lunedì 17 aprile 2017

L'opera dei Turchi a Prignano




Roba da Medioevo, si direbbe. E non è una tradizione riscoperta da qualche anno. No, no, lo spettacolo pubblico che si inscena a Prignano Cilento (Salerno) si ripete da sempre a memoria d'uomo ogni anno il lunedì dopo Pasqua. Il luogo esatto è la piazza davanti alla Chiesa di San Nicola, tra il giardino di palazzo Cardone e i campi. Il travestimento degli attori è approssimativo, rinvia a un mondo che si vuole lontano, i turchi a tavola mangiano spaghetti in modo selvaggio. Di fronte al miracolo, nel primo dei due episodi messi in scena, restano con gli spaghetti pendenti dalla bocca.
Perché lo spettacolo sopravvive? In parte per l'attaccamento alla tradizione, in parte per la rispondenza a un bisogno elementare di giustizia. Il malfattore è in qualche misura una sorta di alieno. Le repliche sono codificate, tornano uguali nelle parole e perfino nel tono. Gli attori improvvisati recitano a voce alta per farsi sentire dalla piccola folla raccolta sulla piazza. La lingua della recita è l'italiano, un italiano che non sempre arriva a nascondere il fondo dialettale sottostante ("Diodato! Vieni mangia"): la lingua della legge e del destino inesorabile.

Nel primo atto viene ricordato il miracoloso salvataggio di Diodato, un adolescente cristiano rapito dai Saraceni. La scena si apre con una tavola imbandita, dove un gruppo di Saraceni (chiamati genericamente “i Turchi”) si accinge a consumare un lauto pasto. A servirli è appunto lo sfortunato Diodato. In più occasioni il “Capoturco” lo provoca, invitandolo ad abiurare la sua religione e ad unirsi all’allegra compagnia. Diodato, però, rifiuta sdegnosamente l’invito, perché intende celebrare con il digiuno la festa di San Nicola di Bari, a cui è molto devoto. All’ennesimo rifiuto, il temibile Saraceno apostrofa duramente il giovane servo : “Ah, sciocco, sciocco! Se San Nicola fosse realmente un Santo miracoloso, verrebbe qui a liberarti dalla nostra schiavitù!”. A questo punto si compie il primo miracolo. Intenerito dalle esortazioni del fanciullo, il Santo invia un angelo a salvarlo, perché lo porti via, volando, lontano dalla schiavitù dei Saraceni, sbigottiti ed increduli per quanto avviene di fronte ai loro occhi. Questo è uno dei momenti centrali della rappresentazione. Un bambino vestito di bianco, appeso con un robusto gancio ad una carrucola che scorre su una fune, vola cantando dall'albero sotto il  campanile della Chiesa madre fino al palco dove si trova la tavolata dei Turchi. Diodato si aggrappa all’angelo e viene portato via. È questo il “volo dell’angelo”, che riempie di angoscia e stupore gli astanti, fin quando i due non approdano di nuovo all'albero, con le campane che suonano a festa.
La seconda scena racconta invece un episodio della vita del Santo, quando era ancora vescovo di Myra. Nicola desidera rifocillarsi dopo un lungo viaggio e si ferma in un’osteria. L’oste è un uomo malvagio e senza scrupoli, che non esita a dare in pasto ai suoi avventori tenera carne di bambino, spacciata per “tonnina”. Nicola, però, consapevole del turpe inganno, ordina all’oste di mostrargli il tino dove viene conservata la carne. Non appena la botte viene scoperchiata, quattro bambini escono fuori, vivi e vegeti, ringraziando il vescovo Nicola, che li aveva resuscitati con la forza della preghiera. Scoperto il terribile segreto, l’oste non può evitare la punizione capitale. Viene così condotto da una guardia nel fortilizio della città, per essere bruciato vivo. La scena dell’esecuzione viene riprodotta con una esplosione di petardi, alla quale segue un lungo applauso liberatorio degli spettatori. L’uccisione dell’oste, al tempo stesso barbara e simulata, ristabilisce l'equilibrio a danno di un personaggio disumano. Di fatto, i muri della prigione patibolo sono costituiti da canne che disfatte dall'esplosivo vanno subito in pezzi. L'oste che è persona nota al pubblico fugge dalla prigione patibolo tra gli scoppi dei petardi. L'applauso che segue festeggia tutto, la punizione e la libertà.

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