lunedì 14 ottobre 2013

Vittorio Foa, la politica come ricerca e strumento di liberazione

Federica Montevecchi 
Intelligenza anti-tatticista
Il Sole 24 ore, 13 ottobre 2013


Vittorio Foa merita di restare nella memoria soprattutto per il suo modo di essere. Era un politico, nel senso virtuoso del termine, perché nelle sue azioni e parole traspariva un costume e insieme un necessario professionismo, costruito negli anni attraverso lo studio. Né moralismo, né tatticismo dunque, tantomeno improvvisazione, ma accettazione della sfida di essere esemplare, se per esempio intendiamo il comportamento che rende possibile un concreto incontro con gli altri, poiché dei molteplici punti di vista altrui si ha considerazione e curiosità. Va da sé che l'esemplarità è praticabile dove esista una soggettività sociale e dove la dimensione individuale riesca ad aprirsi a quella universale, rappresentata da ogni essere umano. È la grande questione che la politica da sempre sottintende, a partire dagli antichi Greci: si tratta di una sfida perché l'esemplarità comporta l'emancipazione dall'attenzione esclusiva a se stessi e al proprio particolare, vale a dire dalla spontaneità. In tal senso non si può prescindere dall'educazione, o meglio dalla formazione, che è naturalmente intellettuale e morale a un tempo e si pone l'obiettivo non di imporre un pensiero, ma di spingere gli individui a pensare, in modo da sviluppare uno sguardo ampio e lungimirante, capace di vedere oltre se stessi e oltre il presente. Non a caso Foa, ancora negli ultimi anni della sua vita, invitava chi è impegnato pubblicamente a leggere e informarsi non per confermare visioni preconfezionate rispetto all'esperienza, ma al fine di penetrare oltre l'immediato accadere, senza erudizione o atteggiamenti propagandistici.
Tutto questo è coerente con la tradizione azionista alla quale Foa aderì partecipando dapprima alle attività cospirative di Giustizia e Libertà, il movimento antifascista privo di vincoli ideologici e disciplinari fondato da Carlo e Nello Rosselli, poi al Partito d'azione. Dopo l'arresto, avvenuto a Torino a causa della delazione dell'informatore dell'Ovra Dino Segre, conosciuto nella storia politica e letteraria come Pitigrilli, egli trascorse otto anni della sua giovinezza in carcere, dal 1935 al 1943. Era stato, infatti, condannato dal Tribunale Speciale fascista a quindici anni di reclusione poiché, dopo l'arresto di Leone Ginzburg e Sion Segre, aveva accresciuto il suo impegno politico in Giustizia e Libertà fino a diventarne figura di riferimento. Gli anni di reclusione furono dedicati allo studio, condiviso in parte con straordinari compagni di prigionia come Ernesto Rossi e Massimo Mila, tanto che quando Foa uscì dal carcere, dopo la caduta di Mussolini, era pronto per assumere un ruolo politico importante, prima nella Resistenza, poi nell'Assemblea costituente.
La successiva storia repubblicana italiana non ha soddisfatto, per diversi e discussi motivi, le aspettative che hanno accompagnato la liberazione dal nazifascismo: il prefascismo e il fascismo non sono mai diventati del tutto passato, tantomeno ha avuto possibilità di concretizzarsi il progetto azionista di democrazia integrata, sulla base del quale il governo dal basso avrebbe dovuto confrontarsi e intrecciarsi con quello centrale, la democrazia diretta con quella rappresentativa. Ciò nonostante Foa non ha mai smesso di interrogarsi sul rapporto fra liberalismo e radicalismo indirizzando il suo impegno soprattutto verso il sindacato, che divenne uno strumento della lotta operaia e, in generale, il terreno dove esperienze autobiografiche diverse si fondevano nella difesa e promozione dell'autonomia, intesa come potere di decisione su stessi. Il sindacato era, infatti, considerato un mezzo volto tanto alla tutela del lavoro e dei suoi diritti, quanto alla proposta di ideali di trasformazione: è chiaro che questa idea del sindacato come punto di raccordo fra ideale e reale era vincolata alla capacità del sindacato stesso di farsi carico delle trasformazioni del lavoro e di comprenderle, senza rinserrarsi nella difesa esclusiva e corporativa del lavoro tradizionale, dunque in una miopia politica e storica.
Nel modo di agire e di pensare di Foa convergevano l'intelligenza, impegnata nel cogliere la realtà come processo in atto, e l'immaginazione, intesa come strumento pratico, capacità di vedere le possibilità di cambiamento. Al contrario, ai suoi occhi, la contemplazione di modelli politici prestabiliti appariva segno di pigrizia mentale, di un'inclinazione all'autoinganno che porta a ingannare anche il prossimo e di un'esperienza politica come contrapposizione ripetitiva, che fraintende il rapporto fra azione e reazione e impedisce così la ricerca di un terreno diverso di confronto. Essere realista significava per lui tanto sfruttare le fasi di cambiamento, per cercare di mutare i rapporti di forza nella società, quanto accettare la situazione impegnandosi per migliorarla: era un modo per evitare di porre l'ideale «fuori dell'impegno quotidiano, il futuro fuori del presente», come scrisse ne Il cavallo e la torre, la sua autobiografia. Era anche un modo di contenere la pratica esclusiva del tatticismo fine a se stesso, che isterilisce la capacità di pensare e di agire: del resto che Foa abbia cercato di salvaguardare l'idea e la pratica di una politica alta lo dimostrano diversi episodi della sua esistenza, in particolare la scelta, nei difficili anni Settanta del Novecento, di abbandonare per qualche tempo l'attività sindacale e pubblica, dopo alcune esperienze fallimentari nella sinistra radicale, per tornare a praticare la politica come educazione, cioè a studiare e insegnare.