lunedì 16 dicembre 2013

Lucia Annunziata su Renzi

Renzi dà l'addio alla "meglio gioventù". La ribellione generazionale cambia la narrativa del paese
Huffington Post, 16 dicembre 2013

La frase più efficace, o almeno quella che a me è sembrata la migliore nel segnare il crinale di un passaggio, è stata: " Basta pensare che la meglio gioventù sia nata e morta con l'alluvione di Firenze". La questione generazionale è stata ancora una volta la chiave del successo con cui il neosegretario Matteo Renzi a Milano ha preso d'impeto il suo Partito e lo ha portato dalla sua parte.
Chiave generazionale che nulla ha a che fare con la stucchevole, e francamente banale, questione della rottamazione, della stima fra vecchi e giovani, e bolle teoriche del genere. Il ricambio generazionale è sempre una presa del potere a mano armata, non avviene mai in maniera indolore, e la mia generazione (che è quella oggi ampiamente rottamata) con i suoi vecchi all'epoca ha saputo fare di ben peggio di quel che oggi ha fatto Renzi. Infatti, come ci si poteva aspettare, questa parte banalizzante del ricambio di età, è arrivata all'appuntamento milanese già ampiamente sgonfia, avviata, con la elezione di Cuperlo, sulla strada di pragmatiche soluzioni.
La interpretazione generazionale più autentica riguarda invece la memoria, e l'eredità che compongono e giustificano l'investitura nel presente della classe dirigente di una società. Il dominio di una generazione ha infatti quasi tutto a che fare con la interpretazione del suo passato. In questo l'Italia è certo un paese di superconservatori, ancor prima che di anziani. Un paese in cui il vuoto di visione da anni viene coperto da una versione mitizzata, e dunque distorta, del tempo che fu.
Nella nostra immaginazione collettiva - e non solo quella di sinistra, va detto - il passato si è fissato in una sorta di età dell'oro rispetto a cui tutto il resto è una unica, lunga , strada di decandenza. Dalla Resistenza prima, dal glorioso Dopoguerra poi e, perfino, da un Sessantotto raccontato come non è mai stato, quello di una non casualmente autodefinitasi "meglio gioventù'" di cui si ricordano in metafora l'alluvione, ma non le rotture, gli errori e anche orrori che ha commesso.
Questa memoria ricostruita (la polemica qui, ripeto, è contro la finzione della memoria, non è la negazione dei meriti del passato) è in effetti diventata la maggiore forza di resistenza al cambiamento che conosciamo perché ha fondato l'idea che di teste come quelle che in passato hanno fatto politica (ma ugualmente si può dire per tutte le altre istituzioni, incluso il mondo imprenditoriale) non se ne sono prodotte più. Al punto che tocca ancora oggi a queste teste continuare (magari mentre si lamentano per il peso della responsabilità) a ragionare, a tenere insieme il paese, ad essere responsabili per tutti gli irresponsabili e gli "ignoramus" che popolano il nostro territorio.
Nel senso di questa missione degli anziani c'è tutto il disprezzo, e neppure tanto sottile, per giovani cui si attribuisce una minorità intellettuale permanente. Giovani corrotti, si dice, da una società consumista, dalla società del successo facile, e dalla mancanza di una "vera cultura". In queste due affermazioni ci sono due fantasmi che spuntano anche senza farne il nome: quello di Silvio Berlusconi, cui si intesta la corruzione degli attuali "mores", e quello di Internet, come viene chiamata con semplificazione, quella rivoluzione tecnologica che ha portato un cambiamento che i vecchi non capiscono e di cui si liberano dicendo che è la fine dell'umanesimo, della vita sociale, dei diritti, insomma, della cultura occidentale "alta".
Si capisce bene come questa visione del mondo sia (occasionalmente) all'origine delle Larghe Intese, e (strategicamente) la base di una visione crepuscolare, triste, avvolta in un permanente velo luttuoso, del declino della nostra società. Di una dell'Italia sull'orlo del baratro, e di italiani troppo immaturi per votare e ancora più immaturi per esprimersi in politica. Che debbano insomma essere salvati da se stessi, dal loro populismo brado e dalla loro ignoranza, ad opera di un manipolo di quel che rimane della "meglio gioventù", sentinella permanente ed effettiva sulla retta via.
Renzi, come lui stesso ha detto, ha usato toni spesso non condivisibili per sfondare questo muro di resistenza. Lui stesso ha definito "forse volgare" il termine rottamazione - e certo un filo di ombra di eutanasia si è sempre steso su questa parola. Ma a Milano sembra aver finalmente portato a segno la spiegazione delle sue stesse idee, ribaltando il senso della narrazione dei nostri tempi. Ridando in mano ai giovani la supremazia in questo momento della frontiera culturale: "I giovani non hanno mai avuto tale accesso al sapere, non hanno mai avuto un tale deposito di cultura a cui attingere".
Osando attaccare quello stupidario sull'Italia cui si è ridotta, con il tempo, la storia dei giovani che vanno a studiare all'estero, diventati simbolo di una malfunzione del paese invece che naturale ristrutturazione (e ambizione) del mercato del lavoro globale. "Ne ho incontrato uno che si è presentato", ha raccontato Renzi, "dicendo 'sono un tipico cervello all'estero'. Dopo che gli ho parlato gli avrei detto 'e ci puoi pure restare, viste le sciocchezze che mi hai detto'. Non è che uno è un cervello solo perché è all'estero. I cervelli sono anche in Italia".
Sembrano solo osservazioni, ma sono tutti pezzi di un racconto diverso, in cui il nostro paese , descritto come un luogo in profonda crisi economica, non è certo però in crisi di energie e progetti. Un paese con le mani legate da burocrazia e resistenze - in cui quelle della politica risultano persino minori se comparate a mandarinati statali, furberie, e avvilimento di ogni meritocrazia - ma non della forza d'urto intellettuale e sociale per farcela.
È questo cambio di sguardo il vero elemento di novità, perché tocca una corda profonda nel cuore dei 35/40enni italiani che si avvertono come una generazione mandata al macero dai propri adulti. Renzi sa restituire loro un ruolo, e se non potesse contare sulla loro forza d'urto l'accelerazione che ha proposto nel programma politico non avrebbe senso. Riforma elettorale (entro gennaio), riforme politiche, semplificazione del mercato del lavoro, diritti, cittadinanza. Tutto e subito, ha promesso Renzi. Con coraggio forse maggiore del realismo. E, forse senza volerlo, ma chissà?, riprendendo una parola d'ordine proprio di quella"'meglio gioventù'' che ha appena sostituito.