venerdì 24 maggio 2013

Di Nanni dalla leggenda alla storia

Il 17 maggio 1944, il giovane partigiano Dante Di Nanni insieme ai compagni Pesce, Bravin e Valentino effettuò un attacco ad una stazione radio sulla Stura, che disturbava le comunicazioni di Radio Londra. Prima di farla saltare, il commando gappista, disarmò e graziò i nove militi che la presidiavano con la promessa che non avrebbero dato l'allarme. I gappisti tuttavia furono traditi e sorpresi da un reparto nemico. Nello scontro vennero tutti feriti, Bravin e Valentino verranno catturati ed in seguito impiccati, il 22 luglio a Torino insieme a Vian, nel frattempo catturato anche lui. Tuttavia Pesce riuscì a recuperare Di Nanni, ferito gravemente da sette proiettili al ventre, alla testa e alle gambe, portandolo prima in una cascina e poi nella base di via San Bernardino 14 a Torino. Qui verrà visitato da un medico antifascista che ne consiglierà l'immediato ricovero in ospedale. Pesce, allontanatosi per organizzare il trasporto, al suo ritorno vide la casa circondata dai fascisti e dai tedeschi, avvertiti da una spia.

« Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l'ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L'ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c'è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell'attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio. »
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, pag.144-145, Feltrinelli, 1967, ristampa 2005)
Nonostante le ferite subite, Di Nanni si asserragliò nell'appartamento ed ingaggiò un lungo scontro a fuoco con le truppe nazifasciste, supportate pure da un'autoblindo e da un carro armato. Dopo essere riuscito ad eliminare numerosi soldati nemici, riuscì anche a mettere fuori uso i due veicoli corazzati lanciando cariche di tritolo e bombe a mano dal suo balcone. L'assedio durò quasi tre ore ed una volta terminate le munizioni, pur di non consegnarsi vivo, si trascinò verso la ringhiera del balcone e, dopo aver salutato la folla col pugno chiuso e col grido "Viva l'Italia", si gettò nel vuoto. Questa la versione più generalmente nota dei fatti. Tratta con poche modifiche di ordine formale da Wikipedia.

Ora Nicola Adduci ha stabilito che le cose non andarono esattamente così ("Il mito e la storia: Dante Di Nanni", in Studi Storici, 2012, n. 4, pp. 957-999). Giovanni Pesce accompagnò l'azione partigiana contro la stazione radio senza parteciparvi nella fase decisiva. I due compagni catturati vennero messi sotto tortura e più di ventiquattro ore dopo l'episodio uno di loro svelò l'indirizzo di Di Nanni, il quale non immaginò questo sviluppo, credeva che i due fossero morti. Si fece quindi trovare in casa. Si difese con delle bombe a mano e sparando. Poi si rifugiò nella canna della pattumiera. Fu dopo alcune ore scovato e ucciso a colpi di mitra da un fascista. Il resoconto di Giovanni Minetto, vigile del fuoco, dice:
"Questo Di Nanni per poter scampare, s'era buttato lì nella pattumiera e allora s'era tenuto, ma purtroppo si vede che gli sono mancate le forze e allora è sceso un po' e [...] c'erano i repubblichini sopra un balcone e han sentito quel fruscìo e [...] come han detto i colleghi perché eran lì, dice che lui s'è messo a dire: "Non sparate, non sparate vengo fuori!" Qualcuno ha messo un mitra e ha sparato".
Molto ci sarebbe da dire su come e perché nacque la leggenda. Nicola Adduci ha pagine e pagine e pagine su questo. L'eroismo resta, viene meno l'immagine del sacrificio pubblico e spettacolare suggellato dall'invocazione alla patria.

Nicola Adduci ha anche scritto il profilo biografico di Di Nanni per il repertorio dell'Istituto per la storia della Resistenza. Eccone il testo:
Abitante prima in via del Carmine e successivamente nella casa popolare di via Cimarosa 30, il 1° settembre 1942 si arruolò volontario negli avieri motoristi presso la scuola di Varese; dopo l'armistizio rimase alla macchia sino al 10 dicembre 1943, quando rientrò a Torino. Attraverso l'amico Francesco Valentino, abitante nella stessa casa, il giovane entrò a far parte del Gap comandato da Giovanni Pesce. Il 15 febbraio rimase ferito in un'azione contro i nazifascisti nei pressi di corso Francia e fu costretto all'inattività per qualche tempo. La notte del 16 maggio 1944, insieme ad altri compagni, partecipò ad un'azione contro la cabina Eiar di corso Giulio Cesare. L'assalto riuscì e l'antenna radio venne distrutta, ma il gruppo di gappisti, intercettato dalla Gnr, fu in parte catturato.
Di Nanni, riuscito a far perdere le proprie tracce, si rifugiò nella casa di via San Bernardino 14, usata come base, ma ventiquattr'ore dopo, il suo nascondiglio fu scoperto dai militi della Gnr che tentarono di arrestarlo. Di Nanni si difese strenuamente con il lancio di bombe a mano. Solo dopo oltre tre ore i fascisti riuscirono ad aver ragione del giovane che trovò la morte sopraffatto da ingenti forze nel frattempo sopraggiunte.