sabato 7 gennaio 2017

La leggenda di Teodorico


Fiorella Simoni, Il re che scese agli Inferi, Storia e dossier, giugno 1987, pp. 49-50

Due rilievi situati sul lato destro, in basso, della facciata di San Zeno in Verona rappresentano, rispettivamente, un cavaliere in corsa ed un cervo braccato dai cani che si avvicina alle dimore infere, dove un demonio è in attesa. In entrambi i riquadri è apposta un'iscrizione latina, che nel primo riquadro dice: "O re stolto! Chiede un tributo agli inferi. E subito è pronto il cavallo che il demonio iniquo ha inviato. Esce nudo dall'qcqua e va verso gl'inferi per non tornare"; e nel secondo: "Gli vengono donati uno sparviero, un cervo, un cane. E' l'Averno che li dona". Una lunghissima tradizione erudita vuole che questi rilievi (attribuiti generalmente al maestro Nicolò, attivo in Verona intorno al 1138) siano connessi con la leggenda del re goto Teodorico.
Del resto almeno due testi medievali, sia pure più recenti dei rilievi, sembrano fornirci la descrizione puntuale delle immagini scolpite. In uno di questi testi, la saga nordica di Teodorico, del XIII secolo, si legge pressappoco (con la sola eccezione del finale) quello che troviamo nella poesia di Giosuè Carducci: Teodorico, ormai vecchio, è a bagnarsi in una località che da lui prende il nome, quando gli viene annunciata l'apparizione di un cervo straordinario; il re balza dall'acqua e monta su un cavallo nero che gli si presenta davanti, un cavallo da cui non potrà scendere e che lo porterà via senza che si abbia più notizia dilui. Ancora più vicino ai rilievi di San Zeno è il racconto narrato nelle Storie imperiali di Giovanni Mansonario, agli inizi del XIV secolo. Secondo Giovanni il volgo favoleggiava che Teodorico avesse chiesto in dono al diavolo un cavallo e dei cani e che, ricevutili mentre era a bagnarsi, fosse saltato in groppa al cavallo, scomparendo. La dominazione di Teodorico in Italia aveva segnato per molti aspetti un'età felice, di pace e di riordinamento. Ma l'illusione di far convivere in armonia gli Ostrogoti ariani ed i Romani cattolici,era naufragata sul volgere della vita di Teodorico, con le esecuzioni di Boezio e di Simmaco e con la morte in carcere del pontefice Giovanni. Queste fini tragiche gettarono una luce sinistra sulla fine dello stesso re goto, avvenuta nel 526. La sua morte fu subito connessa con quella delle sue vittime e con il suo irrigidimento nell'eresia ariana; per gli storiografi del VI secolo Teodorico sarebbe morto per una colica, come Ario, o addirittura, in una sorta di allucinazione, sarebbe morto di terrore per aver visto, nella testa di un gran pesce imbanditogli a mensa, la testa di Simmaco decapitato. Queste voci persistettero, arricchendosi di particolari drammatici. Nei Dialoghi di papa Gregorio Magno, tra il 593 e il 594, la leggenda ha già raggiunto la forma con la quale avrebbe varcato i secoli. Attraverso tre generazioni era giunto al pontefice il racconto di un eremita di Lipari, coevo di Teodorico, che affermava di aver visto il re discinto e scalzo, con le mani legate, trascinato dal papa Giovanni e dal patrizio Simmaco, e quindi gettato nella bocca di un vulcano.
Se nel mondo latino la figura di Teodorico era divenuta quella di un feroce tiranno preda del diavolo, diversamente si parlava di lui nel mondo germanico. Scomparsi gli Ostrogoti dalla storia con la riconquista giustinianea, il loro più grande re, il conquistatore d'Italia, Teodorico, aveva continuato a vivere nella memoria di tutte le genti germaniche. Così nell'anno 801 l'imperatore franco Carlo Magno ordinava il trasporto ad Aquisgrana di una statua equestre del re goto; e nella Svezia precristiana del IX secolo, come risulta dall'iscrizione runica della pietra di Rök, un padre addirittura "consacrava" suo figlio a Teodorico, già animoso signore di guerrieri che, precisava il testo,"ora siede armato sul suo cavallo, con lo scudo in spalla". E la memoria positiva di Teodorico di Verona [Dietrich von Bern], che pare improntasse antichi canti popolari, ha poi lasciato traccia di sé, tra VIII e XIII secolo, nei carmi eroici e nell'epica germanica. 
Ma anche per le sue genti Teodorico, pur nella sua grandezza, aveva fallito il proprio obiettivo. Ed allora la leggenda romano-cattolica aveva potuto attecchire nel mondo germanico, sia pure con un sostanziale mutamento: Teodorico era sceso all'inferno, ma non come ombra perseguitata da ombre romane, bensì solo, assiso su un cavallo nero, e vivo. I rilievi di San Zeno costituirebbero in tal senso la prima attestazione dell'evoluzione eroico-fantastica della leggenda cattolica, una evoluzione su cui si intratteneva criticamente, pochi anni dopo l'esecuzione dei rilievi veronesi, il vescovo di Frisinga Ottone, zio di Federico Barbarossa. Non tutti però dimostravano lo stesso aristocratico scetticismo del prelato svevo. Alcuni parlavano invece di apparizioni del re goto. Annali provenienti dalla città di Colonia registrano nell'anno 1197 la comparsa, presso la Mosella, di un fantasma di straordinaria grandezza montato su un cavallo nero. Ad alcuni attoniti viandanti il fantasma avrebbe detto di essere Teodorico, già re di Verona, ed avrebbe annunciato l'avvento di prossime calamità.
Nel mondo germanico la demonizzazione di Teodorico era dunque tanto ambigua, e tanto carica di tensione eroica, da sconfinare in una esaltazione privilegiata del personaggio, condannato ad una sorta di demoniaca immortalità. Come Artù, come Carlo Magno, come Federico Barbarossa, anche Teodorico, in questa visione, non avrebbe mai cessato di far parte della storia del mondo. La leggenda che lo aveva fatto discendere vivo agli inferi lo voleva ancora presente in terra: come apparizione profetica, come guerriero fantasma, o ancora nel folklore del XIX e del XX secolo, come guida delle notturne schiere infernali, nella cosiddetta Caccia Selvaggia. E' possibile che i rilievi di San Zeno siano da porre in relazione con un'aura di attesa fiabesca che già circondava la figura di Teodorico. Ma, mentre si eternava nel marmo la leggenda di una sua fine straordinaria, si smentiva, con le parole incise, ogni corollario di umbratile sopravvivenza: Teodorico, disceso vivo agli inferi, non sarebbe tornato mai più. E' possibile però che l'immagine scolpita, testimone di una fine fuori da ogni norma, abbia ridato vita all'antica credenza pagana di un Teodorico re sacro, signore di battaglie, alimentando le voci di un suo ritorno.In realtà non abbiamo neppure l'assoluta sicurezza che i rilievi di San Zeno siano nati in riferimento a Teodorico. Resta comunque il fatto che in Verona, la città che aveva legato indissolubilmente il suo nome a quello di Teodorico, nella figura a cavallo diretta agli inferi la tradizione interpretativa ha ravvisato, pressocché unanime, il re goto. I riquadri di San Zeno restano così a testimoniare un diffuso senso di disagio e di incertezza di fronte alle contraddizioni ed all'ambivalenza di un personaggio che aveva voluto reggere in pace due culture diverse, ma aveva poi lasciato dietro di sé un progetto incompiuto ed un problema irrisolto. 

https://it.wikisource.org/wiki/Rime_nuove/Libro_VI/La_leggenda_di_Teodorico


Silvia Pedone, “C’era una volta un Re”. Appunti sul mito di Teoderico nella letteratura e nell’arte, in Rex Theodericvs. Il Medaglione d’oro di Morro d’Alba, a cura di C. Barsanti, A. Paribeni, S. Pedone, Roma 2008, pp. 273-281.