giovedì 9 marzo 2017

Doxa, opinione e verità

Salvatore Natoli


Un tempo si parlava della doxa

Aldo Natoli, Il rischio di fidarsi, Il Mulino, Bologna 2016
"Credo che..." nel suo impiego corrente, significa possedere buoni argomenti per sostenere che cose di cui non si può affermare che siano in assoluto vere possono, tuttavia, essere ritenute tali. Avere un'opinione vuol dire, dunque, farsi un'idea di come stanno le cose secondo il costrutto latino mihi videtur - "mi sembra che...". Come dire: non ci giurerei, ma se non sono nel vero ci sono vicino. Che poi è il significato del verbo greco dokeo: infatti vuol dire insieme "sembrare" e "credere". Di qui doxa - opinione - che si colloca in una zona intermedia tra l'apparire e l'essere. Ora, chi si fa o ha un'opinione, se non è presuntuoso, tiene in conto un certo margine d'errore. D'altra parte, di verità ne possediamo poche; anzi per lo più viviamo di opinioni, certo non arbitrarie, ma apprese nelle pratiche di vita, nel ripetersi delle circostanze. Tenute quindi per vere almeno fino a quando l'esperienza non le smentisce.

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Marco Biffi
Redazione Consulenza Linguistica, Accademia della Crusca
Viviamo nell'epoca della postverità? 25 novembre 2016 
 
... Si discute molto sul fatto che in fondo non si tratti di un fenomeno nuovo: da sempre nelle campagne politiche lo screditamento dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato, e la propaganda di regime da un certo punto di vista è una post-verità; dall’antichità a oggi molteplici sono poi gli esempi, anche al di fuori della politica, in cui l’emotività e le convinzioni personali hanno finito per prendere il sopravvento sui dati oggettivi. In fondo più che di lingua stiamo parlando di mancanza di correttezza e di morale; e questo è un problema endemico purtroppo non strettamente legato al nostro tempo. Le caratteristiche e le dimensioni assunte dal fenomeno ai nostri giorni sono però diverse e ci sono alcuni fattori che in particolare devono essere sottolineati, tutti legati alla rete: la globalità, la capillarità, la velocità virale della diffusione delle varie post-verità; e poi la generalità e genericità degli attori che possono alimentarle, spesso con una propaganda nascosta e inaspettata che può provenire da pseudo-istituti di ricerca, da esperti improvvisati. E se tutto questo riguarda la produzione della post-verità, non meno preoccupante è l’analisi della sua ricezione: perché c’è una complicità molto forte da parte di chi “subisce” il dato emotivamente accattivante o di parte, visto che il dato è quasi sempre facilmente verificabile con mezzi endogeni, facilmente accessibili attraverso la stessa rete (mentre all’interno di un regime, ad esempio, non è certo facile contrastare la non veridicità dell’informazione della propaganda).
Del resto la lingua sarà uno degli strumenti che col tempo ci aiuterà a capire se davvero siamo di fronte a un fenomeno nuovo: se al di là della moda del momento la parola attecchirà nella lingua (la nostra, ma anche le altre lingue del mondo visto che il fenomeno è globale) evidentemente avrà riempito una casella semantica vuota riservata a descrivere un concetto caratterizzante, se non un’era, almeno una specifica congiuntura storica.
La rete ha senza dubbio delineato i connotati fondamentali di questa dimensione “oltre la verità”. ‘Oltre’ è il significato che qui sembra assumere il prefisso post- (invece del consueto ‘dopo’): si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza. E, analizzando le modalità in cui il superamento si concretizza di volta in volta, colpisce la vocazione profetica che la parola nasconde tra le sue lettere: la post-verità, infatti, spesso finisce per scivolare nella “verità dei post” (come è successo spesso sulla rete proprio in relazione alle campagne politiche legate alla Brexit o alle elezioni americane).

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