sabato 10 febbraio 2024

Eric Zemmour

 


 

 

 Il tribuno razzista alleato di Meloni in Europa

editorialista
di Massimo Nava

Éric Zemmour considera l’Islam - e non solo l’islamismo radicale - come un fatto politico, non religioso. Un fatto politico non può essere assimilato. È uno Stato nello Stato. Quindi, un nemico. È in questo spirito che ha scelto il nome Reconquete per il suo un partito. Un ricordo della Reconquista spagnola sotto i re cattolici, che terminò con la successiva espulsione degli ebrei (1492) e dei musulmani (1502). Nelle circostanze attuali, è un avvertimento rivolto a questi ultimi: sta ai musulmani di Francia scegliere tra la religione o la valigia. Zemmour non esita, pur essendo ebreo, a difendere la memoria del maresciallo Pétain. Di conseguenza, il capitano Dreyfus sarebbe stato davvero un «traditore».

Un fenomeno culturale amplificato ha conseguenze politiche impreviste. La Francia è percorsa da anni dalla roboante retorica nazionalista dello scrittore che ha sognato di passare dalla testa delle classifiche in libreria al comando della Nazione, agitando i fantasmi dell’islamizzazione del Paese con spregiudicate diagnosi sul «tradimento» dei padri della patria, Victor Hugo e il generale de Gaulle. Dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, eliminato dalla corsa con un modesto 7 per cento, Zemmour continua a troneggiare nelle vetrine delle librerie e nei media francesi. La narrazione è fatta di provocazioni politiche, conferenze contestate o annullate, cronache giudiziarie e gossip sulla vita privata e sentimentale. Durante la campagna elettorale, è stata resa pubblica la love story con la sua assistente e responsabile per la stampa. Il profeta dell’apocalisse sociale della Francia ha risvegliato gli anticorpi della politica, ma ha obbligato la classe politica e l’opinione pubblica a fare i conti con i suoi proclami e a interrogarsi sullo stato di salute sociale della Francia.

La storia personale scrive al tempo stesso il percorso drammatico di un intellettuale brillante e una vicenda emblematica dell’immigrazione francese, dello scontro sotterraneo fra ebraismo e radicalismo islamico e della reazione emotiva di fronte a fenomeni che fanno parte della storia nazionale. La sua famiglia proviene dall’Algeria. Infanzia e giovinezza s’intrecciano con le vicende della ex colonia. Due anni prima dello scoppio della guerra d’Algeria - siamo nel 1952 - Roger e Lucette Zemmour, i suoi genitori, lasciarono Constantine per trasferirsi a Montreuil, periferia di Parigi. Montreuil è il cuore dell’immigrazione, la periferia più interessante per chi vuol studiare un microcosmo di culture, etnie e religioni. Zemmour ha cancellato anche la storia, i ricordi, i condizionamenti di un’evoluzione sociale complessa fino ad elaborare la teoria della sostituzione progressiva, il tempo in cui nordafricani e e musulmani avranno il sopravvento demografico sulla popolazione francese europea e bianca. Tema questo caro a un altro scrittore di successo, Michel Houellebecq.

Zemmour è il più deciso sostenitore di politiche di espulsione dei nuovi arrivati e rieducazione degli stranieri, senza troppi distinguo fra quanti sono migranti e quanti sono figli e nipoti dei primi migranti e oggi cittadini francesi. Zemmour si rivolge alla borghesia cosiddetta «patriottica» contro una quinta colonna definita: i musulmani. È un’epidemia di parole. Nato in Francia nel 1958, si dichiara un francese di fede ebraica e di origine berbera, ma nega la lontana discendenza araba. Il teorema è semplice: il musulmano postcoloniale di oggi è discendente dell’arabo colonizzato di ieri e rappresenta un pericolo demografico e culturale. Le tensioni tra giovani ebrei e musulmani sono in aumento. Zemmour ha pubblicato un romanzo nel 2008, Petit Frère, ispirato alla storia di un giovane francese di fede ebraica assassinato da un vicino di casa di origine musulmana, nel 19° arrondissement di Parigi. In un’intervista al settimana di destra Valeurs (5 gennaio 2022), ha spiegato programma e pensiero. «Il popolo si è allontanato dalla sinistra, per la semplice ragione che la sinistra si è allontanata dal popolo per sottomettersi alle minoranze. Ponendo la questione della sopravvivenza della Francia, non ignoravo a cosa mi stavo esponendo. È la domanda fondamentale che tormenta i francesi e che è proibita dai media, dalle élite politiche, culturali e intellettuali. E poiché nessuno ha osato fare questa domanda, non ho avuto altra scelta che presentarmi alle elezioni».

«L’assimilazione che propongo è stata la regola per secoli. Quando ero a Sciences Po, negli anni 70, nessuno si scandalizzava nel sapere che certi benefici sociali erano riservati ai cittadini francesi». Zemmour, allontanato a suo tempo dal Figaro e non gradito su diversi canali televisivi che peraltro avevano contribuito al suo successo editoriale, è traslocato sui canali del finanziere Vincent Bolloré
e in particolare sulla rete di notizie 24 ore, CNnews. Da qui ha lanciato la candidatura all’Eliseo, auspicando deportazioni di clandestini e assimilazione di minoranze etniche. Naturalmente, i media di Bollorè hanno continuato ad ospitare e pubblicare personalità politiche e intellettuali di varie tendenze (uno degli autori di spicco è Bernard Henri Lévy), ma il megafono a favore di Zemmour, in stile Fox News, è suonato in modo così ossessivo da provocare addirittura un’audizione al Senato.

«Ci sono tante posizioni nei nostri programmi e nei libri che pubblichiamo. Non ha senso un canale d’opinione. Non ho il potere di nominare nessuno. Gli interessi del nostro gruppo sono il cinema, lo sport e le serie», si è difeso Bolloré. In effetti, le recenti simpatie islamofobiche e sovraniste contrastano con relazioni a tutto campo, com’è buona regola per un uomo d’affari. Il gruppo ha curato a suo tempo la comunicazione di personalità della sinistra, da Bernard Kouchner a Dominique Strauss Kahn, il candidato socialista all’Eliseo poi travolto dallo scandalo della cameriera stuprata al Sofitel di New York. Padre e figlio, Iannick, hanno sostenuto la sindaca socialista di Parigi. In precedenza, avevano sostenuto il sindaco socialista Bertrand Delanoe, in coincidenza dell’appalto per le auto elettriche in car sharing. Uno degli ascoltati consiglieri di Bollorè è stato Alain Minc, oggi vicino a Macron.

Ma che cosa succederà se un giorno non lontano Marine Le Pen o Eric Zemmour dovessero conquistare l’Eliseo? Bollorè consoliderà la rivoluzione/evoluzione del conservatorismo francese? La risposta potrebbe risiedere nelle pieghe meno evidenti dell’impero: il settanta per cento dei libri scolastici, la metà dei tascabili, la distribuzione dei libri, le grandi case editrici e le vetrine invase da Zemmour e Houellebecq. Ma sopratutto il consenso di una Francia (e di un’Europa) spaventata dai flussi migratori incontrollati, dall’insicurezza - percepita - nelle città, dalla crisi economica che declassa il ceto medio e rende i ricchi sempre più ricchi. Se la sinistra annaspa o si radicalizza, la destra seduce. E il mondo inquinato dai social network produce semplificazioni antagoniste: noi e loro, io e l’altro. Zemmour, cervello fino, lo ha capito con grande anticipo.

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