sabato 3 gennaio 2026

La potenza imperiale in atto

Il confronto fra Stati Uniti e Venezuela è così sfociato in un’azione militare che ha portato alla cattura, clamorosa, del presidente Nicolas Maduro. Di quanto accaduto nelle ultime ore, e delle mire degli USA sul Venezuela, il Radiogiornale della RSI ha parlato con Mario Del Pero, docente universitario ed esperto di politica statunitense.

Perché agli Stati Uniti interessa il Venezuela?

Credo sia un mix di ragioni ideologiche e strategiche, economiche. Vi è la volontà di riaffermare un primato quasi imperiale nelle Americhe, in America Latina, riducendo la presenza e l’influenza cinese: tutto ciò passa dal far cadere regimi ostili nemici. Vi è la volontà, soprattutto del segretario di Stato USA Marco Rubio, di colpire e abbattere regimi ideologicamente avversi. E vi sono le risorse naturali di cui il Venezuela è ricco: risorse petrolifere che, rimesse nei mercati globali, possono essere utili per gli Stati Uniti e per alcuni interessi economici statunitensi molto legati a questa amministrazione.

Ma come giustifica l’amministrazione Trump l’attacco al Venezuela?

Lo giustifica con schemi analitici e prescrittivi neoimperiali o esplicitati in maniera molto candida, molto trasparente nell’ultima dottrina di sicurezza nazionale: quando si è detto che gli Stati Uniti devono riaffermare il loro primato sul loro giardino di casa, cioè le Americhe. E lo si giustifica, lo si giustificherà, credo incriminando Maduro per narcotraffico, legando Maduro a organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di droga. Cosa già fatta: c’è un ordine esecutivo del marzo scorso in tal senso di Trump. Questa è la giustificazione. La giustificazione sta dentro uno schema neoimperiale, nel quale, se io ho la strumentazione di potenza per farlo, posso agire unilateralmente, usare la forza per perseguire e promuovere i miei interessi.

Al di là di quanto sia legittimo o no il potere di Maduro, qui siamo di fronte a un’operazione di cambio di regime attraverso la forza militare. Questo cosa significa?

Significa che siamo entrati in un territorio per certi aspetti ignoto e molto pericoloso, in cui pochi grandi attori, quelli che hanno gli strumenti di potenza, in primis militari, per farlo, agiscono unilateralmente. Non simulano neanche un rispetto delle regole internazionali dell’azione dentro le organizzazioni internazionali. Abbiamo un capo di Stato, legittimo o meno, che viene sostanzialmente rapito ed esfiltrato dal Paese. E abbiamo l’uso dello strumento militare, abbiamo la violazione della sovranità di uno Stato, tutte queste cose. In fondo non è così dissimile quanto Trump ha fatto oggi da quel che Putin cercò di fare, fallendo nel febbraio 2022 in Ucraina.

In difesa della filosofia analitica


Christoph Schuringa

Mario De Caro  Andrea Lavazza 
La filosofia analitica? Un antidoto alla postverità

Avvenire, 2 gennaio 2026 

Sarebbe troppo facile dire che il severo resoconto della filosofia analitica contemporanea sviluppata da Christoph Schuringa nel suo recente libro A Social History of Analytic Philosophy, e fatto proprio senza esitazioni da Pierfrancesco Stagi su “Avvenire” del 17 dicembre, non sia abbastanza analitico per cogliere nel segno. Tuttavia, se attenzione al linguaggio, chiarezza e razionalità, argomentazione rigorosa, distinzione accurata dei concetti, frequente richiamo alla scienza sperimentale sono gli elementi distintivi di questo stile di pensiero, le accuse mosse a quest’ultimo andrebbero almeno ben giustificate. Tanto più se l’imputazione è pesante, ovvero attribuire alla filosofia analitica un implicito progetto di quietismo quando non di conservatorismo politico, accompagnato da una sorta di imperialismo ideologico-accademico che tenderebbe a mettere ai margini coloro che parlano o scrivono in modo diverso.

Chi scrive si riconosce nell’approccio analitico, ma saluta con favore il dibattito e la presenza di voci discordanti. Non tutto quello che si sostiene, però, può avere la stessa solidità e lo stesso valore, come indica il dibattito internazionale sul volume in oggetto. Quale prima replica, basterebbe citare importantissimi esponenti del campo analitico che con le loro opere, proprio grazie agli strumenti dell’analisi concettuale, hanno sfidato lo status quo e sono considerati in vario modo “bestie nere” dei conservatori: John Rawls e Peter Singer. Il primo ha proposto una teoria della giustizia in rotta di collisione con il liberismo prevalente negli ultimi decenni e il secondo un’etica utilitarista radicale (e per alcuni aspetti controversa), che spiazza molte posizioni consolidate.
Ed è poi curioso che non si ricordi come molti giganti del passato – da Aristotele e Tommaso d’Aquino a Cartesio e Spinoza, da Locke a Leibniz, da Hume a Kant e John Stuart Mill – siano arruolabili senza forzature nei ranghi del rigore logico e del ragionamento stringente, della precisione e della valorizzazione della ricerca empirica, e per questo possono essere considerati antesignani della filosofia analitica. Analogamente, a una disamina attenta, anche la spiegazione genealogica del successo della filosofia analitica risulta debole. Che negli anni Cinquanta il maccartismo abbia spinto i Dipartimenti di scienze umane degli Stati Uniti a rinchiudersi in una presunta neutralità socio-politica per sfuggire alla censura anticomunista promossa dal Partito repubblicano non spiega il successo di un movimento che era già vitale e affermato da tempo, né la sua diffusione al di là dell’Oceano e la sua crescente presa nel panorama filosofico contemporaneo. A parte la Francia, che continua a difendere orgogliosamente una filosofia di impronta nazionale, nel resto d’Europa – dai Paesi nordici alla Germania, dalla penisola iberica alle nazioni dell’Est, senza dimenticare l’Italia – l’espansione di filosofie di matrice analitica è costante. Potrà mai trattarsi di un tardo risultato dell’acquiescenza al maccartismo?
È essenziale notare, però, che la filosofia analitica si caratterizza più dal punto di vista metodologico che per la condivisione di specifiche tesi filosofiche: non c’è argomento, infatti, su cui nella comunità analitica manchi una pluralità di prospettive. Ciò che unisce i filosofi che si riconoscono in questa tradizione, piuttosto, è la richiesta del rigore argomentativo, della chiarezza nell’esposizione delle posizioni e della disponibilità al confronto critico.
Tutto ciò può anche sfociare in espressioni scolastiche e poco originali (cosa che è sempre accaduta con tutte le tradizioni filosofiche); ma, nelle sue migliori espressioni, la filosofia analitica è oggi protagonista in ogni ambito della discussione contemporanea. Così, è comune parlare di filosofia analitica della religione – per esempio, di tomismo analitico – con autorevoli esponenti quali Alvin Plantinga, Eleonore Stump, Peter van Inwagen e John Haldane; né suscita più scandalo discutere di marxismo e femminismo analitici.
Soprattutto, lo strumentario metodologico della filosofia analitica contribuisce a comprendere le maggiori sfide teoriche e pratiche che oggi ci troviamo di fronte. Per esempio, tra i protagonisti della recente discussione filosofica sulla natura, le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale, per esempio, vi sono studiosi di formazione analitica, da Searle a Dennett, da Chalmers a Floridi. E ciò è accaduto pure nei dibattiti sulla bioetica, la neuroetica, la filosofia delle scienze naturali e di quelle sociali, la filosofia del diritto e l’etica ambientale (e l’elenco potrebbe continuare).
Alle sue origini, la filosofia analitica è nata come reazione agli eccessi dell’idealismo e di certa produzione continentale: non per motivi ideologici, dunque, ma per contrastare una tendenza all’espressione oscura, alla complessità eretta a sistema e ai toni oracolari. Al di là delle polemiche, la richiesta analitica di chiarezza non coincide con una difesa dell’esistente, ma con l’esigenza di rendere le posizioni filosofiche aperte, confutabili e quindi pubblicamente discutibili. La chiarezza, in questo senso, non neutralizza la critica, ma ne costituisce una delle condizioni di possibilità.
In questo quadro, anche il richiamo al senso comune, spesso utilizzato dai filosofi analitici, non
va inteso come forma di accettazione ingenua di ciò che esiste, a differenza di quello che suggerisce Stagi. Piuttosto, è un ancoraggio a una forma di oggettività che va perduta con il prospettivismo nietzscheano, impedendo così di avere un punto fermo di paragone per proporre visioni sociali alternative, come i sostenitori del realismo hanno più volte sottolineato. Si prenda per esempio Millepiani di Gilles Deleuze e Felix Guattari, opera anti-analitica se ce n’è una. La sua decostruzione corrosiva dell’individuo responsabile in uno scenario di etica non più giudicante nell’Occidente contemporaneo rischia di apparire un cedimento al potere immateriale, pervasivo e potenzialmente oppressivo delle reti digitali. Oppure si consideri l’uso strumentale da parte della destra più conservatrice, soprattutto negli Stati Uniti, delle istanze antioggettivistiche del postmoderno (si pensi alla “post-truth” e agli “alternative facts”).
Insomma, la filosofia ha sempre avuto bisogno di voci diverse, e sempre ne avrà. Cercare di svilire un’intera tradizione non è certo il modo migliore per farla progredire.

Bombardano Caracas

Giulio Isola
Esplosioni e colonne di fumo: "Bombardano Caracas"

Avvenire, 3 gennaio 2026

Nella notte Caracas è stata scossa da una serie di esplosioni segnalate quasi simultaneamente in diversi punti della capitale venezuelana, inclusi obiettivi di rilevanza militare. Testimonianze raccolte sul posto indicano come aree interessate l’aeroporto militare di La Carlota, nel cuore della città, e la principale base delle forze armate, Fuerte Tiuna. Sui social network circolano video che mostrerebbero lampi e detonazioni in entrambe le zone, mentre diversi quartieri risultano senza elettricità e si moltiplicano segnalazioni non verificate di aerei in volo sopra la città. «Siamo stati svegliati da un forte boato, siamo sotto le bombe», riferiscono alcuni cittadini italiani presenti nella capitale, per i quali la Farnesina si è già attivata.

L'attacco, secondo le prime rivelazioni di Cbs News (gli altri media americani sono ancora cauti), sarebbe opera degli Usa: due funzionari statunitensi, parlando in forma anonima, sostengono che il presidente Donald Trump abbia dato il via libera alle forze armate per attacchi terrestri in Venezuela già prima dell’operazione. L’ipotesi di un’azione il giorno di Natale sarebbe stata discussa, ma messa in secondo piano rispetto ai raid aerei statunitensi contro obiettivi dell’Isis in Nigeria; nei giorni successivi, ulteriori finestre operative si sarebbero aperte, salvo essere rinviate per condizioni meteorologiche giudicate non favorevoli al successo della missione. Stanotte il passaggio ai fatti.

La reazione di Caracas è stata immediata e durissima. In una dichiarazione ufficiale, il governo venezuelano ha denunciato «la gravissima aggressione militare perpetrata dall’attuale governo degli Stati Uniti d’America contro il territorio e il popolo venezuelano» e il presidente Nicolás Maduro ha proclamato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, annunciando il passaggio alla «lotta armata» per difendere diritti, istituzioni e sovranità del Paese. Washington accusa Maduro di guidare una rete di narcotraffico internazionale; accuse respinte dal governo venezuelano, che ribadisce come l’obiettivo degli Stati Uniti sia il rovesciamento del presidente e il controllo delle riserve petrolifere del Paese, le più grandi al mondo.



Sartre e Rossanda


Massimo Raffaeli
Un'amicizia istintiva che interroga il mondo

il manifesto, 3 gennaio 2026

Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico.

SARTRE, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del manifesto con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda.

Una ingombrante intransigenza (Donzelli, Saggi, pp. 232, euro 25), il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza, limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (’38), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».

Paradossalmente più recente da parte di Sartre è l’impegno politico esplicito i cui apici, in piena guerra fredda, corrispondono a due saggi che si legano in generale alla storia del comunismo ed in particolare al Partito comunista francese (il più segnato in Occidente dall’impronta staliniana) di cui il filosofo continuerà a sentirsi un compagno di via nonostante le diffidenze e alcuni anatemi memorabili come quello che gli rivolse Aleksandr Fadeev, l’autore de La guardia bianca, definendolo una iena con la stilografica ma Sartre non vorrà mai replicare alle infamie di uno scrittore suicidatosi dopo la denuncia dei crimini di Stalin: il primo saggio del ’52, I comunisti e la pace, è appunto l’ammissione di una ineluttabilità e cioè la difesa dell’Urss in quanto baluardo anticapitalista, mentre l’altro del ’56, eloquentemente intitolato Il fantasma di Stalin, viceversa è una reprimenda del blocco sovietico colpevole, ai suoi occhi, di avere accettato l’identica logica dell’imperialismo occidentale fino a diventarne la controfigura.

È UNA TESI che in Francia scandalizza i vertici del Pcf con l’aggravante di un avallo incondizionato alla Resistenza algerina e alle lotte anticoloniali in armi, come attestano due tra i suoi saggi più smaglianti, l’introduzione a I dannati della terra di Frantz Fanon e quella ad Aden Arabia di Paul Nizan, l’amico di gioventù caduto nel ’40 ma diffamato dal Pcf per essersi opposto al Patto Molotov-Ribbentrop. Da questa altezza cronologica, sul principio degli anni sessanta, muove la documentazione prodotta da Teroni, precisamente tredici testi (fra interviste a Sartre e articoli o saggi di Rossanda) cui si aggiungono una decina di testimonianze, per lo più epistolari, accessibili grazie all’infaticabile lavoro di Doriana Ricci, erede testamentaria di Rossanda.

NON È CASUALE che in apertura si legga un necrologio, Il mio amico Togliatti, dove c’è un consenso largo e simpatetico non tanto alla linea di un partito, il Pci, quanto alla franchezza di un leader, Togliatti, che incarna in prima persona l’etica dei comunisti italiani e, involontariamente, richiama il gelido profilo dei comunisti francesi che sono al vertice del Pcf.

Del resto Sartre, insieme con Simone de Beauvoir, frequenta assiduamente l’Italia e si lega d’amicizia con alcuni comunisti anche molto lontani dalle sue posizioni, per esempio Mario Alicata. Ma non è nemmeno un caso che l’attenzione di Rossanda, nei frangenti immediatamente successivi, vada al mondo della contestazione, alla crisi irreversibile dell’Urss con l’invasione della Cecoslovacchia e alla definitiva messa in discussione, di fronte all’insorgenza dei movimenti giovanili e delle rivendicazioni operaie, della stessa forma-partito.

SU TUTTO questo interroga Sartre, il quale, non che si sottragga, ma è come se volesse smarcarsene. Sta diventando vecchio e cieco, vive in un appartamento della Tour Montparnasse (in un ménage di cui dice il libro toccante, testamentario, che gli dedica Simone de Beauvoir, La cerimonia degli addii, ’81) e sta scrivendo un’opera grandiosa e perfettamente impolitica, L’idiota della famiglia, tremila pagine inconcluse dove si interroga su come possa l’esperienza umana fondarsi e riconoscersi nell’atto di parola, quasi obiettivando la domanda che aveva rivolto a sé medesimo nello scrivere una delle sue opere maggiori, Le parole (’64).

Costui è lo stesso uomo che va a parlare agli operai davanti alla Renault di Billancourt, che finanzia e vende di persona sui boulevard La cause du peuple (foglio dei maoisti, «les mao», da cui è tratta La chinoise di Jean-Luc Godard), che collabora alla pari con i militanti dei groupuscules (vedi le conversazioni di Ribellarsi è giusto, Einaudi 1975) persuaso che tra il pensare e l’agire la scissione sia definitiva e, perciò, occorra intervenire nella concretezza o, anzi, nella immediatezza dello spazio e del tempo. Colui che era stato prima un marxisant antipositivista (per intendersi, l’antipode di un Althusser), poi a lungo un pensatore «antigerarchico», infine approda a un agire politico che corrisponde ad una permanente messa in questione di sé e delle cose del mondo.

NEL SUO SAGGIO più impegnativo, scritto nel ’73 per «aut-aut» dal titolo Sartre e la pratica politica, Rossanda coglie il senso di una presenza che nei pieni anni settanta a qualcuno è potuta invece sembrare di abbandono o di deriva: «A Sartre va riconosciuto di aver rischiato, nell’intervento politico, non solo il favore dei potenti, ma la propria stessa immagine, il proprio ascolto, la propria parte sicura di intellettuale, gettando a mare la soluzione più facile: una coerenza sul puro terreno delle idee, dove le verifiche sono sempre vaghe e le sconfitte sempre opinabili». Perciò ne individua la eredità non in una qualche dottrina ma nella permanente incandescenza e nella perpetuità medesima del rapporto fra politica e morale. Lo ribadisce nello stupendo necrologio, Una vita splendida, che esce sul manifesto il 17 aprile del 1980 alla vigilia del funerale del filosofo a Montparnasse, quando scrive che il suo marxismo era «un tumultuoso procedere di uomini e masse spinti dal bisogno».

Ma le esequie di Sartre preludevano a un rapido processo di diffamazione e, presto, di smaltimento o rimozione. «Les mao» erano ormai dei nouveaux philosophes, dei convinti conservatori e in taluni casi dei reazionari, comunque capaci di rinfacciare al maestro, che oramai compativano preferendogli Raymond Aron, persino una scarsa filologia nella lettura di Marx. E però l’amica Rossana aveva visto giusto perché Jean-Paul Sartre, a differenza di taluni suoi mediocri allievi, era un borghese diventato e rimasto per tutta la vita un anti-borghese, il quale amava ripetere, infatti, che ogni anticomunista è un cane: c’è da immaginare che questo, soprattutto, non gli verrà mai perdonato.

Quello che resta

Massimo Recalcati
Crans-Montana, un lutto senza fine

la Repubblica, 3 gennaio 2026

Non ci sono parole, si dice in questi casi. E si dice la verità. Non ce ne sono infatti per descrivere la disperazione dei sopravvissuti alla tragedia di questo Capodanno, che si è consumata in un locale nel quale si festeggiava la notte di San Silvestro. Non ci sono parole per chi, mentre celebrava la nascita del nuovo anno, ha perso la propria vita. La morte è arrivata prepotente, come un terribile intruso, ad un appuntamento alla quale non era invitata. Non ci sono parole perché una tragedia così non sarebbe dovuta succedere. Non è l’esuberanza festosa dei giovani ad avere scatenato il disastro ma, come quasi sempre in questi casi, l’imperizia e, probabilmente, l’avidità degli adulti rei di non mettere al primo posto la sicurezza. I morti e i feriti sono tutti giovanissimi. Potevano essere, come ancora si dice, i nostri stessi figli.

Ma non toccherebbe mai a loro morire. A loro toccherebbe solo vivere. Perché non si può morire così a quindici anni. Sono ragazzi e ragazze travolti dalla morte proprio nell’età in cui la vita dovrebbe aprirsi alla vita nel modo più spensierato e più gioioso. È forse questa situazione a rendere tutto ancora più insensato e atroce, a renderlo psichicamente indigeribile. Non toccherebbe mai a loro. Toccherebbe a noi, piuttosto. Alle vecchie generazioni. A chi la vita l’ha più o meno già vissuta.

La tragedia è certamente nella morte atroce tra le fiamme, ma è soprattutto nell’inversione brutale dell’ordine naturale delle cose. Se è vero che la morte nella forma umana della vita è sempre prematura, viene sempre troppo in anticipo, innaturale, ingiusta, lo è certamente ancora di più quando le sue vittime sono delle vite all’inizio della vita. Ne La stanza del figlio Nanni Moretti era riuscito a cogliere il dramma di questo testacoda osceno: non sono i genitori che si congedano dai loro figli, come dovrebbe naturalmente accadere, ma sono i genitori a essere costretti ad assistere alla perdita brutale e inattesa di chi hanno generato. Non si può accettare, non si può metabolizzare in nessun modo. Nel racconto di quel film il dolore per la perdita del figlio finisce per separare i genitori inchiodando ciascuno di loro in una solitudine senza scampo. Non c’è niente di più straziante che vedere un figlio morire. In questo modo poi. Non c’è la lenta disperazione di una malattia; c’era solo una festa, un rito propiziatorio. La morte irrompe dove avrebbe dovuto esserci solo la vita. Niente di più sconvolgente.

Un’amica ha raccontato di un suo conoscente che ha trascorso delle ore a cercare di mettersi in contatto con il proprio figlio che sapeva essere andato proprio in quel locale. Nessuna risposta al telefono. Poi ha sentito la voce del figlio comparire improvvisamente ed esclamare: “papà!”. Si era salvato perché, nel momento dello scoppio dell’incendio, era uscito a fumare. Un caso la morte, un caso la vita: testa o croce. Quest’uomo ha descritto l’incontro al telefono con la voce del figlio come una vera e propria resurrezione. Pensava potesse essere tra i morti e invece lo ha ritrovato. Un istante che vale una intera vita. Ma per i genitori dove invece questo istante benedetto è stato precluso, dove il figlio o la figlia si sono allontanati per sempre? Cosa accade a questi genitori che restano e che però non potranno più ascoltare la voce dei loro figli? Un’ombra scura discende improvvisamente sulla loro vita togliendo ogni luce al mondo. È quello che conosciamo come il trauma del lutto. In questi casi però il trauma appare ancora più violento e insopportabile perché, come abbiamo visto, contraddice l’avvicendamento naturale tra le generazioni. La giustizia che dovrà colpire i veri responsabili di questo disastro non sarà sufficiente a sanare questa ferita.

La morte di un figlio mostra con una violenza che non ha eguali che nessun genitore — nemmeno i più premurosi e i più sensibili — può garantire la vita dei propri figli, perché l’intrusione insensata della morte fa drammaticamente parte della vita. Può accadere con una malattia, con un incidente stradale, con un qualunque altro passo falso o imprevisto… Ma la vita stroncata nel pieno della vita chiede giustizia. La chiede come un grido ostinato. Non solo e non tanto quella che verrà garantita, come tutti ci auguriamo, dai tribunali degli uomini. Domanda una giustizia che oltrepassa ogni giustizia. Perché di fatto non c’è consolazione possibile per chi resta di fronte a questa perdita. Solo una disperazione che tramortisce anche i più forti. Certo, quello che abbiamo condiviso con chi non è più qui può sempre restare con noi. Ogni volta che qualcuno che abbiamo profondamente amato ci abbandona, qualcosa di lui non può non restare con noi e tra di noi, non può mai morire del tutto. Resta la luce viva dei ricordi incancellabili che sono destinati ad appartenere alla nostra vita per sempre. Ma resta anche una domanda di giustizia che rivolgiamo alla vita, e che non possiamo non rivolgere con accanimento: perché? perché proprio a noi? perché proprio in questa maldetta notte? La morte diviene reale quando, mettendoci le mani addosso, ci strappa la vita di chi amiamo o la nostra stessa vita… Ma la sola solidarietà che conta inizia proprio da qui. Nel riconoscerci uguali di fronte all’inesorabilità e all’insensatezza senza parole della morte che può sempre arrivare. Se capissimo davvero questo, la guerra di tutti contro tutti lascerebbe il posto a quella pietas che sola ci rende umani…


venerdì 2 gennaio 2026

Oltre le apparenze: il tempo dell’incertezza politica


L'intervista di Claudio Cerasa a Mario Monti non è molto diversa nelle intenzioni dall'articolo in cui Ernesto Galli della Loggia paragonava Giorgia Meloni a De Gasperi. Per far fronte ai suoi compiti storici l'attuale maggioranza di governo dovrebbe cambiare natura, trasfigurare se stessa arrivando a incarnare una più alta capacità di iniziativa sul piano interno (Galli) e internazionale (Monti). Questo non avverrà. Il cavallo non beve, non è in grado di bere:  non si può forzare qualcuno a fare qualcosa se non è attrezzato, anche se le risorse sono presenti.

Al di là delle apparenze, l’Italia sta vivendo una fase complicata. Non una crisi evidente, fatta di rotture e colpi di scena, ma una difficoltà più sottile, che riguarda gli equilibri politici e la capacità di governo.

Il governo sembra spesso impegnato soprattutto a mantenere la propria posizione. L’obiettivo implicito è trasformare una vittoria elettorale in una stabilità duratura. È un tentativo già visto nella storia italiana, e quasi mai riuscito fino in fondo. Quando il potere cerca di consolidarsi senza sciogliere i nodi di fondo del Paese, il rischio è che l’incertezza aumenti invece di diminuire.

Il punto più delicato resta la collocazione internazionale dell’Italia. Il rapporto con l’Europa, le alleanze, i vincoli economici: su questi temi i margini di manovra sono ridotti. Ogni ambiguità, ogni messaggio contraddittorio, finisce per riflettersi anche sul piano interno, rendendo più fragile l’azione di governo.

In situazioni come questa, l’equilibrio non si costruisce solo a Palazzo Chigi. La nostra storia mostra che spesso entrano in gioco altri fattori: le istituzioni di garanzia, i vincoli europei, le dinamiche internazionali. Il Presidente della Repubblica, in particolare, tende a rappresentare un punto di riferimento nei momenti di transizione.

È probabile, quindi, che il risultato finale non coincida con le aspettative della maggioranza di governo. Più che una svolta netta, potremmo assistere a un lento riassestamento, in cui le ambizioni iniziali vengono ricondotte entro limiti più tradizionali. Una dinamica tipicamente italiana, che si ripete ogni volta che la politica prova a forzare oltre misura un equilibrio già fragile.

Andrea Carugati
Mattarella, il motivatore della Repubblica

il manifesto, 2 gennaio 2026

«Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia». Sergio Mattarella, nel suo undicesimo discorso di fine anno dal Quirinale (quasi undici milioni di telespettatori, in crescita rispetto a fine 2024), sceglie un profilo motivazionale. Dopo anni bui, segnati prima dal Covid, poi dalle guerre e dalla crisi economica, il Capo dello Stato coglie l’occasione dell’80esimo compleanno della Repubblica (il prossimo due giugno) per sfogliare «l’album di famiglia» dell’Italia democratica: una storia di «successo» di cui «possiamo e dobbiamo essere orgogliosi». Un percorso in cui la democrazia italiana ha concretamente migliorato le condizioni di vita di milioni di persone. «Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni». Da questa forza occorre ripartire per affrontare le molte sfide di oggi, dalla guerre al clima alle rivoluzioni tecnologiche.

IL SENSO PROFONDO del suo ragionamento è che l’Italia non è alla deriva: ha già dimostrato di poter reagire a crisi come quelle post bellica e del terrorismo, e dunque oggi «riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo».

Come d’abitudine nei discorsi di fine anno, Mattarella si rivolge più ai cittadini che alle forze politiche, in particolare a quanti non credono più nella politica come occasione per un riscatto, e per questo disertano le urne (l’astensionismo è uno dei temi chiave dei discorsi del 2025); e soprattutto ai giovani, che hanno già dimostrato con le grandi mobilitazioni per Gaza di non essere apatici e disillusi come «qualcuno li descrive senza conoscerli». L’appello ai più giovani conclude il discorso, è netto e diretto: «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».

ANCORA UNA VOLTA il lavoro dei costituenti è al centro della riflessione. Non solo come sostanza – la Carta fondante – ma come metodo. «Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale». Torna a farsi sentire l’invito alle forze politiche a preservare alcuni spazi di collaborazione, a partire dalla politica estera. Il 19 dicembre, in occasione degli auguri alle alte cariche dello Stato, il presidente aveva tratteggiato un’agenda minima bipartisan, a partire dalla fedeltà europea e dalla necessità di adeguate spese militari. Ora non si può non scorgere un invito alla collaborazione sulle regole fondamentali.

Mattarella non cita due dei temi chiave dell’agenda politica del 2026, premierato e legge elettorale, su cui si annuncia uno scontro durissimo, di cui si è già avuto un assaggio con il tentato blitz del governo sulla data del referendum sulla giustizia. E se nella storia recente è già successo che maggioranze di diversi colori approvassero modifiche della Costituzione e delle leggi elettorali a maggioranza, si è ancora in tempo per invertire questa tendenza. E qui l’invito è soprattutto alla destra che ha già annunciato di voler cambiare il sistema di voto con una certa disinvoltura.

COSÌ COME SULLE REGOLE, le forze politiche dovrebbero concentrarsi su altri temi che investono qualsiasi governo: il «contrasto urgente» a «vecchie e nuove povertà», le diseguaglianze, la corruzione, l’evasione fiscale, l’emergenza abitativa soprattutto per i più giovani. E qui il riferimento è al piano casa di Fanfani cui non sono seguiti ulteriori sforzi, nonostante gli annunci di Meloni e Salvini. Mattarella cita ancora una volta gli operai, come aveva fatto il 25 aprile a Genova, come protagonisti della storia democratica e del riscatto italiani, le fabbriche come «luoghi di solidarietà e scuole di democrazia», fin dagli anni della Resistenza.

Cita lo Statuto dei lavoratori, l’esigenza «irrinunciabile» di sicurezza sui luoghi di lavoro, l’«equità delle retribuzioni». Quello dei «salari inadeguati» è stato un altro dei temi chiave del 2025 del Quirinale. E poi il sistema sanitario nazionale, che «pone al centro l’idea di una piena uguaglianza». Così come il sistema previdenziale. «Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo», è il messaggio netto rivolto a chi governa. Perché si tratta di «conquiste decisive» e necessarie per preservare la coesione sociale, che è uno degli elementi di forza che «ci hanno consentito di fare dell’Italia il grande paese che è oggi». Coesione sociale come «bene prezioso che non è mai acquisito definitivamente».

LE GUERRE; UCRAINA E GAZA, sono citate all’inizio del discorso, ma in questa occasione non ne sono il centro. «Diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte», il riferimento alla Russia di Putin. Ma prevale il richiamo a «disarmare le parole», preso a prestito da Papa Leone, cui ieri Mattarella ha inviato un lungo messaggio di auguri. E se il discorso del 19 dicembre sulle spese militari (nelle ore in cui il Papa definiva «scandaloso» il riarmo) aveva segnato una distanza nei toni e nei contenuti, nella missiva di ieri il Capo dello Stato si è riavvicinato al magistero papale, definendo la pace come «unico cammino che meriti di essere intrapreso» e il ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione.

Ribadendo uno dei temi chiave della sua presidenza, e cioè la necessità di difendere istituzioni e regole nati dopo il 1945 per mettere ordine alle relazioni internazionali dalla «legge del più forte». Un assetto oggi minacciato dal ritorno di vecchie logiche imperiali, in «balia di minacciose derive nella direzione opposta». Una tensione che torna spesso nei discorsi presidenziali: quella tra le necessità del disarmo e della difesa del diritto internazionale dalla legge della giungla.