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lunedì 23 marzo 2015

La casa sul lungofiume a Mosca



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Manuel Vasquez Montalban
La Mosca della Rivoluzione 
trad. di Hado Lyria, Feltrinelli, Milano 1995


Lungo lo Zamoskvoreče occidentale continuiamo a incontrare esempi del classicismo moscovita restaurato o in via di restaurazione, come in via Serafimovič, intitolata a uno dei più fedeli scrittori del bolscevismo, autore del romanzo Il torrente di ferro, che presenta una evidente sproporzione tra la sua brevità e la lunghezza e profondità dell'impegno politico, in una densa narrazione della guerra civile. Ma nonostante il famoso scrittore da cui prende il nome, questa strada passerà alla storia della Mosca stalinista e della Mosca della perestrojka grazie al complesso residenziale costruito tra il 1928 e il 1932 dall'architetto Iofan, riservato ad alti rappresentanti della vita politica e culturale. La facciata principale dell'imponente palazzo dà sul lungofiume Bersenevskaja, e vi appaiono in bassorilievo alcuni degli illustri, e in gran parte sventurati, inquilini degli appartamenti: Petrovskij, Dimitrov, Lepešinskij, Serafimovič, Stasova...; sì, ma anche il maresciallo Tuchačevskij e molti altri dirigenti che qui vennero arrestati, vittime delle purghe staliniane. Ci troviamo davanti alla "Casa sul Lungofiume", chiamata così soprattutto dopo che Jurij Trifonov pubblicò uno splendido romanzo con questo titolo. La Casa sul Lungofiume comprende circa cinquecento appartamenti e sotto lo stalinismo diventò un concentrato di paura, delazione e rassegnazione, con gli occhi dei suoi abitanti fissi sul Cremlino dove Stalin poteva disporre delle loro vite solo sollevando la cornetta del telefono. Non a caso Bucharin aveva chiamato il dittatore "il Gengis Khan col telefono", e anche Bucharin la pagò assai cara.
Il citato romanzo di Trifonov è stato uno dei best-seller della cultura critica. Vi si descrive l'atmosfera pesante del palazzo con gli occhi del protagonista, che non ci vive, ma che lo vede come la roccaforte abitata dalla classe dirigente. Diventato adulto riuscirà a entrarci corteggiando la figlia del professor Gančuk e col tempo diventerà uno degli intellettuali che, per viltà o per ambizione di potere, contribuiranno alla caduta del prestigioso professore, eccesivamente poco devoto allo stalinismo culturale, nonostante abbia un irreprensibile passato bolscevico e sia un marxista convinto. E' curiosa la coincidenza della metafora della repressione culturale "metodologica" adoperata da Trifonov nel suo libro, perché coincide con l'aneddoto iniziale che porta Eugenija Ginzburg alla disgrazia, alla purga, a un lungo esilio in Siberia, come racconta un'altra impressionante testimonianza del Gulag, Cielo di Siberia. Il tormento della Ginzburg comincia precisamente con una "chiamata telefonica", che all'alba del 1° dicembre 1934 la convoca davanti al Comitato Regionale del Partito, di cui è militante attiva. Le chiedono di collaborare a una campagna di denuncia di elementi antisovietici corresponsabili dell'assassinio di Kirov, e lei adempie alla consegna, ma non è abbastanza combattiva nei riguardi del professore El'vov, insigne trockijsta e scienziato dell'Istituto di Pedagogia con il quale la Ginzburg aveva attivamente collaborato. Comincia così a cadere in disgrazia, e vive confinata in Siberia dal 1937 al 1947. In seguito "nel 1949", viene esiliata da Mosca vita natural durante. La parabola letteraria di Trifonov sembra quasi l'aperitivo della tragedia reale della Ginzburg e di tanti altri. La Casa sul Lungofiume, "la mole grigia, sembrava sospesa sul vicolo, di mattina copriva il sole e di sera giungevano da lassù le voci della radio e le musiche dei grammofoni. Sembrava che lì in alto si dovesse vivere una vita del tutto diversa da quella vissuta in basso, nella casupola dipinta di giallo come voleva una tradizione secolare".


La casa sul lungofiume
real_gone 
http://il_posto_delle_fragole.ilcannocchiale.it/2010/09/11/la_casa_sul_lungofiume.html 


Il palazzone grigio nelle foto (scattate da me qualche settimana fa, a parte la foto d'epoca) è uno dei luoghi "letterari" che di più amo di Mosca, reso celebre dal lungo racconto di Jurij Trifonov, Dom na naberežnoj (La casa sul lungofiume, Editori Riuniti). Mi è caro per due motivi. Il primo, ovvio, è perché ho apprezzato molto il libro, un racconto di formazione, un libro sul peso della memoria. Il protagonista è un mediocre, Glebov, un uomo cinico e opportunista nell'oscuro periodo storico della Russia che lo vede diventare adulto, l'epoca staliniana. Un incontro, all’inizio del libro, innesca un lunghissimo flashback che rivela al lettore gli altri personaggi e tutte le vicende che hanno ruotato attorno all'esistenza di Glebov. Ma la memoria ha un peso insostenibile e un retrogusto fortemente amaro per il protagonista perché rimanda a quel periodo in cui, con bieco opportunismo, egli ha costruito meschinamente una carriera accademica cogliendo lo spirito del tempo ma tradendo amici, valori e persino l'amore. Contraltari di questa sono le storie di sconfitta e i declini degli altri personaggi, tutti legati alla grande casa sul lungofiume, l'immenso edificio dove risiedeva l'intelligencija e la classe dirigente dell'epoca, luogo simbolo di uno status e metafora della scalata sociale che il protagonista sogna e infine riesce a realizzare, al prezzo avvilenti compromessi con se stesso. Fra gli amici di Glebov Trifonov rappresenta anche se stesso e la sua famiglia, ennesima vittima del terribile clima di delazione e di caccia alle streghe che fu il periodo staliniano. 
Adesso questo palazzone sul lungofiume è un complesso di appartamenti residenziali molto upper class che comprende un cinema, piscina e un supermercato… in cima troneggia un gigantesco logo della Mercedes. La zona in cui sorge è tra le più belle della città: ad un passo dal Cremlino, ad un passo dalla Cattedrale del Cristo Salvatore (e dalla ulica Precistenka, dove sorgono il Puškin e le casa museo di Tolstoj), a fianco della vecchia fabbrica della Krasnij Okt’jabr (centro di una bella movida notturna), a poche centinaia di metri dalla (staraja) Tret’jakovskaja galereja e da Poljanka, il quartiere dove sorge una delle librerie più belle e fornite di Mosca, la “dom knigi” Molodaja Gvardija. 







giovedì 14 febbraio 2013

Con Pasternak per compagnia in carcere

Evgenija Ginzburg
Viaggio nella vertigine
traduzione di Duccio Ferri
Dalai Editore, Milano 2011, pp. 132-133

Mangio tutto con scrupolo. D'ora in poi mangerò sempre tutto, cercherò di dormire bene e farò ginnastica al mattino. Voglio vivere. Per dispetto a loro. Desidero vivere fino alla fine della tragedia del partito. In questi momenti sono convinta che non riusciranno a distruggere tutto il partito, che arriveranno forze capaci di fermare la mano criminale. Vivere, vivere fino ad allora... A denti stretti... A denti stretti...
Mi ripeto continuamente queste parole, che mi richiamano alla mente alcuni versi della poesia di Boris Pasternak Il tenente Schmidt:

I chilometri dell'atto d'accusa...
Il berretto fra i denti per non piangere!
Le miniere lungo la strada di Nerčinsk!
I lavori forzati! Che benedizione! 

Queste parole mi scuotono profondamente. Il mio cuore si riempie di gratitudine per il poeta. Come sapeva che questa è l'esatta sensazione che provano i condannati? Lui che abita a Mosca in "un appartamento che suggerisce tristezza"? Proseguo:

...La spaziosità della primavera e della deportazione inebriano gli altri...

Magari Pasternak potesse sapere quanto mi aiutano i suoi versi a comprendere e a sopportare la detenzione, la sentenza, quegli assassini con gli occhi di pesce!
Si fa buio. Anche qui la finestra è protetta da una bocca di lupo. Per qualche motivo non accendono la luce. Spero che mi riportino presto alla Butyrka! Qui a Lefortovo la Morte ti osserva da ogni angolo. Appoggio la testa sul tavolo e ripeto a memoria, da cima a fondo, Il tenente Schmidt. Mi emozionano immensamente i versi:

Il vento con calore e sacrificio accarezzava le stelle
con qualcosa di eterno, di esistente, di suo...

Li ripeto più volte  di seguito e sprofondo in un buio infinito e soffocante.


lunedì 4 febbraio 2013

La bellezza che salva nel Gulag

EVGENIJA GINZBURG
VIAGGIO NELLA VERTIGINE
Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90
I versi dell’Onegin sul treno per il gulag

Dall’editore Dalai, in integrale, lo sconvolgente «Viaggio nella vertigine» di Evgenija Ginzburg, un documento insostituibile sulle purghe staliniane, che si inserisce nella grande tradizione della letteratura russa
Quando uscì nel 1967 in prima mondiale l’edizione italiana del libro di memorie di Evgenija Ginzburg, Viaggio nella vertigine, l’effetto fu per certi aspetti sconvolgente. All’insaputa dell’autrice, si era riusciti a far pervenire in occidente un documento del samizdat di grandissimo spessore storico, umano e letterario che Marija Olsuf’eva seppe volgere in densa prosa italiana. Scrisse poi l’autrice: «io – che per lunghi anni avevo abitato le tane ghiacciate dei deportati … avevo la fortuna di essere pubblicata in una città che rispondeva al suono melodioso di Milano». E oggi giunge a noi finalmente anche la redazione completa dell’opera, oggetto di sofferti rifacimenti e integrazioni protrattisi fin proprio agli ultimi giorni di vita dell’autrice, scomparsa nel 1977 (Dalai Editore, traduzione di Duccio Ferri, pp. 703, euro 19,90).
Oltre che nel suo valore di documento, la grandezza di questo libro sta proprio in questa sua dimensione che si inserisce nella migliore tradizione della grande letteratura russa. E d’altra parte la Ginzburg, entusiastica attivista del movimento operaio, membro del partito a Kazan’, collaboratrice del giornale «Krasnaja Tatarija», era donna di fine formazione culturale che seppe vivere e sopportare le tragiche prove della sua vita nel conforto e nel sostegno morale della poesia, tanto da attribuire alla propria esperienza un significato anche artistico.
Celebre è la scena della lettura a memoria di gran parte dell’Evgenij Onegin che la Ginzburg sostiene in un affollato carro merci del treno che la sta portando alla Kolyma per dimostrare ai carcerieri della scorta e al loro capo Solovej che nessuna delle detenute cela con sé un libro (cosa vietata dal regolamento) e nel contempo che nessuno può imprigionare il pensiero, la memoria, l’arte. Episodio che ci ricorda una celebre lirica di Mandel’stam dedicata al fiume Kama.
...Nell’originale il testo è una fonte ricchissima per la ricostruzione degli aspetti linguistici del mondo carcerario e concentrazionario sovietico (evidente anche in alcuni dei titoli attribuiti ai capitoli che riportano tutta la specificità gergale del mondo carcerario) e, lo voglio sottolineare, il traduttore con lodevole sforzo (e qualche inesattezza) spiega nelle numerose note anche molti dei termini e dei realia relativi alla vita della prigione sovietica. Egli rileva inoltre, nei limiti del necessario, le citazioni e i rimandi, anche se, ovviamente, molto rimane nascosto. La profonda struttura intertestuale del testo necessiterebbe di ben altri approfondimenti: riporto, a mo’ d’esempio, il passo «le pesanti catene si spezzeranno, le galere crolleranno», citazione di una celebre lirica di Puskin dedicata ai decabristi, e il riferimento al «bey algerino» che è un evidente rimando alle Memorie di un pazzo di Gogol’.
...
Stefano Garzonio
il Manifesto, 1 maggio 2011

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"Un uomo che legge poesia si fa sconfiggere meno facilmente di uno che non la legge".
Iosif Brodskij, Discorso di accettazione per il Premio Nobel, 1987

Chi fosse interessato al percorso di lettura può vedere altri post della stessa serie:
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/la-parola-redentrice-in-dostoevskij.html
 http://machiave.blogspot.it/2013/02/dante-nellinferno-del-lager.html
http://machiave.blogspot.it/2013/01/la-rivoluzione-di-zivago.html