lunedì 27 marzo 2017

Jackie, l'ipocrisia e la tragedia





Simone Lorenzati
Tatiana Micaela Truffa

"Ah... E io non fumo." JK - gli occhi verdi velati da un mix di tristezza e rabbia - autorevole più che autoritaria, aspira un'altra nota di sigaretta, e si rivolge così al giornalista che la sta intervistando. Non ha mai smesso di essere la "Prima Dama" d'America, l'angelo del focolare di tutti gli statunitensi, nemmeno dopo il terribile assassinio del marito, in seguito al quale ha dovuto abbandonare la Casa Bianca. JK (magistralmente interpretata da Nathalie Portman) donna di Stato, e JK donna, semplice e  straordinaria. La vediamo mentre si racconta, rispettivamente, al giornalista che la intervista ed al sacerdote che prova ad attutirne il dramma. Ma, forse, gira gira si racconta a se stessa. Ha davvero bisogno di guardarsi dentro, Jackie, andare oltre la maestosa icona di stile che è, suo malgrado, diventata. Attraverso le sue parole, conosciamo meglio – su questo, almeno, pare indirizzarci il film - il Kennedy uomo, ed il Kennedy presidente, soprattutto il Presidente che avrebbe potuto e voluto essere da quel momento in avanti. Le inquadrature, la recitazione ed i dialoghi, mantengono alta l'attenzione dello spettatore, coinvolgendolo intimamente nella vita travagliata di una donna che, comunque la si veda, ha influenzato profondamente la moda ed il modo di pensare di buona parte del mondo occidentale, con riverberi che possiamo osservare ancora oggi. Tutto si mischia nella pellicola. La vita e la morte unite nello show pubblico, intrappolati da una tv che detta la sola verità. Ma se tutto è pubblico, dov’è il privato? E chi è veramente Jackie? Seppure Larraín provi a sottolinearne il dramma nei giorni immediatamente successivi all’attentato di Dallas, sebbene provi a immaginarne il cuore spezzato, la verità dei suoi reali sentimenti ed emozioni risulta sfuggente. Jackie diventa un personaggio pirandelliano, volendo. Non esiste in sé ma unicamente nella misura in cui si offre agli sguardi e nei modi in cui può essere raccontata da terzi. “Sono diventata first lady, altre donne hanno rinunciato a tutto per molto meno” afferma. Ed ancora “Arriva un punto in cui le persone di cui leggiamo sono più reali di quelle che sono al nostro fianco”. Il film, in definitiva, poggia appunto sulla grandezza di Natalie Portman, di John Hurt (il giornalista Theodore White) e di  Peter Sarsgaard (Bob Kennedy). E la tragedia di Jackie principalmente è rappresentata dall'ipocrisia in cui è costretta ed intrappolata. Di cui possiede, insieme, consapevolezza e noncuranza. Le bugie travestite da favole che si raccontano ai bambini sono lo strato superficiale, evidente, di quelle che raccontiamo anche a noi stessi, per renderci più sopportabile la vita. Jackie sembra saperlo bene, ed in questa consapevolezza risiede il suo profondo dramma. Il mito che Jackie si sforza di edificare sin dalle prime ore del lutto è quello della Casa Bianca come Camelot, l'epica reggia di Re Artù, titolo di un musical di Broadway che i Kennedy amavano ascoltare spesso. Jackie si aggira sola per i viali della città. Getta l'occhio su alcuni manichini che stanno per essere sistemati in una boutique. L'acconciatura di quei manichini è la sua, gli abiti che portano sono i capi di alta moda che lei ha reso popolari. Jackie si vede già diventata un manichino. Un quadro su di un muro, come ha detto del marito. E' questa la reale e autentica tragedia.