venerdì 14 febbraio 2025

Calvino, la narrazione indiretta


posizione dello spettatore Pavese
posizione del partigiano Fenoglio, Calvino2
posizione del ribelle, Bobbio, Calvino 1

Parliamo di un fenomeno preciso. Quello per cui un certo numero di persone in Italia, dopo l'8 settembre 1943, nelle regioni occupate dalle truppe tedesche, decisero di darsi alla macchia e di animare la resistenza. Forse il più celebre dei testi che trattano del tema è stato scritto da Beppe Fenoglio e si trova nel romanzo Il partigiano Johnny. Sono le parole poste in apertura: «Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato». Lo spettacolo è ributtante, il personaggio contrariamente alle apparenze non si è volatilizzato, torna a casa dai genitori, di primissima mattina, prende la sua roba e poi torna di nuovo  «sulla collina, in imboscamento». Johnny non sarebbe mai tornato e tuttavia, nel romanzo come nella realtà, passano alcuni mesi prima che scatti il passaggio all'azione. Già in dicembre Beppe partecipa con il fratello Walter all'assalto alla caserma dei carabinieri di Alba, con il risultato di liberare i padri dei renitenti di leva trattenuti in ostaggio. Il mese dopo, il passaggio all'azione è ancora più netto:  "Voglio entrare nei partigiani, con voi". Dopo qualche tentennamento degli interlocutori la saldatura si compie. 
Anche Calvino dopo l'8 settembre in un primo tempo si nasconde. 
Quando, il 9 novembre 1923, esce il bando del generale Graziani per la chiamata alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925, Italo che è nato il 15 ottobre 1943 non si presenta e passa ancora alcuni mesi nascosto nella campagna paterna di San Giovanni.
Nella zona di Sanremo la presenza dei partigiani comunisti in armi sul territorio si fa sentire, il 27 gennaio 1944 il medico Felice Cascione, comunista, viene ucciso in combattimento a Monte Alto, in provincia di Savona. Quando in febbraio si sparge la notizia, il giovane renitente alla leva entra in rapporto con dei compagni operai e decide di aderire al PCI. Cura allora la propaganda comunista tra gli studenti.
In marzo lo troviamo ricoverato all'ospedale militare di Genova, dove cerca di farsi riformare. Qualcosa ottiene, perché non parte soldato ma tra maggio e giugno presta servizio sedentario come scritturale presso il tribunale militare di Sanremo. Solo a metà giugno si dà di nuovo alla fuga e si arruola con il nome di Santiago nel XVI distaccamento della IX Brigata Garibaldi. Non per nulla era nato a Cuba in un villaggio nei pressi dell'Avana, Santiago de las Vegas.
Qui comincia per Italo Calvino una esperienza partigiana che procede a sbalzi, tra fasi di impegno e interruzioni ripetute. Il XVI  distaccamento va in pezzi alla fine di giugno dopo una sconfitta sul campo. Di nuovo si impone un soggiorno a San Giovanni. Dopo alcune settimane, il 15 agosto c'è un nuovo arruolamento con l'aggiunta del diciassettenne fratello Floriano. Si uniscono a una banda badogliana che, dopo aver fronteggiato per due volte il nemico,  il 20 settembre si dissolve.  
Trascorse in estate alcune settimane al riparo nei poderi di famiglia, si arruola di nuovo, sempre col fratello Floriano, stavolta in una banda 'azzurra', cioè badogliana, che dopo due scontri con i nazifascisti (Coldirodi e Baiardo) si scioglie il 20 settembre. Tra ottobre e novembre 1944 fa parte, ancora con Floriano, della brigata garibaldina sanremese Giacomo Matteotti. I tedeschi prendono in ostaggio entrambi i loro genitori, simulando per tre volte la fucilazione di Mario Calvino sotto gli occhi della moglie. Catturato in un rastrellamento, Italo evita la fucilazione immediata grazie a un foglio di licenza militare contraffatto. Messo in carcere, è costretto a integrare i ranghi dei soldati fedeli alla Repubblica sociale italiana (RSI) ma riesce a fuggire dopo tre settimane e si rifugia nella tenuta familiare di San Giovanni, in collina, restandovi fino al febbraio successivo. A quel punto, Italo e Floriano si uniscono alla II divisione d'assalto garibaldina Felice Cascione e non escono più dalle file partigiane fino alla liberazione.  
Lungo tutto questo percorso i reparti ai quali appartengono i due fratelli si trovano più volte impegnati in scontri con le truppe nemiche, nel giugno del 1944, a Carpenosa e Sella Carpe, nel settembre di quell'anno a Coldirodi, nel marzo 1945 a Baiardo. Ricordiamo solo quelli che ci sono sembrati più importanti. La resistenza forma poi l'oggetto di alcune tra le opere narrative dello scrittore Calvino. Ci sono i tre racconti che figurano nella raccolta Ultimo viene il corvo del 1949: La stessa cosa del sangue, Attesa della morte in un albergo e Angoscia in caserma. Sono stati soppressi in successive occasioni per due volte, nel 1958  e nel 1969. Sono stati di nuovo inclusi nella terza edizione di Ultimo viene il corvo (1976). L'andamento intermittente della pubblicazione si spiega con il fatto che il racconto appariva all'autore «troppo legato a un appello emotivo». Diciamo pure che la narrazione era troppo diretta, non mediata come sarebbe stata poi in tutta l'opera successiva di Calvino e segnatamente nel Sentiero dei nidi di ragno, il romanzo che più a lungo tratta dell'esperienza partigiana e che esce nel 1947.  
Cerchiamo ora di capire in che modo lo scrittore si accosta agli avvenimenti di quel periodo  storico. La guerra partigiana è collocata sullo sfondo. Gli accenni agli scontri in armi sono quanto mai rari, quattro righe in tutto tra i tre racconti e il romanzo. Colpisce la differenza con Fenoglio che con grande naturalezza presenta gli sviluppi della guerriglia. Già solo l'assalto alla caserma - il fatto di forza, lo chiama - del dicembre 1943 occupa diverse pagine del Partigiano Johnny. Nel quinto capitolo troviamo l'adesione alla lotta partigiana. 
Due capitoli dopo (i capitoli sono trentasei in tutto), si arriva a un episodio di guerra in piena regola. Si parte da tre raffiche di mitragliatrice a valle. I fascisti in perlustrazione avanzano senza farsi vedere. I partigiani si stendono di nascosto a scacchiera per poi sparare "quasi alla cieca, senza volontà di colpire, solo come per squarciare quella sospesa atmosfera di miraggio. Le pattuglie ruzzola[ro]no indenni nel boschivo, e il grande fuoco comincia". Johnny si sistema per poter tirare sugli scoperti, sui balzanti: "Il ragazzo danzava a trenta metri, accecato dal suo stesso coraggio [...] Johnny gli sparò senza affanno, senza ferocia, ed il ragazzo cadde, lentamente, così come Johnny lentamente si aderse sui gomiti, nell'ascensionale sospensione davanti al suo primo morto". 
Per Calvino il Ricordo di una battaglia diventa oggetto di un articolo che esce sul Corriere della Sera il 25 aprile 1974. Il riferimento storico è a un episodio che si è verificato il 17 marzo 1945 in un paese a nord di Sanremo, Baiardo. Di fatto sembra essere questo l'unico caso in cui Italo Calvino da partigiano ha preso parte a uno scontro armato. Aveva a quanto risulta il ruolo di portamunizioni. 
In quella circostanza, i partigiani si proponevano di cacciare da Baiardo i bersaglieri della Repubblica sociale.
Lo scrittore che si era illuso di poter risfoderare la sua testimonianza in qualsiasi momento senza problemi scopre invece che il passato ormai ha assunto per lui la forma di frammenti sparsi. Certe sensazioni sono rimaste impresse nella memoria: il dolore ai piedi chiusi nei pesanti scarponi, il sollievo provato quando, per non farsi sentire dai nemici, viene dato l'ordine di procedere scalzi. Della battaglia, invece, gli sfugge l'andamento esatto. Questo perché, dopo la fase dell'avvicinamento all'obiettivo dell'attacco, egli ha avuto l'ordine di spostarsi con la sua squadra fuori del paese per tagliare i fili del telefono e per sbarrare una possibile via di fuga per il nemico. Da quel momento in poi per via degli alberi che fanno da schermo non vede più nulla, si limita ad ascoltare. Al silenzio che precede l'attacco seguono spari, esplosioni, raffiche di mitra, che piano piano si affievoliscono per dare luogo a un canto di gioia. Sembrerebbe il segno della vittoria che premia gli assalitori, ma non è così, i partigiani rimasti fuori avvicinandosi al paese scoprono che sono i fascisti a festeggiare cantando Giovinezza. E allora Calvino e i suoi si danno precipitosamente alla fuga. Si ripete il cosiddetto paradosso di Stendhal. Nella Certosa di Parma Fabrizio Del Dongo si viene a trovare sul campo di battaglia a Waterloo, ma stando in un angolo privo di visuale non capisce nulla di ciò che accade. Calvino se non altro ha potuto interpretare i segnali che coglieva attraverso l'ascolto, ma non saprebbe dire che cosa è esattamente successo. 
Per altri aspetti i tre racconti dedicati all'esperienza partigiana e il romanzo del 1947 sono naturalmente molto interessanti da leggere e aiutano a capire che cosa ha rappresentato la Resistenza per i suoi protagonisti.
Chiariamo ora la questione dell'etichetta politica. 
Abbiamo visto che Calvino prima di unirsi ai partigiani aderisce al partito comunista. Lo scrittore poi resterà fedele a questa scelta fino al dissenso sui fatti d'Ungheria e alle dimissioni rassegnate nel 1957. Egli tuttavia ha sempre mantenuto una sua autonomia di giudizio in campo culturale, anche se a volte si è lasciato traviare da un qualche pregiudizio. Tendeva a vedere nel partito un riferimento necessario senza per questo sentirsi obbligato a sposarne gli indirizzi culturali imposti dalla tradizione. Fu sempre scettico nei confronti dell'imperativo realista nel campo dell'arte, per esempio. In una dichiarazione del 1960 definisce anarchica la sua disposizione d'animo fondamentale: "La mia scelta del comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di  partire da una "tabula rasa"  e perciò mi ero definito anarchico. Verso l'Unione Sovietica avevo tutto l'armamentario di diffidenze e obiezioni che si avevano di solito, ma risentivo pure del fatto che i miei genitori erano sempre stati inalterabilmente fliosovietici. Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l'azione, e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata" (Album Calvino, 58-59). Certo, negli anni del più stringente legame con il partito, Calvino moltiplica i richiami a posizioni ideologiche di natura marxista. Eppure, come ha fatto notare Gianfranco Ferretti, la sua posizione era in fondo, già allora, "quella di un razionalista diviso tra i philosophes e Rousseau" (Le capre di Bikini, Editori Riuniti, Roma 1989, p. 13).   
Tolta la guerra partigiana vera e propria, molto rimane da dire ed è su questo terreno che si muove la produzione letteraria di Italo Calvino in materia. Il sentiero dei nidi di ragno presenta un racconto incentrato su ciò che accade a una banda di ribelli in armi. Prima però lo scrittore nei tre racconti degli anni 1945-1946 ha affrontato un altro tema: il destino dei civili esposti all'azione repressiva delle autorità fasciste e naziste. La renitenza alla leva e quindi la vita precaria del clandestino braccato dai militi delle Brigate Nere, l'arresto dei familiari detenuti come ostaggi, l'angoscia di chi si sente prigioniero di un destino infelice, prima ancora che di un nemico efferato: i riferimenti reali dei tre racconti sono tutti qui. 

 

 


 Quando la vista non serve a nulla è l’udito che fornisce una chiave di lettura degli avvenimenti: il silenzio profondo che precede l’attacco viene rotto all’improvviso da spari, esplosioni, raffiche di mitra, che cessano piano piano per essere poi sostituiti da un canto di gioia: i vincitori cantano. I partigiani si avvicinano a Baiardo certi che i loro compagni abbiano liberato il paese, ma si sta cantando Giovinezza: hanno vinto i fascisti e non si può fare altro che scappare precipitosamente.
“In quella giornata, che avrebbe potuto essere gioiosa, tutto è andato storto ai partigiani. Nessuno di loro ha visto abbastanza per racconatare cosa è successo”. In mancanza di testimoni tocca allo scrittore ricostruire gli avvenimenti, non solo attraverso la fantasia ma anche basandosi sulla conoscenza di quegli amici accanto ai quali ha vissuto per mesi e dei quali ha imparato ad apprezzare il coraggio, “la decisione e la capacità di mettersi in gioco anche quando il gioco può costare la vita. Hanno provato a battersi i suoi amici: Gino è entrato in paese sparando, Tritolo ha gettato le sue bombe contro i bersaglieri e Cardù [n.d.r.: Riccardo Vitali], di fronte all’assoluta disparità di forze in campo, ha protetto con il suo corpo la ritirata dei suoi amici, restando colpito a morte. Cardù col segreto della sua forza nel sorriso spavaldo e tranquillo.” Cardù è morto. Bisognava far passare, o almeno elaborare, il lutto per l’amico ucciso, e ci voleva tempo. Tanto tempo, e forse i trent’anni sono bastati appena a recuperare la memoria di quella giornata particolare e mettersi a scrivere.

Tutto questo nell'opera dello scrittore non dà luogo a nessun racconto.  Il punto nodale della vicenda si colloca nell'autunno 1944, molto più in là. Il tema è svolto in tre racconti di forte impregnazione autobiografica: Angoscia in caserma, del 1945, Attesa della morte in un albergo, risalente alla fine di quell'anno, e La stessa cosa del sangue, del 1946. I tre racconti sono stati prima pubblicati in Ultimo viene il corvo del 1949, sono stati poi soppressi in due occasioni successive, per essere infine ripresi ancora in una terza edizione del Corvo nel 1976. La pubblicazione intermittente si spiega con il fatto 

Già qualcosa, per Calvino, non era andato per il verso giusto prima in un tempo ancora precedente:  «Al 25 luglio ero rimasto deluso e offeso che una tragedia storica come il fascismo finisse con un atto di ordinaria amministrazione come una deliberazione del Gran C onsiglio» (Un'infanzia sotto il fascismo, in Eremita a Parigi, Pagine autobiografiche, Mondadori, Milano 1993). Un anno dopo, nel 1948, esce La casa in collina di Cesare Pavese. In questo romanzo, il 25 luglio occupa un intero capitolo. Ciò che colpisce è lo sguardo esterno con il quale l'evento è percepito. La vita pubblica si situa da un'altra parte rispetto al luogo, la collina, in cui si muovono di norma i protagonisti della vicenda narrata. La notizia stessa è oggetto di un «racconto»: Elvira «mi gridò attraverso la porta che la guerra era finita. Allora entrò dentro e, senza guardarmi ché mi vestivo, mi raccontò rossa in faccia, che Mussolini era stato rovesciato». Nella successione delle frasi, si può cogliere subito l'equivoco di quella giornata. Nel comunicato letto alla radio, il nuovo capo del governo, il maresciallo Badoglio aveva detto chiaramente che la guerra sarebbe continuata. Pochi ci badarono. In molti credettero che la guerra fosse davvero finita. «Torino era a due passi, remota». Da Pavese si ricava alla fine dell'episodio una conclusione incerta. Lo scontro che ci sarà, che ci dovrà essere, è solo rimandato: «Sapevo bene che non sarebbe durata» - pensa Corrado, il protagonista del romanzo, ma è come se demandasse ad altri il compito di reagire. 


Molte cose dovrei ancora aggiungere per spiegare com’era quella guerra in quel luogo e in quei mesi, ma anziché risvegliare i ricordi tornerei a ricoprirli con la crosta sedimentata dei discorsi di dopo, che mettono in ordine e spiegano tutto secondo la logica della storia passata, mentre adesso ciò che voglio riportare alla luce è il momento in cui abbiamo piegato per un sentiero che gira giù in basso intorno al paese, in fila indiana per un bosco rado e rossiccio, ed è venuto l’ordine: “Toglietevi le scarpe dai piedi e legatevele al collo, guai se sentono il rumore dei passi, guai se in paese cominciano i cani a abbaiare; passata la voce e avanti in silenzio”. […]
Quello che vorrei sapere è perché la rete bucata della memoria trattiene certe cose e non altre: questi ordini che non sono mai stati eseguiti li ricordo punto per punto, ma ora vorrei ricordarmi le facce e i nomi dei miei compagni di squadra, le voci, le frasi in dialetto, e come abbiamo fatto coi fili, a tagliarli senza tenaglie. […]
Continuo a scrutare nel fondovalle della memoria. E la mia paura di adesso è che appena si profila un ricordo subito prenda una luce sbagliata, di maniera, sentimentale come sempre la guerra e la giovinezza, diventi un pezzo di racconto con lo stile di allora, che non può dirci come erano davvero le cose ma solo come credevamo di vederle e di dirle. Non so se sto distruggendo il passato o salvandolo, il passato nascosto in quel paese assediato. […]
Ecco che se provo a descrivere la battaglia come io non l’ho vista, la memoria che si è attardata finora dietro le ombre incerte prende la rincorsa e si slancia: vedo la colonna di quelli che s’aprono la strada verso la piazza, mentre dai vicoli a scale salgono quelli che hanno aggirato il paese. […]
Tutto quello che ho scritto fin qui mi serve a capire che di quella mattina non ricordo più quasi niente, e ancora più pagine mi resterebbero da scrivere per dire la sera, la notte. […]».

Italo Calvino, Ricordo di una battaglia, Corriere della Sera, 25 aprile 1974

Con la prima luce del giorno i partigiani, nel confrontarsi con i loro compagni, si rendono conto di costituire tutti quanti un’armata di straccioni, malvestiti, male armati, affamati e sporchi, eppure l’esser stati capaci di sopravvivere per tutto l’inverno sotto quelle condizioni così estreme per loro è già una vittoria importante. Se si è stati in grado di arrivare fin lì ancora con la voglia di battersi, si potrà anche essere in grado di cacciare da Baiardo i bersaglieri di Graziani, ben vestiti, bene armati, ben nutriti.

La battaglia per Baiardo serve a risolvere la questione tra i due gruppi di giovani: quelli che hanno scelto la strada della montagna, per non continuare la guerra al fianco di chi l’ha scatenata, portando morte e distruzione in tutta Europa, ma anche per non finire nei campi di lavoro tedeschi o ammazzati, e quelli che hanno fatto la scelta opposta, per rispettare il giuramento di fedeltà al Duce e sfuggire alla fame e ai disagi, visto che l’esercito garantiva una vita molto più comoda.
La battaglia comincia, ma lo scrittore, che ha avuto l’ordine di appostarsi con la sua squadra fuori dal paese per tagliare i fili del telefono e per sbarrare una possibile via di fuga al nemico, non vedrà niente per colpa degli alberi. Quando la vista non serve a nulla è l’udito che fornisce una chiave di lettura degli avvenimenti: il silenzio profondo che precede l’attacco viene rotto all’improvviso da spari, esplosioni, raffiche di mitra, che cessano piano piano per essere poi sostituiti da un canto di gioia: i vincitori cantano. I partigiani si avvicinano a Baiardo certi che i loro compagni abbiano liberato il paese, ma si sta cantando Giovinezza: hanno vinto i fascisti e non si può fare altro che scappare precipitosamente.
“In quella giornata, che avrebbe potuto essere gioiosa, tutto è andato storto ai partigiani. Nessuno di loro ha visto abbastanza per racconatare cosa è successo”. In mancanza di testimoni tocca allo scrittore ricostruire gli avvenimenti, non solo attraverso la fantasia ma anche basandosi sulla conoscenza di quegli amici accanto ai quali ha vissuto per mesi e dei quali ha imparato ad apprezzare il coraggio, “la decisione e la capacità di mettersi in gioco anche quando il gioco può costare la vita. Hanno provato a battersi i suoi amici: Gino è entrato in paese sparando, Tritolo ha gettato le sue bombe contro i bersaglieri e Cardù [n.d.r.: Riccardo Vitali], di fronte all’assoluta disparità di forze in campo, ha protetto con il suo corpo la ritirata dei suoi amici, restando colpito a morte. Cardù col segreto della sua forza nel sorriso spavaldo e tranquillo.” Cardù è morto. Bisognava far passare, o almeno elaborare, il lutto per l’amico ucciso, e ci voleva tempo. Tanto tempo, e forse i trent’anni sono bastati appena a recuperare la memoria di quella giornata particolare e mettersi a scrivere.

Marie ŠimkováLa rappresentazione della guerra nelle opere di Italo Calvino, Tesi di laurea, Università della Boemia meridionale di České Budějovice, 2015

Ricordo di una battaglia appare sul “Corriere della sera” il 25 aprile del 1974 ed è un vero e proprio racconto che nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto comparire in seguito in un libro intitolato Passaggi obbligati, una sorta di “esercizi di memoria”, come li ha definiti Esther Calvino nel presentare con il titolo La strada di San Giovanni nel 1990 ciò che resta di quel libro mai terminato. Del racconto, come attestano le note al Meridiano di Romanzi e racconti (volume III) esistono parti cassate che non erano entrate negli spazi fissati dal quotidiano; eppure a rileggerlo oggi così come è apparso in volume sembra perfetto. Si tratta di un racconto importante perché fissa in forma narrativa il rapporto che Calvino intrattiene con i ricordi, lui che aveva affermato di essere interessato solo a una autobiografia senza Io. L’esordio del testo dedicato allo scontro di Baiardo, cui il partigiano Santiago – suo nome di battaglia – ha partecipato il 10 marzo del 1945, è eloquente: “Non è vero che non ricordo più nulla, i ricordi sono ancora là, nascosti nel grigio gomitolo del cervello, nell’umido letto di sabbia che si deposita nel fondo del torrente dei pensieri…”. Sono immagini che mobilitano riferimenti letterari e non solo, immagini e metafore della memoria, che si mescolano ai ricordi stessi di quel giorno, in cui i distaccamenti partigiani garibaldini erano andati alla conquista del paese abbarbicato su un rilievo montagnoso difeso da un reparto di bersaglieri repubblichini.

Marco Belpoliti, I tanti 25 aprile di Italo Calvino, Doppiozero, 25 aprile 2020

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