giovedì 9 febbraio 2017

Renzi a malpartito



Carlo Bertini
Esplode la rivolta nel Pd
Renzi userà il congresso per evitare la scissione 

La Stampa, 9 febbraio 2017


Dopo giorni di rancori soffocati e tempesta incombente, esplode la rivolta nel Pd: «Sta franando tutto», scuote la testa sconsolato uno dei renziani più fedeli al capo. Si può immaginare cosa dicano gli altri. Gli eventi precipitano e sintomo della crisi che sembra mettere una pietra tombale sulla corsa alle urne è la lettera di 41 senatori, tra cui Chiti, Manconi, Tocci, in cui si chiede di sostenere il governo e di «non concedere più nulla alle pulsioni dell’antipolitica». Una dura critica all’assenza di analisi, «le amministrative, il risultato del referendum, il cambio di leadership governativa aspettano ancora una ragione interpretativa. E serve un tempo ragionevole», per capire cosa proporre prima di andare al voto. Nella war room renziana vengono scannerizzati i nomi e si vede che dodici firmatari sono di area Franceschini, otto attribuibili a Orlando. Se ai 41 si aggiungono i 20 bersaniani, la metà del gruppo Pd del Senato è fuori controllo. Ma la vera svolta è la crisi che investe la maggioranza renziana: per due giorni con interruzioni solo per votare la fiducia, in Senato va in scena uno psicodramma impensabile fino a due mesi fa, una rivolta di franceschiniani e renziani vari della seconda ora. «Qui siamo in mezzo alle macerie», dicono i fedelissimi alla fine. Sconcertati dopo aver sentito senatori fino a ieri allineati scaricare sul luogotenente di Renzi, il toscano Andrea Marcucci, una valanga di recriminazioni, con una violenza verbale inusitata. Accusando Renzi di ogni cosa, dalla «sua assenza», alla questione dei vitalizi, al parlare solo di data di elezioni. Un conto salatissimo, messo in carico al leader anche da quelli di Franceschini. Con i renziani presenti imbarazzati al punto che l’intervento finale di Marcucci per parare i colpi riceve un’accoglienza tiepida pure dai suoi.
Renzi è infuriato e lancia la sua cavalleria contro Bersani che gli intima di piantarla con i giochetti, ma sa che sta sfumando il suo progetto di votare a giugno. Idea che malgrado tutto ancora accarezza, cercando di convincere - tramite ambasciatori - pure Berlusconi che se si voterà a febbraio 2018 anche lui potrebbe restare invischiato nell’effetto Monti, per via delle prese in carico di responsabilità nazionale che potrebbe richiedere la manovra lacrime e sangue di autunno. Ma è il Pd il suo fronte più debole, l’ex Cavaliere lo sa e per questo lo lascia cuocere nel suo brodo.
Il partito di governo infatti è una barca che fa acqua, al punto che il segretario sta pensando, consigliato dai suoi, di usare il congresso anticipato come arma per mettere a tacere la rivolta. Mettendo in mora la strategia dei «compagni». Che sarebbero costretti a rinunciare alla scissione. «Meglio, per me lasciare il Pd sarebbe una scelta drammatica, per altri forse no», ammette Miguel Gotor [nella foto]. Se fosse tolto dal tavolo il voto a giugno, sarebbero convocate le assise per la sfida della leadership come chiede Bersani. Il quale ritiene che comunque Renzi parta favorito, tanto che i «compagni» saranno costretti a puntare su un unico «cavallo» per non indebolirsi con più candidati. Oggi Roberto Speranza riunirà la corrente in ebollizione. Ma è indubbio che con il congresso tutto il cantiere della scissione guidato da D’Alema verrebbe messo in crisi, tanto che in camera caritatis anche dirigenti di Sinistra Italiana ammettono di fare il tifo per il voto a giugno, perché la forzatura di Renzi agevolerebbe loro il compito di svuotare il Pd. Insomma col congresso a giugno da chiudere con le primarie a ottobre si riaprirebbero i giochi.