sabato 22 marzo 2014

Svetlana Geier, traduttrice

Maria Grosso
La signora e i suoi cinque elefanti 
il manifesto, 22 marzo 2014 

Come dirvi di Sve­tlana Geier? Per certi versi la sua vita è irrac­con­ta­bile. Troppo vasta, inner­vata, com­plessa, cro­ce­via della sto­ria ucraina, russa e tede­sca del ‘900 e insieme dei segreti abis­sali della grande let­te­ra­tura … Come pro­vare a resti­tuire una tale stu­pe­fa­cente archi­tet­tura di destino? Come coglierne le mille avven­tu­rose cor­ri­spon­denze, i dis­sidi lace­ranti, le infi­nite tan­genze e rifrazioni?
Per for­tuna c’è chi ha sen­tito il biso­gno di met­tere la pro­pria arte e la pro­pria cura al ser­vi­zio di que­sta sto­ria, per custo­dirne il valore e per dif­fon­derla. Quando Vadim Jen­dreyko, regi­sta svizzero-tedesco, la incon­tra per la prima volta nel 2005, Sve­tlana Geier è una donna che ha già vis­suto tanto e che porta con sé il frutto di 50 anni di lavoro come tra­dut­trice let­te­ra­ria dal russo al tede­sco. Puš­kin, Gogol’, Tol­stoj, Solže­ni­cyn, Bul­ga­kov, tra gli altri, sono stati “ospiti” della sua mente, del suo cuore e dei suoi sensi, fino a quando all’inizio degli anni ‘90 le è stato pro­po­sto di affron­tare gran parte dell’opera di Dostoe­v­skij. Baste­rebbe solo que­sto a ren­derla affa­sci­nan­tis­sima. Ma c’è molto altro.
Nata Iva­nova a Kiev nel 1923, figlia unica di geni­tori legati alla cul­tura russa, appena ado­le­scente cono­sce sulla pro­pria pelle gli esiti delle pur­ghe sta­li­niane: nel ‘38 il padre è arre­stato, incar­ce­rato e tor­tu­rato e, seb­bene venga rila­sciato — caso raro — dopo un anno e mezzo, riporta tali ferite fisi­che e morali da non soprav­vi­vere che sei mesi. Un arco di tempo in cui, men­tre la madre lavora per man­te­nerli facendo le puli­zie, è lei a curarlo e a con­di­vi­dere con lui il peso di una memo­ria insostenibile.
Dopo la morte del padre, Sve­tlana, che non ha mai smesso di tenere accesa la sua pas­sione per lo stu­dio, è spinta dalla madre a col­ti­vare l’apprendimento delle lin­gue, fran­cese e tede­sco, intra­preso pri­va­ta­mente da bam­bina. Potrà essere que­sta la sua vera “dote” e forse un giorno la sua sal­vezza. Intanto la sto­ria incalza.
Il 22 giu­gno ‘41 è il giorno del suo diploma ma è anche quello in cui i nazi­sti inva­dono l’Ucraina, men­tre parte della popo­la­zione, pro­vata dalla care­stia del ‘32-‘33 (da 5 a 11 milioni di morti), e dalle azioni del regime sovie­tico che, volendo annien­tare le cor­renti nazio­na­li­ste, stran­gola gli snodi fer­ro­viari, li acco­glie come libe­ra­tori. Nel frat­tempo un’altra per­dita enorme sta per sca­vare l’anima di Sve­tlana. Tra i 30000 ebrei depor­tati e tru­ci­dati dai nazi­sti nel campo di Babij Jar, c’è la sua amica più cara, Neta Tkatsch.
Qual­che tempo dopo, sua madre, pro­strata dalla fame e dalle pri­va­zioni, affitta una stanza a un uffi­ciale tede­sco di nome Kers­sen­brock, men­tre il suo com­pito è quello di mediare lin­gui­sti­ca­mente tra gli occu­panti e le per­sone del luogo, cosa che fini­sce per pro­cu­rarle anche un lavoro come tra­dut­trice presso l’Istituto Geo­lo­gico di Kiev e in seguito presso un uffi­cio a Dortmund.
Dopo la scon­fitta di Sta­lin­grado, i nazi­sti si avviano a riti­rarsi dalla città. Gran parte della popo­la­zione è esi­liata, chi rimane è sog­getto alle pur­ghe di Sta­lin. Sve­tlana e la madre sono inter­nate in un campo di lavoro per depor­tati dell’Est a Dort­mund. Qui la ragazza è inter­ro­gata diverse volte dalla Gestapo. In seguito, gra­zie agli inter­venti di Kers­sen­brock e di un fun­zio­na­rio cono­sciuto all’Istituto Geo­lo­gico è rila­sciata e parte per Ber­lino dove, dopo aver affron­tato un test, le viene con­fe­rita (cosa incre­di­bile per una cit­ta­dina sovie­tica), una borsa di stu­dio della Fon­da­zione Hum­boldt, men­tre un fun­zio­na­rio nazi­sta, che pagherà il gesto con l’epurazione, le pro­cura due pas­sa­porti per stra­nieri per recarsi a Fri­burgo con la madre. Lì comin­ciano una nuova vita. Sve­tlana si sposa acqui­sendo il nome Geier, diviene madre di due figli, quindi divor­zia, nel frat­tempo ha imboc­cato un lun­ghis­simo per­corso di inse­gna­mento uni­ver­si­ta­rio, non­ché di fine tra­ghet­ta­trice lin­gui­stica della let­te­ra­tura russa e delle sue infi­nite sot­ti­gliezze eti­che e verbali …
Ecco: da que­sta sto­ria amplis­sima, dalla sen­si­bi­lità regi­stica di Vadim Jen­dreyko e da un apporto emo­zio­nante di mate­riali foto­gra­fici e fil­mici di reper­to­rio, nel 2009 ha ori­gine, dopo una intensa gesta­zione, il docu­men­ta­rio Die Frau mit den 5 Ele­fan­ten (The woman with the 5 ele­phants), dove i pachi­dermi del titolo, nell’affettuosa deno­mi­na­zione coniata per loro dalla signora Geier, a sor­presa sono i 5 grandi romanzi di Dostoe­v­skij, la cui tra­du­zione porta a ter­mine nell’arco di 20 anni.
Si tratta di un film pro­fon­dis­simo, plu­ri­sen­so­riale, impal­pa­bile e ruvido allo stesso tempo, attra­ver­sato, come le luci di un treno nella notte, da una strut­tura tem­po­rale raf­fi­nata e com­plessa, che pure sca­tu­ri­sce dal natu­rale evol­versi degli eventi: a due mesi dall’inizio delle riprese, un inci­dente grave subito dal figlio di Sve­tlana (che smette di tra­durre per occu­parsi di lui), dischiude uno spi­ra­glio nella memo­ria della donna, gene­rando un flusso di emo­zioni legate al pas­sato, al padre e all’amica tanto amata, fino a un incre­di­bile viag­gio che la riporta, insieme alla nipote, com­plice un invito per tenere delle lezioni, ancora una volta — dopo 64 anni — in Ucraina. Un tra­gitto che la camera segue passo passo, con tutto il suo pre­ci­pi­tato emo­tivo gigan­te­sco, men­tre il pae­sag­gio dal treno si fa sem­pre più bianco e rarefatto.
Con una capa­cità mera­vi­gliosa di essere sem­pre vici­nis­simo a lei, ma mai inva­sivo, Jen­dreyko, in causa anche come nar­ra­tore sto­rico fuori campo, coglie dun­que Sve­tlana Geier ora nell’intimità dei suoi riti dome­stici e con­vi­viali (ha tante nipoti), ora intenta al tempio-scrivania dove fio­ri­scono le sue tra­du­zioni: tra i suoi col­la­bo­ra­tori uno è un musicista-lettore, a testi­mo­nianza della dimen­sione pro­fon­da­mente audi­tiva e insieme sen­suale della let­te­ra­tura. E se nell’assoluta con­ti­nuità tra crea­zione manuale (cuci­nare sti­rare rica­mare) e intel­let­tuale, per lei “tra­du­zione” è desi­de­rio, ricerca di qual­cosa che emerge dal tutto e che alle suc­ces­sive rilet­ture con­ti­nua a stil­lare doni, che cosa è l’esistenza? Col suo corpo agile e curvo, lo sguardo liquido incre­di­bil­mente intel­li­gente e arguto, la pelle sot­ti­lis­sima e isto­riata, guar­dando in mac­china, Sve­tlana risponde : “Caro amico, non senti che il rumore della vita altro non è se non un’eco di armo­nie tra­scen­denti? Che niente esi­ste se non un cuore che parla a un altro cuore senza parole?”.
Quello che segue è il mio incon­tro con Vadim Yen­dreyko al Festi­val del Film di Locarno 2009, in quell’occasione è avve­nuta la prima parte dell’intervista, che ho scelto di lasciare al pre­sente di allora. Nel col­lo­quio datato 2014 lo ritro­ve­remo oggi e sapremo quale treno ha preso nel frat­tempo la sto­ria di Sve­tlana Geier.
Come l’hai conosciuta?
4 anni fa stavo lavo­rando a un pro­getto cine­ma­to­gra­fico ispi­rato all’opera di Dostoe­v­skij e un amico me l’ha segna­lata come la mas­sima cono­sci­trice in mate­ria. Così le ho chie­sto di incontrarci.
La nostra prima con­ver­sa­zione è stata infi­ni­ta­mente inte­res­sante e ci siamo rivi­sti ancora. A quel punto quello che stavo cer­cando è stato gra­dual­mente messo da parte e ho sen­tito l’impulso di fare un film con lei, un film che rac­con­tasse la sua sto­ria. I nostri incon­tri mi ave­vano creato una curio­sità asso­luta di sapere di più della sua vita, di inda­gare dove que­sta donna pren­desse l’energia per affron­tare le fati­che di Ercole della tra­du­zione. Così dopo quat­tro mesi le ho pro­po­sto il progetto.
Come ha reagito?
Ha detto subito sì, con faci­lità. Ma poi quando ho ini­ziato a spie­garle le varie fasi di rea­liz­za­zione, si è messa a ridere: non riu­sciva a capire il per­ché del mio inte­resse. Com­pren­deva l’attenzione per il suo lavoro come tra­dut­trice ma non quella verso la sua persona.
Che rap­porto ha col cinema? Lo segue?
Va a tea­tro, ma raris­si­ma­mente al cinema. Ciò nono­stante, quando le ho mostrato il film ha fatto osser­va­zioni da cri­tica raf­fi­nata. Fare un film ha molto in comune con il tra­durre. Lei non com­prende le que­stioni tec­ni­che, ma per­ce­pi­sce l’essenza. Quando un film è finito è come un testo, non lo leggi da sini­stra a destra in modo con­se­quen­ziale, lineare, ma secondo un movi­mento che parte dalla fine. La fine è come una fine­stra attra­verso cui è pos­si­bile abbrac­ciarlo tutto e riper­cor­rerlo a ritroso. Da tempo avevo matu­rato den­tro di me que­sto pen­siero ma non l’avevo mai con­di­viso con nessuno.
Come siete arri­vati alla prima immagine?
Nelle fasi ini­ziali del pro­getto avevo biso­gno di una sua foto per com­ple­tare il dos­sier da sot­to­porre ai pro­dut­tori. Ma dopo ogni incon­tro tor­navo a mani vuote. Non ero capace di chie­derla vera­mente e lei, dal canto suo, mi liqui­dava con un “la pros­sima volta”. Intanto il tempo pas­sava e i miei col­le­ghi non riu­sci­vano a capire il per­ché delle mie dif­fi­coltà: “Quest’uomo è pazzo, non rie­sce a fare una foto”. Fin­ché un giorno final­mente sono riu­scito a pro­porle di farne una insieme, tenendo io stesso la mac­china (per for­tuna ancora non si diceva “sel­fie” …, ndr). Da quel momento in poi il film è par­tito. E non le è impor­tato più che la ripren­des­simo men­tre lavo­rava ai testi o in cucina. Tutto ha comin­ciato a fluire.
Dal film emerge una gran­dis­sima capa­cità di attesa e di ascolto, di rice­zione dei silenzi, delle pause, dei bisbi­gli, delle minime varia­zioni del suo stato emo­tivo. Avevi avuto qual­che espe­rienza di rela­zione rav­vi­ci­nata con una per­sona così anziana, una parente o altro?
Sì, ma non così vicina, e poi ogni rap­porto è dif­fe­rente. Quando fac­cio un film, non è su qual­cuno, ma con qual­cuno. Allora devo rispet­tarne il ritmo. Capire quando è pos­si­bile bus­sare alla porta, senza però aprire e aspet­tando che mi si apra dall’interno. Per fare un film su di te potrei rico­prirti di domande. Ma non è detto che tu mi dica nulla. Forse tra un mese forse tra un anno tu mi apri­rai la tua porta. O forse mai. Certo io posso bus­sare un po’ più forte, ma se sfondo la porta come un ladro non tro­verò mai i tuoi veri gio­ielli. I veri gio­ielli mi arri­ve­ranno sol­tanto attra­verso un dono volon­ta­rio. Nel caso di Sve­tlana Geier ci sono voluti 8 mesi per appro­dare a quella prima foto. Solo allora i fiori si sono aperti.
Adesso lei sem­bra non accet­tare nulla che non voglia inte­ra­mente, ma c’è stato un tempo in cui ha dovuto accet­tare cose orri­bili che non voleva.
Sì, ha vis­suto cir­co­stanze sto­ri­che in cui non c’era scelta. O solo una scelta minima. Quando gli eventi più duri sono acca­duti era dav­vero molto gio­vane. Così la sua cono­scenza di quanto stesse real­mente avve­nendo si è svi­lup­pata solo in un secondo tempo. Allora, come lei stessa si è defi­nita, era sol­tanto “una ragaz­zina appas­sio­nata di lin­gue”, lon­tana dalle que­stioni poli­ti­che. Eppure è stato a quel tempo che è stata get­tata nel mezzo di cir­co­stanze sto­ri­che enormi. Sta­lin, Hitler, la Sto­ria più folle a cui lei ritiene d’essere soprav­vis­suta pro­prio gra­zie alla sua natura naïf. Sve­tlana non ha avuto paura di nes­suno. Nei sol­dati tede­schi o russi vedeva gli esseri umani, i vec­chi e i ragazzi e non le uni­formi, con tutto il loro carico sim­bo­lico atroce. E non ha mai avuto timore nem­meno delle situa­zioni più peri­co­lose (come le volte in cui è stata con­vo­cata dalla Gestapo). Come accade coi cani, sen­tiva che se solo avesse mostrato di avere paura, sapeva sarebbe stata perduta.
Infatti, mal­grado tutte le cose inso­ste­ni­bili che ha dovuto attra­ver­sare è come se avesse una stella che la protegge.
Credo sia così. Le per­sone che amava sono morte o hanno subito cose orri­bili. In que­sta scena mor­ti­fera lei pensa a sé come a una son­nam­bula: si aggira intorno ai corpi di chi non c’è più, e nono­stante il dolore immane soprav­vive a tutto que­sto. Ciò che sente è di avere dei debiti, di dover ripa­gare il fatto di avere avuto una vita così lunga e densa. Per que­sto, come si dice all’inizio del film, tra­duce, per resti­tuire alla vita ciò che le ha rega­lato. La tra­du­zione è stata dav­vero la sua chiave per soprav­vi­vere all’inimmaginabile.
Il lavoro di tra­du­zione in Ita­lia è spesso in ombra e mal pagato.
È incre­di­bile, se pen­siamo che la mag­gior parte dei libri che leg­giamo è opera dei tra­dut­tori. In realtà è un lavoro fati­co­sis­simo, ma per lo più si crede che si tratti di “copiare” da una lin­gua all’altra, cosa che è un totale misun­der­stan­ding, come lo è il cre­dere che fare un docu­men­ta­rio sia “copiare” la realtà. Invece ci sono molte simi­li­tu­dini tra il lavoro docu­men­ta­ri­stico e quello della tra­du­zione. Nova­lis diceva che tutta la poe­sia è tra­du­zione. E a quel tempo il ter­mine “poe­sia” si usava per inten­dere l’arte in senso lato. Alla fine credo che tutta l’arte sia tra­du­zione. Penso che que­sto sia il punto.
Tor­nando al pas­sato di Sve­tlana: lei aveva capito per­ché suo padre era stato arrestato?
Il padre di Sve­tlana era un inge­gnere agra­rio di un certo suc­cesso tanto che il mini­stero gli aveva rega­lato una mac­china che lui aveva scam­biato con una dacia, dal momento che allora a Kiev non esi­ste­vano strade dove poter gui­dare. Non si cono­scono le cause del suo arre­sto: se l’accusa fosse di par­te­ci­pa­zione ad atti­vità rivo­lu­zio­na­rie o pos­sesso di armi, comun­que nulla che avesse alcun aggan­cio con la realtà. Credo che Sve­tlana per­ce­pisse l’estraneità di suo padre a quanto gli stava acca­dendo senza però com­pren­dere il con­te­sto poli­tico che stava die­tro il suo arresto.
Par­lando del padre, lei si sof­ferma sul pezzo di carta che ne atte­sta il rilascio.
Fu un fatto abba­stanza straor­di­na­rio. Chi veniva arre­stato non tor­nava più a casa. Milioni sono stati uccisi e solo un migliaio rila­sciati. Infatti non esi­steva nem­meno un vero e pro­prio modulo che cer­ti­fi­casse il rila­scio e il foglio che lei mostra sem­bra più un ver­bale per una multa. Quanto alle cause del rila­scio nem­meno quelle sono note. Sve­tlana mi ha però par­lato di un sogno fatto dal padre quando era in pri­gione, che poi le aveva rac­con­tato nell’ultimo periodo della sua vita.
Si tro­vava in una stan­zetta con un fine­stra. E nella stanza c’era un uccel­lino. L’uccellino voleva fug­gire via dalla fine­stra ma non poteva per­ché in mezzo alla stanza c’era uno stec­cato fitto e alto che gli impe­diva di rag­giun­gerla. Così gli si lan­ciava con­tro, senza però riu­scire a forarlo: insi­steva fino a ferirsi, ma non per que­sto rinun­ciava. Alla fine, con un ultimo sforzo, si stac­cava da terra e tutto san­gui­nante riu­sciva final­mente ad attra­ver­sarlo e a volare via.
Il padre era molto razio­nale, aveva stu­diato mate­ma­tica ed era un grande gio­ca­tore di scac­chi. Fece que­sto sogno in car­cere una notte in cui, dopo essere stato tor­tu­rato, aveva deciso di ucci­dersi. In una cella c’erano fino a 30 40 uomini e molti si ucci­de­vano senza che gli altri faces­sero nulla per fer­marli, anzi rispet­tan­doli nella loro scelta. Così quella notte il padre di Sve­tlana voleva fare lo stesso, ma poi sfi­nito si era addor­men­tato e aveva fatto que­sto sogno così visio­na­rio. Qual­che giorno dopo era stato rila­sciato. Anche la sto­ria dell’orologio è incre­di­bile. Lo aveva dovuto con­se­gnare al momento dell’arresto, ma al rila­scio gli era stato resti­tuito per­fet­ta­mente fun­zio­nante. E tutto que­sto è assurdo per un sistema così feroce. Quell’orologio Sve­tlana lo porta ancora oggi ed è lo stesso che si vede nel film.
Giun­gendo al nodo più acu­mi­nato di que­sta sto­ria, sia per chi vede il film, sia, imma­gino, in pri­mis per chi l’ha fatto: il momento in cui il trac­ciato di Sve­tlana Geier incro­cia non solo l’occupazione nazi­sta del suo paese, ma anche la cono­scenza diretta di alcuni uffi­ciali nazi­sti. Allora è ine­vi­ta­bile chie­dersi come cia­scuno di noi avrebbe agito. Nell’intreccio ter­ri­bile e filo­so­fico della sua vita, sarà il suo lavoro di tra­dut­trice e di media­zione con alcuni uffi­ciali nazi­sti, che le sal­verà vita, dan­dole poi la pos­si­bi­lità di espa­triare in Ger­ma­nia. C’è un punto incan­de­scente del film, in cui le poni dif­fi­ci­lis­sime ma indi­spen­sa­bili domande circa la sua con­sa­pe­vo­lezza del tempo, anche innanzi all’eccidio di Babij Iar, dove viene tru­ci­data la sua amica più cara. 
Sono momenti di sospen­sione asso­luta, in cui come esseri umani siamo attra­ver­sati da domande inso­ste­ni­bili, da cor­renti algide che ci pro­strano lascian­doci con infi­niti inter­ro­ga­tivi. Dal mio con­tatto con Sve­tlana Geier ho potuto capire che la sua rela­zione con la Ger­ma­nia tra­scende l’associazione tra la nazione e il nazi­smo. Lei con­ce­pi­sce la terra tede­sca come una grande barca custode di incre­di­bili tesori di cul­tura, come Schil­ler, come Goe­the, come Tho­mas Mann. Nel corso della sua sto­ria la barca fu occu­pata da Hitler e dai nazi­sti. I suoi tesori cad­dero nelle mani sba­gliate, ma que­sto non ne muta il valore, né cam­bia la vera natura della barca che non coin­cide con l’ideologia nazista.
E nello spe­ci­fico del rap­porto tra Sve­tlana e Kerssenbrock?
C’è un gran­dis­simo stra­nia­mento: con lui, come con altri tede­schi, ha intrat­te­nuto buoni rap­porti; alcuni, inspie­ga­bil­mente, anche a rischio di gravi con­se­guenze per­so­nali, l’hanno aiu­tata. Quindi a quel tempo, come dice espres­sa­mente, non è avve­nuta per lei l’identificazione tra quelle per­sone e i nazi­sti, qual­cosa che è soprag­giunto dopo. Quanto a Kers­sen­brock, una delle prime deci­sioni prese da Hitler quando salì al potere fu di far sì che i più alti gradi dell’esercito, anzi­ché giu­rare sulla nazione tede­sca, giu­ras­sero sulla sua per­sona. Que­sto poneva gli uffi­ciali nella con­di­zione di non poter rom­pere il giu­ra­mento. Rom­perlo era la fine di tutto e non restava che ucci­dersi. Sve­tlana non giu­sti­fica Kers­sen­brock, ma riflette sui mec­ca­ni­smi psi­co­lo­gici che lo tene­vano vin­co­lato, qual­cosa di incom­pren­si­bile per noi oggi se pen­siamo che i poli­tici non fanno che smen­tire con­ti­nua­mente quanto hanno pro­messo. Per opporsi Kers­sen­brock avrebbe dovuto distrug­gere tutto il sistema men­tale in cui era immerso, cosa che non accadde.
La strut­tura del film segue un arco di tempo molto ampio, ad abbrac­ciare non solo il pas­sato di Sve­tlana Geier ma anche la malat­tia e la morte del figlio. È avve­nuta durante la lavo­ra­zione del film? Deve essere stato qual­cosa di indicibile.
Sì, è stato così. C’è stato un enorme momento di crisi quando suo figlio ha avuto l’incidente. Sve­tlana andava a tro­varlo in ospe­dale e ha smesso di lavo­rare. Così non sape­vamo più niente, cosa sarebbe acca­duto al figlio e se lei sarebbe stata in grado di con­ti­nuare ancora. Tutto era sospeso, senza più dire­zione. Allora mi sono detto, basta, que­sta è la realtà, non resi­stere, arren­diti a quanto sta acca­dendo. Suo figlio se ne sta andando, sii parte della cosa e attendi. A quel punto è stata lei a venirci incon­tro. L’incidente avve­nuto al figlio aveva aperto le porte del suo pas­sato e reso pos­si­bile una nuova parte del viaggio.
Il figlio somi­glia mol­tis­simo al padre di Svetlana.
È qual­cosa di sor­pren­dente che abbiamo sco­perto insieme. Ci stava rac­con­tando dell’orologio del padre ed è andata al piano di sopra per pren­dere una sua foto. Allora ci ha detto che se a quin­dici anni si era tro­vata nelle con­di­zioni di dover aiu­tare suo padre senza sapere bene come farlo, adesso a 85 sapeva come aiu­tare suo figlio. A distanza di set­tanta anni, la vita l’aveva messa di nuovo nella con­di­zione di fare l’infermiera nei con­fronti di chi più amava.
In que­sta sto­ria dram­ma­tica c’è un filo di iro­nia, un bril­lio che di tanto in tanto fa capo­lino dagli occhi della signora Geier, spe­cie nei momenti in cui tra­duce; il suo spi­rito è più che mai sofi­sti­cato e sem­pre spiazzante.
Fa parte del suo modo di essere, della sua intel­li­genza, ma anche del suo modo di vivere il lavoro di tra­dut­trice. Lavora per anni a un unico testo, fino a memo­riz­zarlo inte­ra­mente, fino a che diventa parte della sua stessa vita. Tra­du­cendo si sco­prono le infi­nite pos­si­bi­lità delle lin­gue, come dell’esistenza. Ed è molto affa­sci­nante sce­gliere, scoc­care la frec­cia con la mag­giore pre­ci­sione pos­si­bile. C’è spa­zio per tutto, per la serietà più asso­luta e per l’umorismo. È per que­sto che la cul­tura rende così ricca la vita.
Alla fine di que­sto lunga sto­ria di vita e cinema, cosa ti uni­sce a Dostoevskij.
È stata l’origine della mia ricerca e il motivo per cui ho voluto incon­trare Sve­tlana Geier. In tutti i suoi romanzi Dostoe­v­skijsi pone que­sta domanda: chi sono? Come è fatta la mia anima? Per­ché, come dice Sve­tlana, quando Raskòl’nikov sta per ucci­dere l’anziana usu­raia noi tre­miamo con lui, con l’assassino, spe­rando che rie­sca nel suo intento? Ricorda anche che la domanda che attra­versa tutta l’opera di Dostoe­v­skij è: il fine può giu­sti­fi­care i mezzi e dun­que ren­dere conto di una vita? Qual­cosa che riguarda sia la poli­tica mon­diale, chi detiene il potere, sia le sin­gole vite di ognuno. Credo che oggi que­sta sia una delle domande fon­da­men­tali e con­di­vido la rispo­sta di Dostoevskij, che mai, in nes­sun caso il fine può giu­sti­fi­care i mezzi. Cosa pos­sono fare isti­tu­zioni come L’Onu o la Croce Rossa se i primi a non man­te­nere le pro­messe, a non rispet­tare i prin­cipi con­di­visi sono i grandi stessi? E se loro non rispet­tano que­ste regole basi­lari come pos­sono aspet­tarsi che lo fac­ciano gli altri? È il cat­tivo esem­pio, come per i bam­bini, è la cata­strofe di Guan­ta­namo, la cre­di­bi­lità della poli­tica occi­den­tale distrutta. Pra­ti­care le pagine di Dostoe­v­skij, le infi­nite sot­ti­gliezze della sua scrit­tura illu­mi­nata, come fa Sve­tlana Geier, può creare anti­corpi, par­ti­celle impal­pa­bili di resi­stenza a tutto questo.
Marzo 2014. Quali vie ha seguito il bril­lio di Sve­tlana Geier.
Abbiamo con­ti­nuato a sen­tirci anche dopo la fine del film. Ha par­te­ci­pato a una prima al festi­val Visions du Réel di Nyon e ad altre pro­ie­zioni. Poi pian piano, nel 2010, è diven­tata sem­pre più debole e ha tra­scorso gli ultimi due mesi a letto. Se ne è andata la notte tra il 7 e l’8 di novem­bre. È stata una fine senza sof­fe­renze acute. Come era suo desi­de­rio, è morta nella sua casa, con sua figlia accanto, tra le sue cose, la sua tazza di tè, i suoi libri. Pacificamente.
Cosa credi che avrebbe pen­sato di quanto sta acca­dendo in Ucraina?
Non è sem­plice da dire. Non ho mai par­lato spe­ci­fi­ca­mente con lei della situa­zione poli­tica nel suo paese d’origine, anche se so che aveva sim­pa­tia per la rivo­lu­zione avve­nuta dieci anni fa. Biso­gna tener pre­sente che era nata e cre­sciuta in Ucraina ma che la sua cul­tura, i suoi geni­tori erano legati alla Rus­sia, che a casa par­la­vano russo. D’altra parte, aveva vis­suto sulla pro­pria pelle snodi cru­ciali della sto­ria ucraina del 900, lo sta­li­ni­smo prima e poi il nazi­smo e il filo della sua vita era stato pro­fon­da­mente legato ai destini di quel paese. Suc­ces­si­va­mente gli eventi l’avevano con­dotta a lasciare l’Ucraina per la Ger­ma­nia, senza tor­nare se non dopo mol­tis­simi anni. Ecco, quel viag­gio, che ho rac­con­tato nel film, dà forse il senso di quanto forte e dolo­rosa insieme fosse per lei la memo­ria delle sue radici (sulla tomba del padre chiede alla nipote di por­tare con sé un rametto della sua terra, per la nonna, ossia per se stessa, quando a sua volta morirà, ndr). Se cerco allora di imma­gi­nare cosa avrebbe pen­sato, credo che pro­ba­bil­mente si sarebbe sen­tita molto ama­reg­giata del fatto che l’Ucraina sia diven­tata mate­ria di gio­chi poli­tici tra Putin e gli inte­ressi Occi­den­tali. Dun­que credo che sarebbe molto sospet­tosa e cri­tica su quanto accade.
E tu cosa ne pensi?
Al momento credo che sia molto dif­fi­cile giu­di­care. Mi sem­bra una situa­zione ete­ro­ge­nea che vede coin­volti inte­ressi dif­fe­renti. A quanto so, anche da fonti dirette, in Ucraina al momento ci sono per­sone molto impe­gnate, che lot­tano dav­vero per la demo­cra­zia, ma è vero che ce ne sono anche altre estre­ma­mente nazio­na­li­ste. Quindi è dif­fi­cile capire quale dire­zione possa pren­dere il paese adesso. Anche l’Ue poi non rie­sce a inter­fac­ciasi con una sola voce, la sua debo­lezza è data dalle troppe moti­va­zioni par­ti­co­la­ri­sti­che al suo interno e in que­sto stato di cose cao­tico, Putin ha buon gioco.
La sto­ria di Sve­tlana Geier lam­bi­sce la sto­ria ucraina, quella russa e quella tede­sca e la dif­fi­coltà a con­ci­liare le diverse componenti …
La situa­zione degli ex paesi sovie­tici si può para­go­nare a quelli della ex Jugo­sla­via, al covare di con­flitti e di con­trad­di­zioni sto­ri­che anti­che che poi a un certo punto sono esplose. È per que­sto che quello dell’Ucraina, che riflette la com­ples­sità dell’Europa, è un lungo pro­cesso che non può tro­vare solu­zioni imme­diate. Sve­tlana Geier cer­cava di creare con­nes­sioni, di costruire ponti tra cul­ture diverse e que­sto era gran­dioso per­ché lei capiva che le dif­fe­renze sono un van­tag­gio, la ric­chezza che si genera dallo scam­bio. Capirsi è una que­stione di cul­tura, di pazienza, di atten­zione alle sfumature.