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domenica 19 maggio 2019

Il vero artista e il suo destino





Thomas MannTonio Kröger (1903), traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, Milano 2012

Non parlate di "mestiere", Lisaveta Ivànovna! La letteratura non è affatto una vocazione; è una maledizione, perché lo sappiate. E quando principia a farsi sentire questa maledizione? Presto, terribilmente presto. A un’epoca in cui si potrebbe ragionevolmente pretendere di vivere d’amore e d’accordo con Dio e con il mondo, uno comincia a sentirsi segnato, a rendersi conto d’essere in incomprensibile contrasto con gli altri, coi normali, con la gente ordinaria; sempre più fondo si scava l’abisso d’ironia, d’incredulità, d’opposizione, di lucidità, di sensibilità, che lo separa dagli uomini; la solitudine lo inghiotte, e da quel momento non c’è più possibilità d’intesa. Che destino! Ammesso che nel cuore gli sia rimasto quel tanto di vita, quel tanto d’amore che basti a giudicarlo orribile!… La vostra consapevolezza si infiamma, perché in mezzo ad una massa di migliaia voi sentite che un marchio vi sta impresso in fronte, e capite che a nessuno passa inosservato. Ho conosciuto un attore geniale, che nei suoi rapporti umani doveva lottare contro un morboso senso di timidezza, di precarietà. Tali erano, in quell'artista completo e uomo immiserito, le conseguenze di un esasperato sentimento di sé, insieme alla mancanza di una parte da sostenere; di un compito inerpretativo... Un artista, un vero artista – non uno che abbia l’arte per professione borghese, ma per cui l’arte sia predestinazione e condanna – è distinguibile tra una folla umana allo sguardo meno esperto. Il sentimento di essere a parte, di non fare tutt’uno con gli altri, d’essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e d’impacciato insieme gli sta dipinto in viso. Alcunché di simile potrebbe cogliersi nei tratti di un principe che passi in abiti borghesi attraverso la moltitudine. Non c’è abito borghese che tenga, Lisaveta! Uno può mascherarsi, camuffarsi finché vuole, vestirsi come un addetto d’Ambasciata o un sottotenente della Guardia in permesso: basterà che alzi gli occhi, che debba pronunciare una parola, perché ciascuno sappia che quello non è un uomo, bensì qualcosa di straniero, di scostante, di diverso…»

Charles BaudelaireL'albatro (1857)traduzione di Giovanni Raboni


Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.
L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche.
Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima così bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!
Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali di gigante.

martedì 8 novembre 2016

Thomas Mann, arte e vita borghese



Thomas Mann, Tonio Kröger, parte finale, trad. di S.T. Villani, Garzanti, Milano, 1992 [1903]
pagine conclusive
Tonio Kröger si trovava al nord, e scrisse a Lisaveta Ivanovna, la sua amica, come le aveva promesso.
Cara Lisaveta che ve ne state laggiù nell’Arcadia dove presto ritornerò, scrisse. Eccole, allora una specie di lettera, ma ne resterà delusa, perché intendo tenerla un po’ sulle generali. Non che non abbia niente da raccontare, non che non abbia vissuto, a modo mio, questa o quella esperienza. A casa, nella mia città natale, mi si voleva persino arrestare… Ma di questo riferirò a voce. A volte, ora, ho dei giorni in cui preferisco dire, con buone maniere, qualcosa di generale, piuttosto che raccontare storie.
Si ricorda ancora, Lisaveta, di avermi definito, un giorno, un borghese sviato? Lei mi definì cosi in un momento in cui io, trasportato da altre confessioni che poco prima m’ero lasciato sfuggire, le confessai anche il mio amore per quanto io chiamo «vita»; e mi domando se lei sapesse di cogliere nel segno, se sapesse che la mia borghesia e il mio amore per la «vita» sono una sola e medesima cosa. Questo viaggio mi ha dato l’occasione di rifletterci sopra…
Mio padre, lei lo sa, aveva un carattere nordico: contemplativo, profondo, corretto per puritanismo e tendente alla malinconia; mia madre era di sangue esotico indefinito, bella, sensuale, ingenua, negligente e al tempo stesso passionale, e d’una trascuratezza impulsiva. Senza dubbio, certo, era una mescolanza questa, piena di possibilità straordinarie… e pericoli straordinari. Ed eccone il risultato: un borghese che s’è smarrito nell’arte, uno scapigliato nostalgico della buona educazione giovanile, un artista con la coscienza sporca. In quanto è proprio la mia coscienza borghese che mi fa scorgere in tutta la vocazione artistica, in tutta la straordinarietà e in tutto l’ingegno, qualcosa di profondamente ambiguo, profondamente malfamato, profondamente dubbioso, che mi ricolma di debolezza innamorata per il semplice, il candido, il piacevolmente normale, l’antigeniale e decoroso.
Io sto tra due mondi, in nessuno sono di casa, e per tale motivo mi trovo un po’ in difficoltà. Voi artisti mi chiamate borghese, e i borghesi son tentati d’arrestarmi… non so quale delle due cose mi addolori di più. I borghesi sono stupidi; voi adoratori della bellezza, invece, voi che mi chiamate flemmatico e incapace d’idealità, dovreste ricordarvi che c’è un modo di essere artisti così profondo, dall’inizio e per destino, da non trovare ambizione più dolce e più delicata di quella per le delizie della mediocrità.
Ammiro coloro che, fieri e impassibili, spregiando l'”uomo” si avventurano sul sentiero della bellezza grande e demoniaca… ma non li invidio. In quanto se c’è un che, in grado di fare d’un letterato uno scrittore, quello è il mio amore borghese verso le cose umane, viventi e mediocri. Tutto il calore, tutta la bontà, tutto il brio vengono da quell’amore, e son quasi convinto sia lo stesso di cui sta scritto che può parlare con lingua umana e angelica, senza però essere solo un bronzo sonante o un tintinnante campanello.
Quanto io ho fatto non è nulla, non molto, quasi niente. Farò qualcosa di meglio, Lisaveta… è una promessa. Mentre scrivo il mormorio del mare arriva fin qui da me, e io chiudo gli occhi. E vedo un mondo non ancora nato, allo stato di abbozzo, che vuole essere ordinato e assumere forma, vedo brulicare ombre di figure umane, che fanno cenni a me perché le esorcizzi e le redima: alcune tragiche, alcune ridicole e certe che sono l’uno e l’altro allo stesso tempo… e a queste sono molto affezionato. Ma il mio amore più profondo e più segreto è per i biondi, per quelli dagli occhi azzurri, per i felici puri, per i fortunati, per gli amabili e gli ordinari.
Non biasimi questo amore, Lisaveta; è buono e fecondo. Di desiderio è fatto, e d’invidia malinconica e d’un certo sprezzo e d’una grande, casta, beatitudine .