domenica 19 marzo 2017

Gli scritti di Lenin su Tolstoj


Anna Zafesova 
Ma un secolo dopo, il romanziere si prende la rivincita sul rivoluzionario 
La Stampa, 24 febbraio 2017
 
Si vendeva nelle edicole dei giornali, tra le decine di opuscoletti con la copertina morbida sempre esposti in vetrina. Si dava come esame a scuola, «Lev Tolstoj come specchio della rivoluzione russa», e non si poteva leggere Guerra e pace senza doversi sorbire anche il commento al vetriolo di Lenin. Che con Tolstoj aveva un conto in sospeso, tanto da esserci tornato più volte, senza risparmiargli nulla: «utopista», «reazionario», «nocivo», «ingenuo», «debole», «contraddittorio», «immaturo». Sei saggi, una sorta di carteggio senza risposta, violento e appassionato, che oggi l’editore Medusa ripropone in italiano, tradotto dalla versione pubblicata a Parigi negli Anni Trenta da Romain Rolland. 
La polemica di Lenin con Tolstoj non è solo un documento interessante di un’epoca, ma anche l’autoritratto del leader della rivoluzione che quest’anno compie un secolo, e spiega molti tratti di quello che è stato il bolscevismo. Lenin riconosce la grandezza letteraria di Tolstoj - «Che colosso! Che figura gigantesca!», disse a Gorkij, in un episodio diventato anch’esso agiografico - ma sembra non averlo mai letto. Tutto quello che ha affascinato generazioni di lettori - l’introspezione, i dialoghi, i ritratti psicologici, l’anatomia delle relazioni - sfugge al suo sguardo. Il «conte-contadino» è per lui un grande critico del sistema, del capitalismo e dello sfruttamento, che ha descritto magistralmente ciò che il popolo deve odiare, senza però indicare gli strumenti che questo odio deve adoperare. 
Quello che fa più infuriare Lenin è la «non comprensione» della rivoluzione proletaria, «la predica di una delle cose più ignobili che sono al mondo, ovvero la religione» e soprattutto la «non resistenza al male». La non-violenza tolstojana è, secondo Lenin, la causa della sconfitta della prima rivoluzione russa del 1905, e ai contadini disperati per il collasso del patriarcale mondo rurale della servitù propone come rimedio la lotta di classe, perché «la letteratura non può non essere di partito», come scrisse in un altro saggio imparato a memoria da generazioni di scrittori e critici sovietici. Un secolo dopo, il romanziere batte il rivoluzionario: nessuno legge Lenin, mentre Tolstoj resta il grande scrittore nazionale, e Vladimir Putin si guarda avidamente la fiction della Bbc tratta da Guerra e pace: «Hanno compreso l’anima russa», dice soddisfatto.

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