martedì 16 giugno 2026

La fortuna di Tolkien in Italia

Quirino Principe
Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia

endore.it
La rivista della Terra di Mezzo

L’avvento di Tolkien in Italia è una storia da narrarsi in breve, tutt’altro che complicata per ciò che riguarda i fatti puri e semplici. È molto intricata, e richiederebbe un discorso lungo e analitico, se la poniamo in relazione con le controversie ideologiche degli anni Settanta e Ottanta, e con gli indecorosi tentativi di strumentalizzazione che sono stati messi in atto di recente da varie parti. Per fortuna mia e dei lettori, ho il compito di parlare soltanto del primo aspetto, anche se non giuro di non sfiorare mai il secondo. Il caso, che mi è stato benevolo, ha voluto che la vicenda editoriale di John Ronald Reuel Tolkien in Italia sia in gran parte legata al mio lavoro. Era, credo, il 1964 quando mi fu noto per la prima volta il nome dello scrittore anglo-sudafricano, e non per The Lord of the Rings bensì grazie a una citazione che fuggevolmente, in un libro sulle poetiche della fiaba, chiamava in causa Tree and Leaf. Dell’opera maggiore udii parlare Elémire Zolla nel 1968. Ne fui molto incuriosito, e decisi che avrei letto The Lord of the Rings non appena fosse possibile. Nessun presentimento, allora, di ciò che avrebbe riempito la mia esistenza per anni. Nel 1969 ero impegnato part time alla Garzanti, come redattore di dizionari e di enciclopedie nella sezione “Grandi Opere” diretta da Giorgio Cusatelli, più tardi divenuto eccellente maestro di germanisti all’Università di Pavia. Onoravo quell’impegno dal 1962, l’anno in cui da Gorizia mi ero trasferito a Milano. Dal 1964 ero professore di ruolo in un liceo classico milanese, il “Manzoni”. Lavoravo negli uffici di via della Spiga nel pomeriggio, mentre la mattina insegnavo. Sorvolo sui rapporti che l’editore Livio Garzanti riusciva a intrattenere non soltanto con me ma con qualsiasi redattore laureato e dotato di idee passabilmente chiare: rapporti nevrotici e instabili, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un odio freddo e umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata. L’autunno 1969 era stato una fase aurea: ero stato “promosso” per volontà dello stesso Garzanti, e divenuto coordinatore della sezione storica dell’Enciclopedia Europea allora in gestazione. Per la prima volta in vita mia avevo avuto un ufficio mio, una scrivania mia e persino una segretaria (che mi odiava, ma allora non lo sapevo). Nel tardo pomeriggio di venerdì 12 dicembre uscii dalla sede di via della Spiga alle 19.30 (ostentavo un piglio da stakanovista), percorsi via Manzoni e vidi una folla agitata dinanzi alla Libreria Feltrinelli. Il muro esterno era tappezzato da giornali della sera che annunciavano la strage di piazza Fontana. La mattina dopo, al Liceo, si discusse dell’avvenimento con toni arroventati e con acri veleni ideologici. Nel pomeriggio andai alla Garzanti, e verso le 17.30 arrivò negli uffici Livio Garzanti, che imponeva spesso la propria presenza parlando con i dipendenti di argomenti a ruota libera, amando ascoltarsi e dando libero sfogo ai propri umori. Entrò, assunse un’aria cordiale, domandò che cosa ne pensassimo, finse d’interessarsi alle nostre opinioni, e infine, rivolto a me, proclamò con voce tagliente: «Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini». Sono notoriamente impulsivo e violento. Senza riflettere neppure per una frazione di secondo, sollevai in alto la scrivania su cui avevo collocato qualche settimana prima — all’apice delle mie fortune garzantiane — un barattolo con penne e matite e la fotografia di mio figlio appena nato, e la lasciai cadere con fragore. Il piano della scrivania si spaccò in due, la fotografia andò in mille pezzi, penne e matite si sparsero crepitando sul pavimento. Afferrai la mia cartella e a grandi passi, con l’ira che mi devastava, scesi le scale e in pochi istanti fui sulla strada. Non misi mai più piede in quell’edificio, e lasciai là lo stipendio dell’ultimo mese. Perché ho narrato tutto questo ? Sembrerà strano, ma devo a quell’atto violento e a quella scrivania infranta il mio destino tolkieniano. L’ambiente editoriale milanese è discreto e riservato. Cinque minuti dopo, in tutte le case editrici della città si parlava del mio gesto, gonfiandolo e variandolo a dismisura. Il giorno dopo mi telefonò Alfredo Cattabiani, che avevo conosciuto fortuitamente due mesi prima. Commentò brevemente l’inqualificabile frase di Livio Garzanti, e mi propose di entrare, come consulente e redattore, nella casa editrice che proprio in quei giorni stava nascendo e che era stata ideata da Edilio Rusconi. Fu Cattabiani, uomo di altissima qualità intellettuale, colui che fondò di fatto la “Rusconi Editore”, più tardi denominata “Rusconi Libri”; colui che la organizzò e articolò, facendone una protagonista della cultura italiana per almeno quindici anni, prima che una decadenza tutt’altro che inevitabile, dovuta esclusivamente all’avversione che essa suscitava in Alberto Rusconi figlio di Edilio, la conducesse alla morte. Ad essere precisi, si trattava almeno formalmente di una “rifondazione”: era esistita negli anni Sessanta la Rusconi & Paolazzi, che aveva pubblicato un numero esiguo di buoni libri, ma senza una linea riconoscibile, e poi si era arenata. Ad essere meno ufficialmente precisi e più veritieri, l’editrice messa in piedi e governata con mano ferma da Cattabiani era tutt’altra cosa: una cosa nuova, e in quel momento storico inattesa e a giudizio di alcuni scandalosa, poiché politicamente e culturalmente scorrettissima, tale da scontentare la “sinistra” ma anche (e forse più) la “destra”. Pongo sempre tra virgolette questi termini sciocchi e banali che rispondono a metafore puramente segnaletiche e sono assolutamente privi di qualsiasi significato. Intelligentemente, Cattabiani scelse in principio un numero ristrettissimo di collaboratori. Si trattava per lo più di consulenti: fra essi, i più attivi erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce, Rodolfo Quadrelli, io stesso. Ma soltanto io, nei primi due anni di vita della Rusconi, lavorai sia pure part time in sede. Nell’edificio di via Vitruvio 43 eravamo in quattro: Cattabiani, la segretaria tuttofare Maura Bastiglia (i visitatori, vedendola, rimanevano a bocca aperta per qualche minuto, tanto era bella), l’indimenticabile Lorenzo Fenoglio, leggendario e onnisciente editor e correttore di bozze e tante altre cose insieme, e io.. Poca brigata, vita beata. Era la fase progettuiale. In poche settimane si costituì il primo nucleo del catalogo Rusconi. Cattabiani volle realizzare alcuni suoi antichi amori, fra cui Heschel, Sedlmayr, Reck-Malleczewen, le Soirées di Joseph de Maistre. Quadrelli propose alcuni libri di Demant, di Muggeridge e di Voegelin per la collana tascabile “Problemi attuali”. Io intervenni proponendo libri miei, che avrei pubblicato a partire dai primi mesi del 1970. Zolla suggerì autorevolmente alcune opere fondamentali: Heliopolis di Ernst Jünger e Il significato della musica di Marius Schneider (entrambi curati da me), e, rendendosi conto della mole di lavoro che ciò avrebbe implicato, The Lord of the Rings di Tolkien. Ma da parte di Cattabiani non ci fu alcuna resistenza, grazie a una circostanza fortunata: egli aveva già, sugli scaffali del suo studio, l’edizione originale in lingua inglese pubblicata dalla Allen & Unwin di Londra, e per giunta possedeva il dattiloscritto completo ( e di immani dimensioni) della traduzione italiana del Signore degli Anelli (d’ora in poi userò il titolo nella nostra lingua) realizzata da Vicky Alliata di Villafranca, che era quindicenne quando l’aveva ultimata. Tanto di cappello, malgrado le acerbità, le ingenuità e gli errori di scelta commessi dalla bella signorina dallo straordinario talento. Non basta: Cattabiani aveva nel suo ufficio anche una copia dell’ormai mitica edizione del I volume, La compagnia dell’Anello, unica parte edita della traduzione della Alliata, uscita presso Ubaldini nel 1967 e rimasta senza seguito dopo avere venduto in tutto qualche decina di copie. Come mai Cattabiani era in possesso dei tre oggetti, edizione inglese, dattiloscritto della traduzione, I volume ubaldiniano ? Semplice: quando nell’ambiente editoriale si era sparsa la voce che sarebbe nata la Rusconi editore, che Cattabiani (la cui vocazione intellettuale a favore della Tradizione, della fiaba, del mito era nota) ne sarebbe stato il direttore e il fondatore di fatto, e che Zolla era previsto come uno dei principali consulenti, Ubaldini aveva “regalato” al caro Alfredo, allora poco più che trentenne, tutto il materiale che, a mo’ di nobile relitto, testimoniava il fallimento dell’impresa tolkieniana sub specie Ubaldinorum. «Per me è stato un disastro: se ti interessa, tutto questo è tuo e fanne quel che vuoi». Cattabiani aveva fiutato la grandezza possibile dell’esito, e vale la pena osservare che, sin dalla prima apparizione rusconiana del capolavoro di Tolkien, Il Signore degli Anelli fu per Rusconi una miniera d’oro, il best seller per eccellenza e senza fluttuazioni di fortuna presso il pubblico, anzi, semmai, in progressiva crescita. Cattabiani chiese il parere di Zolla e il mio. Zolla, più che confermare il proprio suggerimento, ordinò imperiosamente che il libro fosse pubblicato in edizione italiana, pena l’anatema, e propose che fossi io il curatore totale. Ne fui entusiasta. Quando mi fissarono i tempi di consegna, inorridii e mi disperai: pochi mesi. Poi mi rinfrancai e mi misi all’opera, rinvigorito anche dalla pubblicazione presso Rusconi, nel febbraio 1970, del mio primo libro, Vita e morte della scuola (andò benissimo, fu subito esaurito, ebbe una seconda edizione e un'ulteriore ristampa, e se ne parlò molto, con entusiasmo da parte dei tradizionalisti, con apprezzamento a denti stretti da parte dei marxisti e dei demoproletari, con vituperio e volgari insulti da parte dei cattolici, ciò che mi rese felice). Acquisito un minimo di prestigio d’autore, ebbi l’incarico d’incontrare Vicky Alliata, venuta espressamente da Roma, per un colloquio. Ammiravo la Alliata da tempo, come traduttrice: anch’io sono traduttore, e di innumerevoli scritti fra cui molti libri, e considero quel mestiere uno fra i più nobili e decisivi nella storia della specie umana. Sentivo grande rispetto per quella ragazza, che all’inizio del 1970 aveva diciotto anni: era veramente brava, e vorrei avere il suo talento e la sua velocità nel tradurre, per non parlare della sua mirabile conoscenza della lingua inglese e di questo o quello slang. Ma ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney. Mi limito a tre esempi tipici, topici e tipologici (l’assonanza con “Topolino” è puramente casuale). I Baggins, nella traduzione Ubaldini e nel resto del dattiloscritto, erano divenuti “i Sacconi”: brutto e semanticamente sbagliato, poiché l’onomastica fuori dal tempo e dello spazio poteva e doveva essere adottata nelle parti del libro ambientate fra gli Elfi, o a Brea, mentre nelle pagine ambientate nella Contea occorreva qualcosa d’inglese che alludesse alla similarità tra la Contea medesima e, che so, il Galles, la campagna britannica, i paesaggi di Thomas Hardy o di Montague Rhodes James. Benissimo “i Serracinta”, famiglia di contorno, benissimo lo “scattanello”, ballo simpatico ma un po’ troppo sfrenato, ma i Baggins devevano rimanere Baggins, per non scivolare in un’aura troppo realistica e familiare. I Serracinta si limitano a mangiare e a bere, come nella bassa padana; i Baggins, vivaddio, sono quelli che contendono il tesoro a Gollum, che lottano contro Shelob e contro i cavalieri neri. Non prendiamoci troppe confidenze con loro. Secondo esempio: Thorin Oakenshield era stato trasformato dalla Alliata in “Torinio Ochescudo”. Soluzione orripilante, e soprattutto fuorviante, che butta via imperdonabilmente la semantica implicita nel bel nome inventato da Tolkien. Restaurai immediatamente i significati, decidendomi per “Thorin Scudodiquercia”, la qual cosa ha un vago sentore araldico che ben si addice ai Nani tolkieniani, per lo più impettiti e vanitosi oltre che autenticamente coraggiosi e generosi. (Io stesso sono un nano, e mi riconosco in simili vizi e virtù). Terzo esempio, e questa è davvero grossa. Merry era diventato, manu alliatensi, “Felice”: insomma, traduzione letterale. Poteva anche andare, ma come si poteva poi giustificare il fatto che “Merry” (lo si dice nel testo) fosse il diminutivo di “Meriadoc” ? Un errore madornale. Restaurai la forma originale. E via dicendo. Avrei reso ragione delle mie scelte correttive o restauratrici nella prefazione del curatore che figura all’inizio dell’edizione italiana. Vicky Alliata disdisse più volte l’appuntamento, e finalmente venne a Milano al principio dell’estate. L’abbigliamento dell’aristocratica diciottenne era quasi da spiaggia: la gonna era una sottile striscia di pelle annodata alla vita, e si armonizzava con il resto, e, malgrado tutto, con eleganza, incredibile dictu. Entrò, sedette, accavallò le gambe sprofondata in una poltrona, sì che non sapevo dove guardare. Per tutto il colloquio fissai più o meno il soffitto. Mi accorsi subito che la traduttrice non opponeva alcuna resistenza alle mie angosciate osservazioni. Non si offese per nulla e accettò tutto. Era svagata, languida, mondana, ciarliera, simpaticissima, cordialona. Liquidò la mia problematica traslatoria in pochi secondi, e preferì chiedermi consiglio su come trovare casa a Milano. Non sapevo come aiutarla. Mi propose di accompagnarla da qualche antiquario per scegliere i mobili: cominciai a sudare freddo, trattandosi di operazione che mi ripugna anche quando riguarda me. Si accomiatò, e mi telefonò qualche giorno dopo per annunciarmi festante che da un “rigattiere” aveva trovato bellissimi mobili antichi “per niente” (lei diceva: «per nìente», con l’accento tonico sulla ì). Cinguettando, mi disse: «Vediamoci presto, chiacchieriamo, magari scambiamoci idee su Tolkien. Le telefonerò». Non la vidi mai più in vita mia, né so dove ora ella viva. So che in quei tempi tenne una rubrica mondana sullo «Specchio» e più tardi andò in Medio Oriente per scrivere un libro sugli harem. È una delle persone più amabili che io abbia mai conosciuto. Eppure, sentii sollievo quando vidi che non avrei lavorato con lei a fianco a fianco. Libero da imbarazzanti concorrenti e da un’ingombrante partner, mi misi all’opera sistematicamente. Il testo di Tolkien mi sommerse, mi assorbì, mi inabissò Rividi interamente la traduzione, producendo migliaia di schede topiche e casistiche. Mio figlio, allora di due anni, crebbe e cominciò a parlare in modo logico-sintattico sulla base di una materia tolkieniana. Per lui inventavo fiabe con i personaggi del Signore degli Anelli, soprattutto quelli malvagi e negativi che sono i più affascinanti. Poiché mi riesce facile disegnare, dipingere e scolpire, fabbricai per il mio bambino decine di statuine di creta o di Das, accuratamente dipinte e smaltate, che raffiguravano Frodo, Bilbo, Gandalf, Smaug, Ancalagon, Sauron, Gollum, Galadriel, Aragorn, eccetera. Mi strozzai durante l’estate, rinunciando anche a un solo giorno di vacanza, alle notti, alle domeniche: un inferno, un carcere. Riscrissi da cima a fondo le intricate appendici, per adattarle al lettore italiano. Disegnai la cartina che si trova tuttora nell’edizione Bompiani, erede di Rusconi. Passavo a Fenoglio cento pagine per volta: Fenoglio le inviava in tipografia, sicché già correggevo le prime e seconde bozze e magari le cianografiche dei sedicesimi da pagina 1 a pagina 800 mentre ancora lavoravo sul dattiloscritto della Alliata o rielaboravo le appendici. Consegnai l’ultima infornata ai primi di settembre. Si finì di stampare l’edizione italiana del Signore degli Anelli, da me curata, il 18 ottobre 1970, presso la Cromotipia E. Sormani in via Solari (angolo con via Montevideo) a Milano. The Return of the King, terza e conclusiva sezione del romanzo tolkieniano, era stata pubblicata da Allen & Unwin nel 1955. Quindici anni separano l’apparizione dell’opera originale dalla nascita dell’edizione italiana da me curata. Nacque una controversia interna alla Rusconi. Lo zelante e un po’ interventista Fenoglio aveva trasformato gli “Elfi” in “Gnomi”, restaurando la soluzione della Alliata, da me modificata in “Elfi” sin dalla prima fase del mio lavoro, e male interpretando un’osservazione di Cattabiani. A me non era stato detto nulla. Quando lo seppi andai su tutte le furie e volli intervenire, ma era troppo tardi poiché si era già alle cianografiche. Quel che è peggio, Fenoglio, che venerava il dogma della “uniformazione”, modificò anche l’introduzione di Elémire Zolla, in cui giustamente si parlava di “Elfi”. Questa volta fu Zolla ad andare in collera, e ritenendomi responsabile se la prese con me. Non mi fu possibile spiegarmi, dato il carattere dell’illustre saggista, e così Zolla e io non ci parlammo più vita natural durante. Peccato! L’inconveniente trovò presto rimedio: la prima tiratura rusconiana del Signore degli Anelli andò a ruba, e bastò poco tempo per stamparne un’altra con l’opportuna correzione di “Gnomi” in “Elfi”. Sfioro, come avevo minacciato, questioni non propriamente editoriali. L’apparizione del Signore degli Anelli suscitò equivoci odiosi e un ridicolo imbarazzo. La “destra” decise che quel libro e quell’autore le appartenevano: una convinzione che continua nei decenni. In primo luogo, Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso. In secondo luogo, se si vuol parlare di consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tokien soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un comportamento cosiddetto “etico”. Tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale. Il panorama della cultura italiana, eccettuati rari individui numerabili sulle falangi di un dito, non offre alcunché di compatibile con Tolkien. Oggi l’equivoco mostra la corda. La sciocca presunzione e arroganza della “destra” nel far proprio Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella “destra”, a privilegiare tutto ciò che è non-occidentale e anti-occidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o “tradizionale” (ripugnante aggettivo !). Da un’altra sponda, la cultura cosiddetta “di sinistra” prese le distanze mostrando però un vivo desiderio di ridurle non appena fosse possibile. Esemplare resta nella memoria l’articolo di Umberto Eco, La parabola del buon reazionario, uscito sull’ «Espresso» nel dicembre 1970: vi si descriveva l’editrice Rusconi come un killer mascherato da buon samaritano, esponente di una “destra” colta e non violenta, presentabile in pubblico e persino seducente, e Tolkien era visto come l’esperimento strategicamente più astuto di questo maquillage rusconiano. Più perplesso, non cinico come Eco, di conseguenza più attento e pronto all’apprezzamento, fu Tito Perlini su una colta e seriosa rivista dell’ultrasinistra, all’inizio del 1971: Rusconi era un ircocervo, e nella sua sembianza proteiforme si nascondeva un’ammirevole abilità di proposte culturali. Proporre un testo inattaccabile (così Perlini) qual è il romanzo di Tolkien era stata una mossa magistrale. Perlini lo scriveva con disappunto, rendendo all’avversario (?) l’onore delle armi. Infame e ridicolo ad un tempo è stato il tentativo di annettersi Tolkien da parte della cultura cattolica. Negli anni Ottanta, l’arcivescovo di Bologna indisse un convegno dedicato al corpus tolkieniano e in particolare al Signore degli Anelli. Le interpretazioni espresse negli interventi erano a senso unico: io, naturalmente, non fui invitato. Si ignorò la mia esistenza. Non essendo stato presente, posso soltanto immaginare quel convegno: ci sarà stato di che divertirsi. Simili tentativi da parte di settori del mondo cattolico sono divenuti numerosi da allora. Oggi, il desiderio di dimostrare che Il Signore degli Anelli è un grande testo cristiano è addirittura spudorato: non c’è, nel grande libro di Tolkien, né esiste in qualsiasi altro libro tolkieniano, il minimo riferimento alla religione, al cristianesimo o a qualsiasi altro culto. Una volta espressi questa mia considerazione a un alto prelato, il quale mi fece notare che nel discorso di Faramir a Frodo si dice. «La verità è figlia del tempo», il che fa venire in mente «veritas filia temporis», tre parole che, come pretendeva il porporato cattolico, «vengono dai Vangeli» [!!!]. Da quale Vangelo, da quale capitolo e versetto, domandai all’Eminenza. Vidi perplesso il coltissimo pastore d’anime. In realtà, quelle parole non sono scritte in un testo cristiano né religioso purchessìa, bensì in un passo di un antico scrittore latino che più pagano non potrebbe essere (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XII, 11, 2 ). Del resto, per avere la misura di quanto sia arrogante e velenoso questo atteggiamento, si pensi a come la pubblicistica cattolica diffamò a suo tempo l’onesta e laica biografia di Tolkien scritta da Daniel Grotta (1976) e pubblicata in Italia da Rusconi (1983); la sprezzante liquidazione recensoria era il movente da cui partire per vantare i pregi della biografia di Humphrey Carpenter uscita presso Ares (l’editoriale dell’Opus Dei) e ora ripubblicata da Fanucci. Altre case editrici, colpite dal successo culturale e commerciale del Signore degli Anelli, s’incamminarono sulla via dell’emulazione e dello scavo. Come Wagner quando ideò Der Ring des Nibelungen (anche qui un anello: una mera coincidenza o un archetipo narratologico ?) e procedette a ritroso mediante una catena di antefatti e antefatti degli antefatti, così Tolkien, negli anni Sessanta, aveva scritto una serie di testi che idealmente andrebbero letti “prima” del Signore degli Anelli, come per esempio Le avventure di Tom Bombadil (1962). Esistono però anticipazioni reali, il cui ordine cronologico di scrittura corrisponde alla logica della successione narrativa. The Silmarillion, libro fondante e “arcaico” che espone sistematicamente i miti impliciti in tutti gli altri testi del ciclo Hobbit compreso The Lord of the Rings, fu iniziato da Tolkien già nel 1917, quando egli era venticinquenne (era nato a Bloemfontein in Sudafrica domenica 3 gennaio 1892). Egli vi lavorò per tutta la vita, e quando morì il 2 settembre 1973 (ancora una domenica, giorno fatale per lui !) in un ospedale di Bournemouth, in terra britannica, non era riuscito a dargli un assetto definitivo. L’opera fu completata e data alle stampe da Christopher Tolkien, figlio dello scrittore, nel 1977. Ma, prima di The Lord of the Rings, Tolkien aveva prodotto un testo assolutamente compiuto e perfetto, pietra miliare nella creazione della Terra di Mezzo, della Contea, di Numenor e delle varie stirpi, e immediato antefatto all’opera maggiore: il raffinatissimo The Hobbit (1936-1937), primo frutto della fantasia “elfica” di Tolkien ad essere edito. L’editrice milanese Adelphi ne pubblicò nel 1973 la traduzione italiana, realizzata da Elena Jeronimidis Conte. Proprio Lo Hobbit, libro importantissimo nella sfera tolkieniana, sfuggì dunque a Rusconi, malgrado i miei fermi consigli che ne suggerivano l’edizione italiana. Come mai ? Fu, forse, uno strano capriccio di Zolla, che influì su Cattabiani; una stecca un poì malinconica fra gli accordi armoniosi della rusconiana età dell’oro. Ce ne consolò la preziosa accuratezza dell’edizione Adelphi. Eppure, eppure… Bella, elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”, fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog” pensa allo smog, e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i bambini: «Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!». Durante l’era Cattabiani, che si concluse nel 1980 ma si era già rannuvolata irrimediabilmente verso il 1977 a causa di incomprensioni con Edilio Rusconi, uscirono in ambito rusconiano le traduzioni italiane di Tree and Leaf (Albero e foglia, 1976), e nel 1978 Il Silmarillion e Tom Bombadil. A Cattabiani seguì una diarchia: un direttore generale, Ugo Braga, e un direttore editoriale in sottordine, Raffaele Crovi. In quel breve interregno gli interessi tolkieniani della Rusconi si affievolirono: uscirono soltanto le Lettere di babbo Natale (1980) e i Racconti incompiuti.(1981) secondo l’originale curato da Christopher Tolkien. Tutto il resto edito in italiano uscì presso Rusconi durante l’era successiva, in cui Ferruccio Viviani fu l’ottimo direttore editoriale (Braga come direttore generale rimase per un periodo limitato) e, dal 1989, Cristina Poma fu direttore letterario e capo redazione. A quegli anni risalgono le edizioni italiane dei Racconti ritrovati a cura di Christopher Tolkien ( la cui arroganza e invadenza creò non pochi problemi alla casa editrice e al lavoro sul corpus tolkieniano), delle Immagini (1990), di una scelta di lettere (La realtà in trasparenza, 1991). Questi ultimi due volumi furono curati da me. Nel 1991 uscì anche presso Rusconi Lo Hobbit annotato, secondo l’originale inglese: una bella iniziativa, tale che le moltissime note ai margini e in calce costituiscono una vera enciclopedia della Terra di Mezzo in compendio. Fu quasi un rimedio postumo all’infortunio del 1973, quando Adelphi aveva “soffiato” Lo Hobbit alla casa di via Vitruvio. Fu l’ultima bella impresa tolkieniana della Rusconi, che allora conosceva una seconda giovinezza, un’età argentea dopo quella aurea del 1969-1974, grazie alla diarchia Viviani-Poma. Quella diarchia, storicamente, sta all’era Cattabiani come l’impero di Traiano e Adriano sta all’età augustea, “si parva licet [parvis] componere magnis”. Nel 1993, Viviani abbandonò la casa editrice per crescenti attriti con il nuovo proprietario ed erede, Alberto Rusconi: il futuro distruttore dell’azienda, poi passata al gruppo RCS RizzoliBompiani. Quel che seguì fu una sorta di decadenza imperiale del III secolo dopo Alessandro Severo: réguli incompetenti, piccoli mestieranti. La Rusconi rovinò sempre più: ciò che il suo proprietario, in fondo, bramava. Alla fine spuntò all’orizzonte l’Aureliano (o il Diocleziano) della situazione: il bravo colto e coraggioso Alberto Conforti, che prese in mano le redini con forza e con idee illuminate. Ma era troppo tardi: l’azienda era in crisi inarrestabile, e Alberto Rusconi aveva deciso irrevocabilmente di liquidarla, ciò che avvenne nel 1997-1998. Nel periodo 1992-1998 ci furono soltanto ristampe del Signore degli Anelli, nelle quali una mia introduzione aveva preso il posto di quella originaria scritta da Zolla. Al di là della vicenda editoriale, non particolarmente clamorosa né avventurosa, l’opera di Tolkien ha lasciato un forte segno in me, e ne ho parlato volentieri. La mia persona, tuttavia, è stata cancellata dalla memoria storica. Del disprezzo con cui i cattolici mi hanno sempre considerato, ho già detto. Da altro fronte, il disprezzo si è trasformato in giudizio di nullità ontologica. Qualche anno fa, parlando di Tolkien sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», Cesare Medail narrava a beneficio dei lettori, in poche righe e con innumerevoli errori, la storia che io ho narrato in queste pagine. A proposito del Signore degli Anelli, Medail scrisse che «uscì a cura di Cattabiani». Mi affrettai a scrivergli una lettera presso il «Corriere», pregandolo di rettificare. Non rettificò, né mai si degnò di rispondermi. Anzi, in un intervento successivo su quel quotidiano egli ribadì l’assurda notizia. Serbo un caro e grato ricordo di tanta gentilezza e di così squisita civiltà; spero di ricambiare, all’occasione. Quest’anno, quando uscì la seconda e bella versione cinematografica del romanzo tolkieniano, la RAI (Radio 3) pose un quesito lampo a uno scrittore, Alberto Bevilacqua, e a un critico letterario, Emanuele Trevi: Il Signore degli Anelli è o non è un capolavoro ? Bevilacqua rispose che un vero capolavoro deve parlare della vita quotidiana e dei problemi “reali”. Ecco finalmente serviti a dovere e pronti per l’immondezzaio Le mille e una notte, i Kinder- und Hausmärchen dei Grimm, l’Iliade, l’Odissea, il Ramayana, Pinocchio, Orlando Furioso, la Commedia di Dante, i Racconti di Poe. Trevi fu più drastico, osservando che Il Signore degli Anelli, quasi un fumettone, induce a paragoni impietosi se confrontato con l’opera di scrittori contemporanei a Tolkien, per esempio con i romanzi di Céline. Giusto: è sempre un utile esercizio intellettuale domandarsi se siano più buone le albicocche o la mortadella. Possiamo dormire tra due guanciali.

https://www.ilpost.it/2022/09/20/tolkien-estrema-destra/
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Il sapore della vittoria

Francesca Luci 
L'Iran incassa una vittoria che rafforza i moderati

il manifesto, 16 giugno 2026

«Oggi è diverso. La pace porta un sorriso, timido, tra le labbra, come se avesse paura di restare. So che domani pesa. Ma oggi non voglio saperlo». Sono le parole di Farahnaz, mamma single con due bambini. La vita frenetica della capitale Teheran continua in un vortice di energia contrastante. Correnti conservatrici e manifestanti alzano la voce, chiedendo cosa ne sarà del sangue del loro Leader. «Hanno venduto il sacrificio dei nostri martiri che nessun memorandum potrà ripagare», grida Mehdi.

I MERCATI FINANZIARI iraniani, “giudici imparziali”, rispondono con entusiasmo. Il prezzo del dollaro ha ceduto oltre il 10%; anche il costo delle monete d’oro ha registrato cali record. La Borsa di Teheran segna un balzo storico del 3,35%, trainata da un afflusso senza precedenti di capitali reali. Dopo mesi di guerra e paralisi economica, il mercato sembra respirare di nuovo.

Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio quando Stati Uniti e Israele hanno colpito il quartier generale di Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran. L’86enne leader, al potere da oltre trent’anni, non è sopravvissuto. La sua morte ha aperto una crisi in un paese già logorato da anni di sanzioni, tensioni interne e isolamento internazionale.

La reazione iraniana però è stata immediata e viscerale: manifestazioni di piazza a Teheran, dichiarazioni di guerra del Parlamento, unità malgrado profonde differenze per salvare la patria. Pochi giorni dopo, mentre il paese era ancora sotto choc, Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida assassinata, è stato nominato terzo leader supremo con una procedura rapida, quasi convulsa. «Sarebbe stata davvero difficile la successione di Mojtaba se il padre non fosse stato assassinato e non fosse cominciata la guerra. È stato il punto di divergenza tra tutti i gruppi conservatori e i Guardiani della Rivoluzione» ci spiega Mehran, ricercatore a Teheran.

L’IRAN HA CHIUSO lo Stretto di Hormuz, mossa che ha scatenato la risposta americana con un blocco navale contro i principali porti strategici iraniani. Conseguenze economiche devastanti: «Il blocco navale e i porti paralizzati hanno portato a un’inflazione fuori controllo – continua Mehran – Il pericolo di collasso economico era realistico». Le famiglie iraniane, già stremate da anni di sanzioni, si sono trovate a fronteggiare una crisi senza fine.

I PRIMI COLLOQUI diplomatici, avviati ad aprile e mediati da Qatar e Pakistan, si sono arenati subito sulla questione nucleare. Lo stallo è sembrato invalicabile, un muro che nessuna delle due parti pareva disposta ad abbattere. «Ci sono voluti anni prima della firma dell’accordo nucleare del 2015 che Trump ha poi stracciato – osserva Mehran – Era impensabile raggiungere un’intesa in pochi giorni». Americani e israeliani scommettevano su una spaccatura tra i Guardiani della Rivoluzione e il clero, convinti che il paese fosse di fatto controllato dai militari. «Il clero non ha mai avuto problemi con i militari e viceversa: da 47 anni controllano il paese in simbiosi – spiega ancora Mehran – Una spaccatura sarebbe stata una rovina per entrambi, oltre a mettere in pericolo l’integrità del paese». L’unità del sistema iraniano, forgiata in decenni di coesistenza tra potere religioso e militare, si è dimostrata più solida di quanto i suoi nemici avessero previsto.

La svolta è giunta a metà aprile a Islamabad. Una delegazione Usa di alto profilo, composta dal vicepresidente J.D. Vance, dall’emissario Steve Witkoff e dal consigliere Jared Kushner, ha incontrato direttamente le controparti iraniane: lì qualcosa si è incrinato nel muro diplomatico. «Dopo Islamabad le divergenze rimangono all’interno dei vari gruppi conservatori e ultraconservatori», racconta Mehran. La posizione del nuovo leader era chiara: «Pragmatismo puro. Ecco che siamo entrati in una nuova era. Non diventeremo democratici da un giorno all’altro, ma ora c’è almeno una speranza di cambiamento».

Domenica 15 giugno Iran e Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa per estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, con l’obiettivo di porre fine al conflitto. L’intesa, secondo gli iraniani, poggia su tre assi strategici: la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, con una menzione specifica per il Libano, la cui stabilizzazione viene considerata parte integrante del pacchetto; sullo Stretto di Hormuz, nonostante le pressioni americane per garantire il libero transito, l’Iran mantiene la sovranità sulle proprie acque territoriali, prevedendo la riscossione di costi legati ai servizi di navigazione e assicurazione secondo le convenzioni internazionali; un meccanismo finanziario da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, sostenuto non solo da capitali occidentali ma anche da Qatar, Emirati e Arabia saudita.

IL PRESIDENTE IRANIANO Masoud Pezeshkian ieri ha lodato la gestione del paese durante lo stato di guerra, sottolineando che la coesione nazionale ha impedito il collasso del sistema previsto dai nemici. Se il memorandum rappresenti davvero l’inizio della fine del conflitto o solo una pausa prima di nuove tensioni è difficile da dire. Non è facile sciogliere in 60 giorni nodi che affondano le radici in decenni di ostilità, diffidenza reciproca e interessi regionali contrapposti. Ma nulla può impedire la pace quando esiste una reale volontà politica di perseguirla. Il tempo darà la sua risposta.

Vittoria di regime

Renzo Guolo 
Trionfo Pasdaran e dissidenza spezzata: una vittoria di regime

Domani, 16 giugno 2026

L’accordo tra Usa e Iran c’è. Sotto forma di memorandum che fissa il termine di sessanta giorni per fare l’accordo – dunque rinviando i nodi più spinosi a futuri colloqui – ma c’è. Insieme al proseguimento della tregua, l’ unica tangibile novità è la riapertura di Hormuz.

Trump prova a vendere come vittoria un autentico disastro strategico. Certo, con l’ausilio di Israele, ha decapitato il vertice del gruppo dirigente iraniano, seriamente danneggiato il programma nucleare, il potenziale bellico e l’industria degli armamenti di Teheran, ma, alla fine della tragica giostra, “Furia epica” ha prodotto il rafforzamento esterno e interno del regime. Oltre a aver introdotto nel gioco la variabile Hormuz, destinata a condizionare, anche in futuro, l’economia mondiale. Come sembra certificare Teheran precisando che l’intesa recepisce che la sovranità sullo Stretto è condivisa tra Iran e Oman e che per transitare si pagherà un pedaggio.

Gli iraniani sono riusciti a mettere seriamente alla prova anche i rapporti di Washington con gli alleati del Golfo, ai quali, nonostante i decantati Accordi di Abramo, gli Usa non sono riusciti a garantire sicurezza. Sul fronte della lotta tra Grandi Imperi, poi, il proposito dell’America di infliggere un duro colpo al competitore strategico Cina è fallito. Pechino, maggiore importatore del petrolio iraniano, è stato decisivo nel chiudere la guerra, premendo su Teheran e contando sui rapporti con Islamabad. Insomma, un’autentica debacle per il tycoon, che aveva fretta di chiudere per uscire dalla trappola persiana e passare, con minori danni possibili, le forche caudine di midterm. Anche a costo di infliggere un sonoro “schiaffo” al sabotatore Netanyahu, che sino all’ultimo ha cercato di far saltare l’accordo colpendo Beirut e ribadisce che Israele non si ritirerà dal Paese dei Cedri.

Uno stato d’animo assai diverso regna a Teheran. L’aver resistito militarmente al “Grande” e “Piccolo” Satana, all’America tornata “Orchessa del mondo” e al sempiterno “nemico sionista”, e condotto un’azione diplomatica a tutto campo – che ha, tra l’altro, reso palese, l’inadeguatezza negoziale di personaggi come Witkoff e Kushner – consolida la Repubblica Islamica.

Il regime ha mostrato una tenuta non attribuibile solo alla violenta repressione dell’opposizione o al blackout di Internet, ma anche al riflesso patriottico che ha saputo suscitare toccando il tasto, sempre caldo, del nazionalismo persiano. A dimostrazione che, come ogni regime fondato sulla mobilitazione totale, una parte del paese lo appoggia. In quella oligarchia di fazioni che è la Repubblica Islamica, arena di partiti che competono aspramente dentro i confini islamici del “sistema”, solo gli intransigenti della corrente di estrema destra Paydari restano contrari all’accordo.

L’Iran esce, dunque, come vincitore politico della guerra. Una volta concluso l’accordo definitivo, la Repubblica Islamica potrà ridefinire i suoi equilibri interni fuori dall’emergenza del conflitto esistenziale che l’ha investita. E verificare se l’asse tra conservatori pragmatici (rappresentati, dopo la scomparsa di Larijani, da Ghalibaf), quel che resta del clero conservatore raggruppato attorno alla nuova Guida Mojtaba Khamenei e i Pasdaran, reggerà. O se, forti dell’aver salvato in armi il regime, i Guardiani della Rivoluzione marceranno decisamente sulla via del potere militare.

Quanto all’opposizione, illusa dagli appelli filo-insurrezionali di Trump e Netanyahu, l’accordo rappresenta l’ennesimo colpo, e conferma come al tycoon non sia mai importato nulla del cambio di regime a Teheran. Difficile pensare che questo variegato fronte possa superare facilmente lo scacco, politico ma anche psicologico, intrinseco a questo palese tradimento. Tanto più che, se riuscirà a far cancellare le sanzioni, il regime potrà redistribuire e riacquisire consenso.

Emily Dickinson in scena

                            

Egle Santolini
Joyce Di Donato: "L'arte conforta e unisce, mi rattrista che oggi non sia considerata una priorità"

La Stampa, 16 giugno 2026

Joyce DiDonato, la grande dame americana dell’opera, arriva quest’estate in Italia a cantare e a insegnare. Succede a Poggi del Sasso, in mezzo alla campagna maremmana, per Amiata Music. Prima le masterclass con giovani cantanti locali: e sarà interessante, racconta il direttore artistico del festival, il britannico Nicholas Chalmer, un direttore di orchestre e di cori con il culto del canto d’arte italiano e della formazione dei nuovi talenti, vedere come la star rossiniana e händeliana e mozartiana passerà i suoi segreti alle ultime generazioni, magari partendo da Caro mio ben. Poi, il 7 agosto, una serata speciale, accompagnata dal trio Time for Three, con uno spettacolo su Emily Dickinson, la poetessa ottocentesca che da un salotto di Amherst nel New England comprese i moti del cuore meglio di chiunque altro. Un progetto artistico che il New York Times ha insignito del suo non troppo frequente “Critic’s pick”.

Signora DiDonato, com’è nato questo Emily-No Prisoner?
«Le parole di Emily hanno sempre fatto parte della mia vita musicale. Ho cantato le Dodici poesie di Emily Dickinson di Aaron Copland sia al college che nel mio primo album con pezzi da concerto. Ma per questo nuovo ciclo è stato il compositore Kevin Puts a contattarmi. Aveva già in testa la musica prima ancora di chiedermi di unirmi al progetto, e gliene sarò eternamente grata, perché ha costruito questi brani direttamente per la mia voce e per il mio temperamento. Ogni volta che li canto ci trovo nuovi strati, una maggiore complessità, più bellezza e più verità».

La sua Dickinson non è la solita signorina fragile e reclusa che la tradizione ci ha consegnato, ma una combattente feroce e inarrestabile. Come ha fatto a darle vita?
«Partendo dalle sue parole. Questa poesia trabocca di chiarezza, di sfida e di confronto, e anche di sentimento della natura, senso della dimensione domestica, umorismo. La complessità del suo modo di guardare alla vita offre un’opportunità incredibile di esplorare dalle angolazioni più sorprendenti che cosa significhi essere umani. Ecco perché l'approccio di Kevin, che la affronta di petto in tutta la sua profondità, funziona così bene. Posso alzare il pugno in tono di sfida, e subito dopo cercare di sparire rannicchiandomi nei confini di una stanza piccola e isolata».

C'è una poesia di Emily che le parla davvero al cuore?

«Il mondo ha un volto d’arsura/per chi si ferma a morire mi ha aiutato ad affrontare la morte di mio padre nel modo più delicato e consapevole. Cuore! lo dimenticheremo! mi ha accompagnato attraverso le prime delusioni d'amore. Ma il mio inno personale è Io vivo nella possibilità, perché è qualcosa che cerco di incarnare ogni giorno».

Prima Virginia Woolf, che ha impersonato al Metropolitan nell’opera di Kevin Puts tratta da The Hours di Michael Cunningham, e ora Emily Dickinson. Dobbiamo dedurne che la letteratura sia una sua grande passione?
«Di certo la letteratura mi ispira enormemente. Ma nel caso di questi due personaggi, queste vite interiori così ricche e complesse, e la loro sfida alle aspettative e alle norme sociali, rappresentano un’opportunità preziosa per un’attrice e un'esperienza fantastica per una donna. Sento che entrambe continuano a insegnarmi moltissimo. Condividerne la complessità e il genio con il pubblico è molto gratificante».

Come pensa che si possano avvicinare le giovani generazioni all'opera?
«Be’, l'Italia lo ha fatto per un lungo periodo al massimo livello. Oggi, sono molto orgogliosa che i compositori contemporanei abbiano raccolto la sfida concreta di creare nuove opere particolarmente coinvolgenti, perché ho potuto accorgermi in tempo reale che quando il pubblico giovane vede la propria vita rappresentata in modo epico, larger than life, l’impatto è incalcolabile. Ho appena interpretato la Cameriera in Innocence di Kaija Saariaho, un’opera che ricostruisce, a dieci anni di distanza, gli effetti tragici di una sparatoria avvenuta a scuola. Al Met, alla fine di una recita, ho trovato quattro liceali che mi aspettavano. Era la prima volta che andavano all’opera, e non riuscivano a smettere di parlare dell'effetto che aveva avuto su di loro: "Non ho mai vissuto nulla che mi lasciasse così tanto spazio per sentire”, mi hanno detto. E allora penso che parte della soluzione stia nel raccontare ai ragazzi storie in cui possano sentirsi coinvolti. Ma forse il problema più grande è incontrarli dove sono. E fargli sapere che l’opera gli darà qualcosa che nessun'altra esperienza può dare: li farà “sentire”. La musica ha il potere di “aprire qualcosa dentro”: nessuno schermo riuscirà mai a farlo».

Lei che a teatro è stata anche Helen Prejean, la suora che assiste i condannati a morte di Dead Man Walking, è molto impegnata nel lavoro umanitario nelle carceri. Dove trova il coraggio e la speranza?
«Grazie alla musica e agli incontri. Quando vedi che una persona detenuta riconquista la propria dignità attraverso lo sviluppo della propria musicalità, attraverso gli strumenti per esprimere il proprio trauma e la propria vergogna, e quando lo vedi succedere in tempo reale, è impossibile non essere pieni di speranza e più determinati che mai a portare questa esperienza al maggior numero di persone possibile. So che la musica conforta e unisce, e mi rattristo perché l’apprendimento della complessità umana attraverso l’arte oggi non è considerato una priorità. Ma proprio questa mancanza mi motiva moltissimo».

Europa e Stati Uniti ora sembrano molto più lontani. Avverte questa divisione?
«Con enorme sgomento. La mia grande speranza è che l'ignoranza e la disconnessione che sembrano alimentare questa scissione vengano presto riconosciute per quello che sono, e che le persone si sentano sempre più in grado di alzarsi e dichiarare che siamo meglio di così, e che non è per questo che siamo nati. Mi viene spesso in mente una frase di Jonathan Larson: "Il contrario della guerra non è la pace. È la creazione." È lì che continuerò a mettere la mia energia».

Il mondo ha un volto d’arsura
per chi si ferma a morire.
Imploriamo rugiada:
anche la gloria ha un arido sapore.
Le bandiere
tormentano un morente,
ma un piccolo ventaglio, se mano amica l’agiti
rinfresca come pioggia.
Ch’io sia al tuo fianco,
quando la tua sete verrà,
per recarti rugiada e sacri balsami
[per recarti la tessala rugiada e i balsami iblei]

The World – feels Dusty When We stop to Die – We want the Dew – then – Honors – taste dry – Flags – vex a Dying face – But the least Fan Stirred by a friend’s Hand – Cools – like the Rain – Mine be the Ministry When thy Thirst comes – Dews of Thyself to fetch And Holy Balms – [And Hybla Balms – Dews of Thessaly, to fetch –]

Cuore, lo dimenticheremo! 

Cuore! Lo dimenticheremo!
Tu ed io – questa notte!
Tu potrai dimenticare il calore che dava –
Io dimenticherò la luce!

Quando hai finito, ti prego di dirmelo –
Così che io possa subito incominciare!
Presto! perché mentre tu indugi
Io potrei ricordarlo!

 

Heart! We will forget him!

Heart! We will forget him!
You and I – tonight!
You may forget the warmth he gave –
I will forget the light!

When you have done, pray tell me
That I may straight begin!
Haste! lest while you’re lagging
I remember him!

 

 Io vivo nella Possibilità,
una casa più bella della Prosa,
di finestre più adorna,
e più superba nelle sue porte.

Ha stanze simili a cedri,
impenetrabili allo sguardo,
e per tetto la volta
perenne del cielo.

L’allietano visite dolcissime.
E la mia vita è questa:
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso.


I dwell in Possibility
A fairer House than Prose
More numerous of Windows
Superior—for Doors

Of Chambers as the Cedars
Impregnable of Eye
And for an Everlasting Roof
The Gambrels of the Sky

Of Visitors—the fairest
For Occupation—This
The spreading wide of narrow Hands
To gather Paradise



lunedì 15 giugno 2026

Fulgida stella, fossi...


John Keats
Bright Star

Fulgida stella, fossi fermo come tu lo sei
ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,
a vegliare, con rimosse le palpebre in eterno,
come paziente di natura, insonne eremita,
le mobili acque nel loro dovere sacerdotale
di puro lavacro intorno ai lidi umani della terra,
oppure guardare la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.
No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,
sul vago seno in fiore dell'amor mio, sempre 
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre desto
in una dolce ansia a udire sempre, sempre
il suo respiro attenuato, 
e così viver sempre
– o se no venir meno nella morte.

°°°

Bright star, would I were stedfast as thou art—

         Not in lone splendour hung aloft the night

And watching, with eternal lids apart,

         Like nature’s patient, sleepless Eremite,

The moving waters at their priestlike task

         Of pure ablution round earth’s human shores,

Or gazing on the new soft-fallen mask

         Of snow upon the mountains and the moors—

No—yet still stedfast, still unchangeable,

         Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,

To feel for ever its soft fall and swell,

         Awake for ever in a sweet unrest,

Still, still to hear her tender-taken breath,

           And so live ever—or else swoon to death.

Version transcribed by Keats on 28 September 1820 and published in 1838.

 

Bright Star, un film del 2009 scritto e diretto da Jane Campion, racconta gli ultimi tre anni di vita del poeta inglese. Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne è inoltre il titolo del libro in cui sono raccolte le lettere  di Keats all’amata.

Fanny Brawne, e cioè la giovane donna per cui il poeta perde la testa, abita nella casa accanto. Oltre la porta di fronte, nel cottage a lato. A Wentworth Place. La casa è ancora lì, bianca e linda, ora la sede del Keats Museum, o Keats House di Londra. A ogni ora del giorno i due innamorati si scambiano visite, occhiate, biglietti. E l’amore scoppia, ed è una passione bruciante. È una febbre, un’eccitazione incontenibile. Il poeta vorrebbe come ogni altro uomo amare, amare… Vorrebbe vivere per amare una donna che paragona a una stella, alla quale si rivolge come alla “sua” stella lucente. La più lucente. Nello stesso momento deve affrontare una tremenda verità che lo annienta: se prima aveva pensato che fosse la devozione all’arte – alla quale aveva scelto di sacrificare se stesso – a renderlo straniero al mondo, ora scopre che non ha niente da sacrificare, perché la vita non ce l’ha. E quel che lo rende straniero, il suo esilio dalla vita lo paga alla sventura di una morte così precoce, così maligna, da togliergli l’amore e la poesia in un solo colpo. Queste lettere d’amore sono tra le più belle mai scritte. Nel loro candore, nella loro febbre, nella loro lontananza da ogni cliché stilnovista o romantico, ci incalzano a battere l’unico tempo che l’ebrezza dell’amore conosca: quello spasmodico di quando a danzare sono amore e morte, fino al diapason.” (Nadia Fusini)


Marc Bloch a Venezia

Panthéon/1. Il 23 giugno approda nel mausoleo parigino lo storico più insigne. Che, nel 1934, andò a Venezia e fu accolto dal collega Gino Luzzatto: i due si riconobbero.
Il racconto di Tommaso Munari e Francesca Trivellato

Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

Il 23 giugno la Francia celebrerà l’ingresso al Panthéon – il mausoleo parigino dei «grandi» – del suo storico più insigne: Marc Bloch (1886-1944). «Per la sua opera, il suo insegnamento e il suo coraggio», come annunciato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Oltre che un illustre studioso del Medioevo, infatti, Bloch fu un militare e un partigiano, giustiziato dalla Gestapo dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia. Echi delle celebrazioni che in Francia hanno prodotto un’ondata di convegni e pubblicazioni stanno giungendo anche in Italia, dandoci l’occasione di riscoprire non solo la lezione di un grande maestro, ma anche i suoi legami con uno dei maggiori storici del nostro paese.

Il 12 settembre 1934 Bloch partì da Strasburgo con la famiglia per un viaggio in automobile lungo il fiume Po. La vacanza culminò a Venezia, dove i Bloch furono accolti da Gino Luzzatto (1878-1964), il quale li guidò alla scoperta della città. In un breve resoconto del viaggio inviato a Henri Pirenne, lo studioso francese ricordò sia il fascino «ineguagliabile» di Venezia sia le conversazioni «competenti» col collega italiano, di cui lo colpì anche il fermo antifascismo: «Il pover’uomo non è molto ben visto, non porta la camicia nera e risponde ai saluti romani con un semplice “buongiorno” e il braccio ostinatamente immobile». In quei giorni, oltre a conoscersi di persona, i due storici si riconobbero.

Bloch e Luzzatto erano entrati in contatto nell’ottobre del 1930. Il primo aveva proposto al secondo di collaborare alle «Annales d’histoire économique et sociale», un’ambiziosa e innovativa rivista fondata l’anno prima assieme al collega Lucien Febvre.

Luzzatto, che ne era un attento lettore sin dal primo numero, aveva accettato con entusiasmo, salvo poi impiegare vari anni per inviare il proprio contributo (un cesellatissimo articolo sulle attività economiche del patriziato veneziano apparso nel 1937). Un segno di ponderatezza e non d’indolenza, che Bloch avrebbe perdonato e apprezzato. Pur nella diversità dei loro metodi e risultati – imparagonabili gli affreschi interdisciplinari di Bloch con le ricerche certosine di Luzzatto – i due studiosi erano infatti accomunati dall’estremo rigore con cui concepivano il proprio mestiere.

Comuni erano anche l’origine ebraica e tutto ciò che essa comportava per chi, come loro, visse a cavallo fra emancipazione e antisemitismo. Quando nel 1938 le leggi razziali spezzarono la carriera di Luzzatto, Bloch comprese meglio di altri quel senso del baratro che egli dovette avvertire (a un amico comune confessò: «Non oso scrivergli»). E quando, per evitare la censura tedesca, il cognome di Bloch scomparve dalla copertina delle «Annales», Luzzatto riprovò sulla propria pelle l’umiliazione di doversi nascondere, per continuare a pubblicare, dietro a uno pseudonimo. D’altronde, di fronte alla persecuzione nazifascista, le loro diverse posizioni politiche – patriota moderato Bloch, socialista internazionalista Luzzatto – contarono ben poco.

Purtroppo, a eccezione di due sole lettere, la loro corrispondenza è andata perduta, ma la biblioteca di Luzzatto conserva indizi rivelatori del loro rapporto. Le dediche sugli estratti donatigli da Bloch negli anni Trenta, per esempio, si fanno col tempo più amichevoli. L’iniziale «Monsieur Luzzatto» si trasforma presto in un «mon cher collegue», il sentimento «dévoué» diviene in fretta «sympatique» e, dopo l’incontro a Venezia, l’«hommage» si tramuta in «souvenir». Un po’ alla volta, insomma, il rispetto diventa affetto, senza che ciò attenui minimamente la vivacità del loro dialogo intellettuale. Nonostante il comune interesse per la storia economica del Medioevo, infatti, Bloch fu più attento all’agricoltura e alle campagne, Luzzatto al commercio e alle città, e sul rapporto fra storia rurale e storia urbana i due furono raramente concordi.

Per rendersene conto basta confrontare il capolavoro critico di Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese (1931), e il vasto affresco di Luzzatto, Storia economica dell’età moderna (1932). Ma la biblioteca di quest’ultimo riserva un’ulteriore sorpresa. La sua copia dei Caratteri è costellata di glosse che testimoniano di una lettura ben più infervorata di quella che riflette la recensione dedicata al libro nel 1933. Laddove Bloch formula una delle sue tesi principali, ossia che la forza della proprietà contadina era riuscita a ritardare la rivoluzione agraria, Luzzatto chiosava scettico, forse pensando a Gramsci: «Sì, tutto bene, ma il ritardo nella trasformazione è dovuto soprattutto ad un’altra causa: la difficoltà di comunicazione per cui la maggior parte dei coltivatori non poteva mettere in valore i prodotti della terra».

Qui sta la principale differenza fra Bloch e Luzzatto: coraggioso e inventivo il primo, prudente e fattuale il secondo. Mentre l’uno riteneva indispensabile aggiungere alla ricerca d’archivio «un pizzico di follia accanto a una buona dose di saggezza», l’altro si premurava di ancorare ogni affermazione al documento e di dichiarare provvisoria qualunque conclusione, foss’anche il frutto dello scavo archivistico più approfondito.

Una complementarità, più che una differenza, e forse la ragione più profonda della loro intesa. Dunque celebriamo e rileggiamo il grande storico francese che si appresta a entrare al Panthéon, ma impariamo anche a riscoprire i nostri Marc Bloch che sembrano essere stati dimenticati perfino dagli studiosi.

Munari e Trivellato approfondiscono questo tema nell’articolo «Il ne porte pas la chemise noire»: Marc Bloch et Gino Luzzatto», in uscita nel prossimo numero delle «Annales. Histoire, Sciences Sociales» (3/2026), dedicato alla pantheonizzazione dello storico francese.