicità di yogurt gustato da femmine. Proprio nel paese del serioso giornalista Daniel Bergner che crede di sapere cosa vogliono le donne, gli Stati Uniti, uscì nel 1971 (poco dopo in Italia da Feltrinelli) “Our bodies, ourself”, in cui un collettivo femminile di Boston ce la raccontava tutta. Per le donne una rivelazione, sia per chi non ne sapeva niente e sperimentava il suo corpo nel sesso solo come un vuoto soporifero, sia per chi in certe situazioni si vergognava se le veniva da gridare, terrorizzando l’inconsapevole collaboratore. Il libro conteneva anche orrifici grafici di quella cosa là, assolutamente sconosciuta sia alla proprietaria che a chi se ne riteneva l’utente. Anche da noi i gruppi di autocoscienza si obbligarono a mettere uno specchietto tra le gambe per vedere questa cosa invisibile, che si era costrette tra brividi a trovare bellissima. Quel saggio fu radicale, disse di smetterla di credere o far finta di credere all’illusione maschile di possedere uno strumento penetrativo salvifico e in grado di far felici le donne già al primo sguardo. Disse, sorpresa! che il vero piacere femminile era nel clitoride, sempre che si trovasse qualcuno con la pazienza di rintracciarlo: o di seguire gli ordini della proprietaria che per conto suo l’aveva già favorevolmente sperimentato.
Da quel momento i testi scritti da donne sull’argomento furono una valanga, comprese le inchieste anni ’70 di Nancy Friday sulle fantasie masochiste femminili, che si riallacciavano al magistrale e a suo tempo proibito Histoire d’O( anni ‘50), della porchissima studiosa di monachesimo Paulin Reage. Lo smascheramento di massa della sessualità delle donne, silenziosamente, mandò all’aria, almeno teoricamente, tutta la costruzione artificiale sulla loro natura: madre (o puttana), monogama, fedele, priva di fantasie erotiche, nemica della pornografia (anche se ormai scritta da donne e letta quasi solo da donne).
Da anni ormai al cinema sono più le scene in cui è lui ad abbassarsi goloso sotto la vita di lei, che intanto mugola, di quelle in cui è lei a farlo su di lui (che spesso non mugola). Resta indimenticabile un film inglese molto divertente accolto però con una certa pruderie, Hysteria (2011) che racconta dell’invenzione fine Ottocento dell’antenato del vibratore: adottato dai medici come cura all’isteria, cioè a quella perniciosa malattia che era l’impossibile godimento delle donne. La televisione ha portato in tutto il mondo l’intelligente, spiritosa, coraggiosa serie Sex and the city, 94 puntate dal ‘98 al 2004, ridate anche da noi decine di volte e sempre illuminante: scritta da donne ha raccontato benissimo il bisogno d’amore femminile attraverso l’accumulo di avventure sessuali e talvolta pure sentimentali, sino all’immancabile finale, quello non cambia mai, del “vissero felici e contenti”.
Ma in generale la maschilità è zuccona, smemorata, fragile ed egoista: ancora sono in tanti, anche cervelloni, a immaginare l’erotismo come un servizio addirittura sociale, pure a spese dei contribuenti, che si prenda per esempio carico degli anziani insaziabili, senza neppure obbligarli non si dice a pagare, ma almeno a meritarselo con una certa capacità di seduzione o di risvegliare in buone Signore della Lampada un senso di cura e abnegazione. Giovani però, perché il maschio vecchio tende a sfuggire le coetanee: non è di una donna che queste persone, hanno bisogno, ma di un contenitore che accolga senza orrore lo sfacelo del loro corpo. E le anziane? Hanno imparato da secoli a nascondere i loro non riconosciuti piaceri, a soddisfarli oppure a farne a meno, quasi sempre con grande contentezza, magari dopo decenni di noiosissimo sesso coniugale. Hanno maggior senso di dignità del loro corpo, hanno avuto quello che hanno avuto e va bene così. Però sono tante le coppie invecchiate insieme, e lo scrivono a Questioni di cuore, che continuano ad amarsi, con la meravigliosa tenerezza che nasce dall’abitudine, dal rispetto, dalla riconoscenza reciproca per quella gioia inestricabile che ha insegnato a due corpi ad armonizzarsi oltre la bellezza e la giovinezza.
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Guido Ceronetti aveva scritto:
UNA parola infallibile ci dice l’essenziale. Sofocle, Edipo a Colono, dramma della vecchiaia e del suo potere magico, che si paga a caro prezzo: «La più grande sciagura per un uomo è una lunga vita».
Verità che il volgo aborrisce, contestata rabbiosamente, ma cui bisogna arrendersi: vecchiaia è brutto, vecchiaia protratta è ininterrotto soffrire fino alle peggiori degradazioni di esseri più o meno innocenti. E oggi sono moltitudine. E in Italia più numerosi che altrove. Eppure là, dove si gioca a scacchi interminabilmente la partita perdente con la Morte, qualcosa d’indecifrato, di coniugante cielo e terra, di rivelatore d’essere, si nasconde. A un artista pensante (vedi Bosch, Rembrandt) in modo preminente interessano i vecchi. Togli i vecchi da una città e ne fai una città morta. La loro terribile sofferenza la protegge. Metterli da parte, costringerli all’ozio, abbrutirli di TV e psicofarmaci è un crimine inodoro che attira il male.
Ma queste sono divagazioni. Va messo in luce questo stupefacente esempio di barbarie medica, politica, sociale: la fabbrica dei giubilati, degli esclusi, dei frustrati del sesso, e dell’amore a sfondo sessuale, a partire da un’età prossima alla settantina, o ancor prima, fino alla spossatezza e alle disperazioni di quelli che la geriatria contemporanea non abbandona neppure al di là dei cento.
LA RINUNCIA forzata è, approssimativamente, di una trentina d’anni, la durata media del tempo iuvenile. Per disabili e carcerati, in paesi civili, qualcosa si è mosso e si sta muovendo; ma per i vecchi-maschi, eterosessuali, coniugati o soli (quelli di cui posso conoscere meglio e condividere le sciagure della longevità) si muoverà mai qualcuno?
C’è un notevole vantaggio nella sessualità senile: il cosiddetto istinto che acceca e spinge a procreare (cosa dall’utilità discutibile), piglia altre strade: si depura e spiritualizza, o si perverte e si maializza. Ma spiritualizzarsi non è rinunciare, e la maialità è spiegabile coll’indebolimento del controllo mentale. Giovenale dice che i vecchi hanno tutti le stesse facce (una facies senum): massima sbagliatissima, le stesse facce ce l’hanno i neonati, i vecchi più si fanno orridi più sono caratteristici i loro volti tristi. La persistenza del desiderio è madre d’infinite disperazioni, che per lo più non poche chiavi nei nostri sepolcri psichici tengono sepolte. Hillman nel suo mirabile saggio sulla vecchiaia raccomanda di mantenere viva l’immaginazione erotica: benissimo, ma poi come esci da quel tormento?
Il ricorso alle prostitute non è certo un rimedio. La prostituzione degrada l’uomo, molto più della donna. Del resto le battone sono una specie in estinzione. Ma dal momento che già esiste nell’Europa non cattolica il servizio erotico volontario per i disabili, non dovrebbe essere fatto un passo successivo estendendolo a tutti i vecchi d’immaginazione vivace e di speranza morta? Le ierodule erano persone sacre che compivano un servizio presso tutti gli antichi templi d’Occidente come d’Oriente: si tratterebbe di far riemergere secondo una socializzazione d’anno Duemila, quella sacralità femminile, del corpo offerto liturgicamente per amore della Divinità, che certissimamente non è mai morta.
Non tocca a me, scrittore, dire modalità e legiferare intorno a questo costume che potrebbe diminuire, di poco o di molto, l’aggressiva veemenza delle infelicità esistenziali. Disse una volta Buddha a un monaco che, in città, aveva frequentato prostitute: — Era meglio per te mettere il tuo arnese tra le fauci di una tigre, piuttosto che tra le gambe di una donna! — E come maestro di salvezza non aveva torto: quelle gambe procurano un’estasi nirvanica di attimi, ma ahimè ti giochi là qualsiasi merito in vista di un Nirvana autentico che ti libererebbe dalla catena delle rinascite, supremo male.
Però, caro Dottor Buddha, non siamo che poveri esseri mortali, e se ai denti di una tigre preferiamo le carezze compensatrici di una donna illegittimamente giovane — per il diritto di sognare — faremo di colpo scattare l’inesorabile, se la temiamo, punizione karmica? La sofferenza è umana, ma non siamo uomini soltanto per soffrire. Il trenino che porta al Paese delle Nevi di Yasunari Kawabata, qualunque sia la nostra età anagrafica, non è da perdere.
Diritto d’untore
Mettiamo fine alla barbarie della vecchiaia senza sesso
Una proposta per diminuire l’aggressiva veemenza delle infelicità esistenziali
la Repubblica, 1 aprile 2014
L’altra metà del sesso
Da Freud a Sex and the City. Tra tabù e falsi miti la scoperta del piacere femminile è stata una conquista
Così è saltata la costruzione artificiale fatta sulla natura: madre, monogama, fedele, priva di fantasie erotiche
E la convinzione che la vecchiaia sia l'età dell’astinenza
la Repubblica, 2 aprile 2014
OGNI volta che un uomo si occupa di sessualità femminile, a partire dal mitico Freud, si resta di sale: ma come, se lo raccontano ancora, ce lo raccontano ancora, che le donne non sono come da secoli se lo dicono e ce lo dicono? La loro signora non gli ha mai dato una sveglia? Non hanno mai letto i testi fondamentali degli anni ‘70, scritti ovviamente da donne in cui solo alle donne (gli uomini non li leggevano), si spiegava che “non era per piacere a Dio”, ma trovando una persona volonterosa e creativa, maschio solitamente, si poteva godere scompostamente “per piacer mio”, come si vede oggi in ogni pubblicità di yogurt gustato da femmine. Proprio nel paese del serioso giornalista Daniel Bergner che crede di sapere cosa vogliono le donne, gli Stati Uniti, uscì nel 1971 (poco dopo in Italia da Feltrinelli) “Our bodies, ourself”, in cui un collettivo femminile di Boston ce la raccontava tutta. Per le donne una rivelazione, sia per chi non ne sapeva niente e sperimentava il suo corpo nel sesso solo come un vuoto soporifero, sia per chi in certe situazioni si vergognava se le veniva da gridare, terrorizzando l’inconsapevole collaboratore. Il libro conteneva anche orrifici grafici di quella cosa là, assolutamente sconosciuta sia alla proprietaria che a chi se ne riteneva l’utente. Anche da noi i gruppi di autocoscienza si obbligarono a mettere uno specchietto tra le gambe per vedere questa cosa invisibile, che si era costrette tra brividi a trovare bellissima. Quel saggio fu radicale, disse di smetterla di credere o far finta di credere all’illusione maschile di possedere uno strumento penetrativo salvifico e in grado di far felici le donne già al primo sguardo. Disse, sorpresa! che il vero piacere femminile era nel clitoride, sempre che si trovasse qualcuno con la pazienza di rintracciarlo: o di seguire gli ordini della proprietaria che per conto suo l’aveva già favorevolmente sperimentato.
Da quel momento i testi scritti da donne sull’argomento furono una valanga, comprese le inchieste anni ’70 di Nancy Friday sulle fantasie masochiste femminili, che si riallacciavano al magistrale e a suo tempo proibito Histoire d’O( anni ‘50), della porchissima studiosa di monachesimo Paulin Reage. Lo smascheramento di massa della sessualità delle donne, silenziosamente, mandò all’aria, almeno teoricamente, tutta la costruzione artificiale sulla loro natura: madre (o puttana), monogama, fedele, priva di fantasie erotiche, nemica della pornografia (anche se ormai scritta da donne e letta quasi solo da donne).
Da anni ormai al cinema sono più le scene in cui è lui ad abbassarsi goloso sotto la vita di lei, che intanto mugola, di quelle in cui è lei a farlo su di lui (che spesso non mugola). Resta indimenticabile un film inglese molto divertente accolto però con una certa pruderie, Hysteria (2011) che racconta dell’invenzione fine Ottocento dell’antenato del vibratore: adottato dai medici come cura all’isteria, cioè a quella perniciosa malattia che era l’impossibile godimento delle donne. La televisione ha portato in tutto il mondo l’intelligente, spiritosa, coraggiosa serie Sex and the city, 94 puntate dal ‘98 al 2004, ridate anche da noi decine di volte e sempre illuminante: scritta da donne ha raccontato benissimo il bisogno d’amore femminile attraverso l’accumulo di avventure sessuali e talvolta pure sentimentali, sino all’immancabile finale, quello non cambia mai, del “vissero felici e contenti”.
Ma in generale la maschilità è zuccona, smemorata, fragile ed egoista: ancora sono in tanti, anche cervelloni, a immaginare l’erotismo come un servizio addirittura sociale, pure a spese dei contribuenti, che si prenda per esempio carico degli anziani insaziabili, senza neppure obbligarli non si dice a pagare, ma almeno a meritarselo con una certa capacità di seduzione o di risvegliare in buone Signore della Lampada un senso di cura e abnegazione. Giovani però, perché il maschio vecchio tende a sfuggire le coetanee: non è di una donna che queste persone, hanno bisogno, ma di un contenitore che accolga senza orrore lo sfacelo del loro corpo. E le anziane? Hanno imparato da secoli a nascondere i loro non riconosciuti piaceri, a soddisfarli oppure a farne a meno, quasi sempre con grande contentezza, magari dopo decenni di noiosissimo sesso coniugale. Hanno maggior senso di dignità del loro corpo, hanno avuto quello che hanno avuto e va bene così. Però sono tante le coppie invecchiate insieme, e lo scrivono a Questioni di cuore, che continuano ad amarsi, con la meravigliosa tenerezza che nasce dall’abitudine, dal rispetto, dalla riconoscenza reciproca per quella gioia inestricabile che ha insegnato a due corpi ad armonizzarsi oltre la bellezza e la giovinezza.
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Guido Ceronetti aveva scritto:
UNA parola infallibile ci dice l’essenziale. Sofocle, Edipo a Colono, dramma della vecchiaia e del suo potere magico, che si paga a caro prezzo: «La più grande sciagura per un uomo è una lunga vita».
Verità che il volgo aborrisce, contestata rabbiosamente, ma cui bisogna arrendersi: vecchiaia è brutto, vecchiaia protratta è ininterrotto soffrire fino alle peggiori degradazioni di esseri più o meno innocenti. E oggi sono moltitudine. E in Italia più numerosi che altrove. Eppure là, dove si gioca a scacchi interminabilmente la partita perdente con la Morte, qualcosa d’indecifrato, di coniugante cielo e terra, di rivelatore d’essere, si nasconde. A un artista pensante (vedi Bosch, Rembrandt) in modo preminente interessano i vecchi. Togli i vecchi da una città e ne fai una città morta. La loro terribile sofferenza la protegge. Metterli da parte, costringerli all’ozio, abbrutirli di TV e psicofarmaci è un crimine inodoro che attira il male.
Ma queste sono divagazioni. Va messo in luce questo stupefacente esempio di barbarie medica, politica, sociale: la fabbrica dei giubilati, degli esclusi, dei frustrati del sesso, e dell’amore a sfondo sessuale, a partire da un’età prossima alla settantina, o ancor prima, fino alla spossatezza e alle disperazioni di quelli che la geriatria contemporanea non abbandona neppure al di là dei cento.
LA RINUNCIA forzata è, approssimativamente, di una trentina d’anni, la durata media del tempo iuvenile. Per disabili e carcerati, in paesi civili, qualcosa si è mosso e si sta muovendo; ma per i vecchi-maschi, eterosessuali, coniugati o soli (quelli di cui posso conoscere meglio e condividere le sciagure della longevità) si muoverà mai qualcuno?
C’è un notevole vantaggio nella sessualità senile: il cosiddetto istinto che acceca e spinge a procreare (cosa dall’utilità discutibile), piglia altre strade: si depura e spiritualizza, o si perverte e si maializza. Ma spiritualizzarsi non è rinunciare, e la maialità è spiegabile coll’indebolimento del controllo mentale. Giovenale dice che i vecchi hanno tutti le stesse facce (una facies senum): massima sbagliatissima, le stesse facce ce l’hanno i neonati, i vecchi più si fanno orridi più sono caratteristici i loro volti tristi. La persistenza del desiderio è madre d’infinite disperazioni, che per lo più non poche chiavi nei nostri sepolcri psichici tengono sepolte. Hillman nel suo mirabile saggio sulla vecchiaia raccomanda di mantenere viva l’immaginazione erotica: benissimo, ma poi come esci da quel tormento?
Il ricorso alle prostitute non è certo un rimedio. La prostituzione degrada l’uomo, molto più della donna. Del resto le battone sono una specie in estinzione. Ma dal momento che già esiste nell’Europa non cattolica il servizio erotico volontario per i disabili, non dovrebbe essere fatto un passo successivo estendendolo a tutti i vecchi d’immaginazione vivace e di speranza morta? Le ierodule erano persone sacre che compivano un servizio presso tutti gli antichi templi d’Occidente come d’Oriente: si tratterebbe di far riemergere secondo una socializzazione d’anno Duemila, quella sacralità femminile, del corpo offerto liturgicamente per amore della Divinità, che certissimamente non è mai morta.
Non tocca a me, scrittore, dire modalità e legiferare intorno a questo costume che potrebbe diminuire, di poco o di molto, l’aggressiva veemenza delle infelicità esistenziali. Disse una volta Buddha a un monaco che, in città, aveva frequentato prostitute: — Era meglio per te mettere il tuo arnese tra le fauci di una tigre, piuttosto che tra le gambe di una donna! — E come maestro di salvezza non aveva torto: quelle gambe procurano un’estasi nirvanica di attimi, ma ahimè ti giochi là qualsiasi merito in vista di un Nirvana autentico che ti libererebbe dalla catena delle rinascite, supremo male.
Però, caro Dottor Buddha, non siamo che poveri esseri mortali, e se ai denti di una tigre preferiamo le carezze compensatrici di una donna illegittimamente giovane — per il diritto di sognare — faremo di colpo scattare l’inesorabile, se la temiamo, punizione karmica? La sofferenza è umana, ma non siamo uomini soltanto per soffrire. Il trenino che porta al Paese delle Nevi di Yasunari Kawabata, qualunque sia la nostra età anagrafica, non è da perdere.
Diritto d’untore
Mettiamo fine alla barbarie della vecchiaia senza sesso
Una proposta per diminuire l’aggressiva veemenza delle infelicità esistenziali
la Repubblica, 1 aprile 2014
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