martedì 22 ottobre 2013

Che cosa ha rappresentato Monti

Giulio Sapelli, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guerini e Associati, Milano, 2012.
Recensione di Federico Magi, Lankelot, 27 marzo 2012


I said to my soul, be still, and let the dark come upon you. Which shall be the darkness of God. T.S. Elliot, East Coker
“Ora è il più freddo degli inverni, quando si può piangere di sadica crudeltà allontanandosi sempre di più dalla giustizia comunicativa”(p.72)
Che il governo Monti sia un’anomalia credo sia lampante anche agli occhi dei suoi più strenui sostenitori, non fosse altro per il modo in cui si è insediato che definire inusuale risulta certo un eufemismo. Però Monti serviva, serviva eccome, ci è stato detto da più parti: filosofi, scrittori, giornalisti più o meno illuminati e opinionisti di varia specie e natura hanno accolto Monti come il “salvatore dell’Italia”. E lui si è calato nella parte come un novello Batman, non c’è che dire. L’ordine nuovo ha fatto sì che, in una nuova gerarchia, prima venga Monti e poi la politica, i partiti. È stata un’urgenza, una necessità. Una medicina amara da buttar giù tutta d’un fiato per tornare a stare bene. E la politica come l’ha presa? La politica è attualmente prona e statica, prende fiato per reinventarsi o quanto meno riproporsi agli elettori, tra un annetto abbondante, sperando di essersi rifatta il trucco dopo anni di immobilismo e di connivenza con quei poteri (finanza, grandi banche) ai quali da tempo ha dovuto abdicare. Ma davvero Mario Monti era l’unica medicina possibile, per l’Italia? A questa domanda, facendo un po’ di storia recente, risponde con argomenti taglienti e uno sguardo lucido da economista che indaga profondamente i processi storico-politici, il professore ordinario di Storia economica all’università degli Studi di Milano, nonché editorialista del Corriere della Sera, Giulio Sapelli. Nel suo L’inverno di Monti, edito da Guerini e Associati, ci dice che l’inamidato professore bocconiano non solo non è la cura, ma è un passo ulteriore verso un baratro che vede l’Italia e l’Europa in posizione declinante rispetto a un oriente (Cina e India, ma non soltanto) in costante espansione economica che fatalmente diventerà l’interlocutore privilegiato della maggiore potenza occidentale: gli Stati Uniti.
Per spiegarci il perché di tutto ciò Sapelli analizza un po’ di storia economico-politica dell’Italia in rapporto all’Europa, e dell’Europa rispetto all’intero Occidente, toccando rapidamente i punti chiave a supporto della sua visione di fondo. Prima di tutto, la specificità dell’Italia rispetto all’egemonia tedesco-europea, la sua eterogeneità, l’intreccio tra nazione e internalizzazione operante sin dalla nascita come stato:  “Un intreccio che non è mai stato culturalmente condiviso e che si è rivelato predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato”. Intreccio che diventa vizioso nella seconda metà del Novecento, evidenziato da alcuni fatti che, secondo Sapelli, vanno tutti nella stessa direzione come “la rapina della divisione elettronica dell’Olivetti da parte della Fiat e Mediobanca, l’assassinio di Mattei, la messa fuori gioco di Ippolito nel campo nucleare, sino alla recente spoliazione dell’industria nazionale per mano di privatizzazioni senza liberalizzazioni”. Da questo punto di vista, ci dice Sapelli, Prodi è stato molto più organico di Berlusconi rispetto ai poteri che ci tengono in scacco, ma tutte e due le grandi coalizioni elettorali che si sono succedute in questi ultimi vent’anni sono risultate inefficaci davanti al potere delle banche e dell’Europa germanocentrica. Eppure Berlusconi avrebbe potuto fare di più e meglio, secondo Sapelli, viste le interessanti scelte (il legame organico con Putin e con gli stati dell’Africa del nord) che rompevano quest’asse che ci vedeva costretti in un gioco politico-economico di sostanziale subalternità. Ciò non fu possibile per due motivi fondamentali: l’eterogeneità del governo di centro-destra e una evidente mancanza di realismo politico che lo ha portato a sottovalutare l’asse franco-tedesco pronto a far man bassa dell’Italia in svendita. Ed ecco che arriviamo al governo Monti, anzi sarebbe meglio dire Monti-Napolitano, voluto fortemente e ottenuto con abile gioco di mano dal Presidente della Repubblica proprio in ossequio alla realpolitik tanto invocata dall’Europa della Merkel e tanto carente nei governi del Cavaliere. E qui Sapelli ci va giù duro e spiega senza mezze misure l’inganno Monti e i pericoli che l’operazione ideata da Napolitano porta con sé: “Tutto è instabile, tutto rischia di rovinarci addosso. E proprio in questa situazione il Presidente della Repubblica Italiana pensa di  sortire da essa con una sorta di imitazione delle dittature romane. La prassi con cui si è proceduto alla nomina di Mario Monti prima senatore a vita, poi Primo Ministro, ricorda l’essenza del processo di nomina del dictator romano”.
Monti, per Sapelli, è la quintessenza della morte dell’ideologia, perché egli non è altro che ”l’esponente del blocco poliarchico italico organicamente europeo: grandi banche, grandi scuole internazionali di business, grandi società di consulenza”. È il garante di quell’establishment che al contrario dovremmo combattere per rialzare la testa e riaffermare la capacità di autodeterminarci sia economicamente che politicamente, in Italia come in Europa. Tra l’altro Monti rappresenta anche il potere oggi in crisi Italia: “le grandi banche e i loro legami col mondo produttivo, universitario, in definitiva sociale”. L’unico reale antidoto possibile, secondo Sapelli, contro il declino dell’Italia, ma in una più ampia analisi di tutto il Vecchio continente, è il ritorno alla politica, perché il diffuso populismo e la deflazione europea e mondiale ci dicono che il rischio di nuove dittature è tutt’altro che scongiurato. In Italia, ad esempio, la conseguenza di questo rifiuto della soluzione politica di cui si sono resi responsabili i principali partiti, è stata ”non soltanto l’aumento della sofferenza sociale, ma anche l’emergere di una crudeltà istituzionale sino ad oggi inusitata”. I professori, da questo punto di vista, non solo sono una anomalia che promuove rimedi basati sull’astrattezza delle tesi, ma hanno la colpa ancor più grave di “concepire i soggetti umani come cavie e non come persone”. Senza mezzi termini Sapelli ci dice che quello Monti (Napolitano) non solo non è il governo che ci salverà dalla crisi, ma è addirittura il peggior esecutivo possibile immaginabile visto i tempi e le urgenze politiche, economiche e sociali: ”Questi dictator dimidiati non fanno che aumentare la sofferenza, che diventa disperazione”. Sapelli conclude dicendo la sua sui possibili rimedi, peraltro non così impraticabili come qualcuno vorrebbe ancora farci credere: “Si riformino le banche, si esproprino i patrimoni delle Fondazioni Bancarie per trovare i denari per rifondare lo stato imprenditore e si riprenda la via dell’economia mista senza cedere al ricatto che così facendo si sprofonderà nella corruzione”. L’inverno di Monti è un’opera breve ma incisiva, consigliabile a chiunque si interessi di queste materie e a chiunque voglia guardare all’attualità politica senza schemi precostituiti e fuori dalla retorica e dalla subalternità al potere con cui è descritta dai media.