domenica 3 novembre 2013

Camille Paglia, le provocazioni di una femminista dissidente

Alessandra Farkas
Ci salveranno i camionisti
intervista a Camille Paglia
Corriere della Sera, La Lettura, 3 novembre 2013

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Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».
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In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».
Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang, mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».
Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class, il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».
Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City. Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».