lunedì 30 dicembre 2013

Hannah Arendt: la politica, il nuovo, la libertà

Laura Boella
La politica ha senso in se stessa: il mito della polis ateniese
Europa, 13 agosto 2013
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Meritano una rilettura le pagine di Vita activa in cui alla «condizione umana» viene restituita la sua massima prerogativa, quella di «dare inizio», di introdurre il «miracolo» del nuovo nel mondo. L’attuale crisi della politica ha dei tratti inconfondibilmente nuovi, e non si tratta semplicemente di rileggere un “classico”. Occorre piuttosto cogliere fino in fondo l’effetto straniante (Arendt fu acuta lettrice di Brecht), lucido e per nulla idealizzante, della concezione arendtiana di politica.
Vita activa si propone di ridefinire il concetto di azione. Dopo averla distinta dal “lavoro” – l’attività dell’animal laborans che corrisponde allo scambio organico tra uomo e natura necessario per la riproduzione della vita biologica – e dall’«opera» – l’attività di fabbricazione attraverso cui l’uomo crea una «seconda natura», producendo beni durevoli, dagli oggetti d’uso alle opere d’arte – l’«azione» nel senso autentico del termine rappresenta la massima espressione della dignità umana, l’attività attraverso cui l’individuo dà senso alla propria esistenza, riscattandosi dai vincoli biologici e affermando la propria unicità. Ne sono esempio la virtù del cittadino della polis, il coraggio dell’eroe omerico. L’azione diventa propriamente principio dell’agire politico quando si coniuga con la pluralità e con il discorso. Nasce così lo «spazio pubblico», ossia la forma di comunità che per Arendt ha la realtà dell’«agire di concerto» nel mondo comune. Si tratta di una realtà radicalmente intersoggettiva e relazionale. Non coincide con alcun territorio o spazio determinati, sta prima delle varie forme di governo o di organizzazione della vita pubblica, e coincide essenzialmente con la possibilità dell’essere insieme.
Nello spazio pubblico così delineato si configura un’accezione di politica radicalmente contrastante con la tradizione del pensiero moderno. La politica non soggiace alla logica mezzo-fine, e non è ispirata al principio della sovranità, bensì ha il suo fine in se stessa, nel consentire agli esseri umani di riconoscersi e di attestare la realtà del mondo come spazio di visibilità e di discorso. La politica è una possibilità sempre aperta per chiunque, ma intrinsecamente fragile, è esercizio di un “potere” di iniziativa che non ha nulla a che vedere con la forza o con la violenza, bensì è tutt’uno con la libertà.
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testi http://machiave.blogspot.it/2013/01/hannah-arendt-unidea-alta-della-politica.html