martedì 14 maggio 2013

Oriente e Occidente, la divergenza

Gianni Toniolo
Il Sole 24ore, 29 gennaio 2012

Daniel R. Headrick, Il predominio dell'Occidente. Tecnologia, ambiente, imperialismo, il Mulino, Bologna,pagg. 408, € 29,00
Ignazio Musu, La Cina contemporanea, il Mulino, Bologna, pagg. 204, € 13,00

L'evento che definisce la nostra epoca, gli ultimi vent'anni della storia universale, è la fine della "grande divergenza" tra l'Occidente e il resto del mondo, o - se si preferisce - tra le due estremità dell'Eurasia origine delle civiltà che nei secoli sono state più capaci di innovazione e sviluppo economico. La rivoluzione sottesa dalla convergenza iniziata nell'ultimo quarto del secolo scorso è talmente radicale che non stupisce il rinnovato interesse per l'origine e le cause della precedente "grande divergenza". Sul piano meramente quantitativo, non vi sono dubbi che, a partire dalla rivoluzione industriale di fine del '700, Europa e America settentrionale abbiano progressivamente ampliato il divario tra il proprio reddito per abitante, in rapida crescita, e quello del resto del mondo bloccato (con l'eccezione del Giappone) in una crescita nulla o molto modesta. Altrettanto largo consenso esiste nel ritenere che ancora nel quindicesimo secolo l'impero della dinastia Ming, con una popolazione pari a un quarto di quella mondiale, godesse di un reddito pro capite complessivamente pari o di poco inferiore a quello dell'Europa Occidentale e che alcune sue regioni uguagliassero quelle europee più sviluppate. Il disaccordo è, invece, sommo sui secoli compresi tra l'irrompere delle potenze europee nei mari dell'Oriente e l'avvio della rivoluzione industriale inglese. La scuola californiana, capeggiata da Kenneth Pomeranz (The Great Divergence, 2000), sostiene che l'economia cinese ha retto molto bene il confronto con quella europea sino, appunto, al momento in cui la rivoluzione industriale diede all'Occidente un (temporaneo) vantaggio sul resto del mondo. Di opinione opposta sono altri studiosi (con moderazione Rosenthal e Wong, Before and Beyond Divergence, 2011, più radicalmente alcuni storici quantitativi). Nell'ultimo decennio, l'interesse per l'origine della "grande divergenza" ha valicato il confine dei cultori di "storia globale". Era inevitabile che la straordinaria crescita di grandi Paesi di antica civiltà, a lungo emarginati nella dinamica dello "sviluppo economico moderno", producesse una orgogliosa rivisitazione del proprio passato, con toni più o meno velati di nazionalismo anti occidentale. Se fosse provato che Cina e India godevano a fine settecento di livelli di benessere paragonabili a quelli dell'Europa Occidentale, sarebbe assai più facile sostenere che la successiva "grande divergenza" sia stata frutto di un avido imperialismo. È questa, per esempio, la tesi sostenuta ora da un importante studioso indiano (Parthasarathi, Why Europe Grew Rich and Asia Did Not: Global Economic Divergence, 1600-1850, 2012).
Il contributo di Daniel Headrick a questo dibattito consiste nel mostrare come la relazione tra tecnologia e imperialismo sia più complessa di quanto comunemente si pensi. Non vi sono dubbi, per Headrick, sul predominio tecnologico dell'Occidente dal XVI secolo in avanti. Fino alla seconda metà del Quattrocento, la marina cinese era la prima del mondo. Avrebbe potuto continuare a esserlo se, per una serie di motivi, non si fosse deciso di tagliare le enormi spese necessarie a mantenere la flotta militare, limitando drasticamente anche il commercio oltremare. All'inizio del Cinquecento, la migliore tecnologia marittima era ormai in mano ai portoghesi. Bastò, da allora in poi, il predominio tecnico dell'Occidente a garantire anche un dominio "imperiale"? Non sempre. Molto dipese dall'ambiente in cui le diverse tecniche furono impegnate e dalla reazione-imitazione delle popolazioni locali, soprattutto dalla loro capacità di adattare a proprio uso alcune delle tecniche occidentali. La diffusione del vaiolo, da cui gli europei erano immuni, aiutò la loro penetrazione nelle Americhe ma le malattie autoctone africane agirano da potente freno alla penetrazione bianca nel continente. Le "vele e i cannoni" di cui parla Cipolla consentivano di dominare il mare aperto ma non di penetrare nelle acque interne dell'Asia. I cavalli si trasformarono in America da strumento di conquista ad arma di resistenza, una volta che le popolazioni locali impararono ad allevarli e adattarli alle grandi praterie. Francesi, americani e russi impararono a proprie spese in Vietnam e Afghanistan che il predominio dell'aria, decisivo in Kosovo, può anche rivelarsi controproducente. La conclusione di Headrick è che non sempre la tecnologia di frontiera costituisce la migliore risposta a un avversario: l'imperialismo ha avuto fortune altalenanti anche, forse soprattutto, per questo motivo.
Mentre fiorisce il dibattito sull'origine della "grande divergenza", il suo recente ribaltamento irrompe nella storia, nella nostra vita quotidiana. Fatichiamo a orientarci sulle cause della nuova convergenza e soprattutto capire se essa sia destinata a proseguire. L'Oriente, culla del nuovo sviluppo, ci sembra per lo più misterioso e quindi un po' minaccioso, come ai tempi di Marco Polo. Mezzo millennio di eurocentrismo ci ha disabituato a guardare oltre l'orto di casa. Ignazio Musu, da anni frequentatore e studioso della Cina, ci offre un'agile, leggibilissima, introduzione all'economia e alla società cinesi, a partire dalle riforme che stanno all'origine dell'incredibile rincorsa dell'Occidente da parte di un quinto della popolazione mondiale. Mentre discutiamo, anche su questo giornale, sulle debolezze e sul futuro del capitalismo, con la mente quasi ossessivamente focalizzata su Wall Street e dintorni, Musu ci introduce a un "capitalismo" che, malgrado un' apparente somiglianza, è molto lontano dalla più recente incarnazione occidentale. Si può ipotizzare, con tutti i necessari distinguo, che Stato e mercato interagiscano nella società cinese, in modi che assomigliano a quelli dell'Inghilterra del diciottesimo secolo? O a quelli cinesi del quindicesimo secolo? La domanda è azzardata e non piacerà a molti storici, economisti, politologi ma potrebbe aiutare a chiudere il cerchio di mezzo millennio di storia globale e orientare alcune riflessioni sulle opportunità, i rischi e le sfide che Musu vede nel futuro della Cina e non solo.