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mercoledì 11 dicembre 2024

Lo stronzo geniale


Dell’Amica geniale ci mancherà perfino odiare Nino Sarratore

Francesco Serpico nei panni di Nino Sarratore con Matteo Cecchi che interpreta Pietro Airota (foto ANSA)
Francesco Serpico nei panni di Nino Sarratore con Matteo Cecchi che interpreta Pietro Airota (foto ANSA)

MARIA TORNIELLI

 «Sono gli uomini peggiori quelli di cui scrivo meglio». Ce lo ha confessato Taylor Swift nel libretto del suo The Tortured Poets Department, album che parla di una relazione altamente tossica, a cui possiamo applicare tutte le etichette e i cliché dai nomi che sono diventati onnipresenti tra gli psicologi più o meno improvvisati di TikTok (situationship, love bombing, ghosting etc).

C’è però una scrittrice che ha dato prova di un talento simile a quello di Swift, ed è Elena Ferrante. Nella tetralogia dell’Amica geniale, libro addirittura incoronato come più bello del secolo dal New York Times e reso ancora più popolare dalla serie tv che finirà lunedì 9 dicembre su Raiuno, descrive una lunghissima risma di uomini (e donne) terribili. Molti dei quali si sono macchiati di crimini ben più seri del ghosting, sottolineiamo.

Ma uno solo è diventato un simbolo, che lettori e lettrici adorano odiare: Nino Sarratore. O, come è più noto sui social, «quella merda di Nino Sarratore». In un certo senso è quasi il più popolare di tutta la saga, il raro esempio di personaggio su cui c’è parere unanime.

Un ragazzo che nella narrazione di Elena Greco parte come l’eroe romantico, che si inserisce in un triangolo adolescenziale tra lei e Lila, entra ed esce dalla sua vita, la scompiglia più volte, per arrivare poi a una conclusione tragicomica. Il figlio di un padre viscido da cui si vorrebbe distanziare e che finisce poi per incarnare, non solo nelle relazioni ma anche nell’involuzione politica.

L’archetipo


Qual è la chiave dell’enorme successo negativo di Sarratore? «Il fatto è che un Nino Sarratore, nella nostra vita, lo abbiamo conosciuto tutti»: questo è uno dei commenti ricevuti da Raffaella Ferré, scrittrice e giornalista, di fronte alla sua borsa di tela che riporta a caratteri cubitali il motto «Nino Sarratore merda». Ed è la riflessione al centro della sua spassosa guida al tipo umano del “Sarratore Sarratoris”, uscito per Colonnese Editore con il titolo Lo stronzo geniale. Fenomenologia di Nino Sarratore.

Ferré ha scritto un libro che non si prende mai troppo sul serio, ma che analizza molto seriamente l’archetipo sarratoriano. Per essere uno che “abbiamo conosciuto tutti” in realtà Sarratore si rivela molto complicato da decostruire. Ferré prova a descriverlo in maniera minuziosa, lo paragona ad altre figure attingendo a prodotti culturali che spaziano dalla canzone neomelodica a Sex and the City (e no, la diagnosi non è che Mr. Big è un Sarratore).

Relazioni tossiche

Ma alla fine, la decostruzione più efficace non è quella del personaggio di Nino, quanto più del modello di una relazione tossica. Nel libro, Ferré include un’intervista con Francesco Serpico, che ha vestito i panni di Sarratore nelle prime stagioni dell’Amica geniale, prima di passare il testimone a Fabrizio Gifuni. «Secondo me», dice a un certo punto Serpico, «la “forza” di Nino Sarratore è che è il primo personaggio nella storia recente in cui si è tratteggiata la figura dell’uomo in generale a un livello più profondo: un uomo violento, espressione di quella violenza che un tempo non veniva riconosciuta ma che oggi riconosciamo: la violenza psicologica, la violenza emotiva». 

Ferré è molto attenta nel non cadere nella trappola della patologicizzazione di qualsiasi comportamento negativo. Apre un capitolo ricordando che il disturbo narcisistico di personalità è molto raro e che forse si esagera un po’ nell’applicarlo a tutti i/le partner che ci hanno fatto un torto. Ma elabora comunque un dizionario di comportamenti “sarratoriani” che include una disamina di tutte le dinamiche che applica alla relazione con Lenù: il love bombing («pioggia di attenzione e di cure»), il gaslighting («farti dubitare delle tue percezioni, della tua memoria e persino della tua sanità mentale»), l’orbiting («mantenere un legame quasi invisibile con l’ex»).

Nell’ultimo capitolo del libro, l’autrice include anche un piccolo test, per capire se «sei un Nino senza saperlo? O, peggio, ne hai uno vicino?». Perché se tutti e tutte abbiamo conosciuto un Sarratore, significa che tutti e tutte una volta siamo stati Lenù. 


sabato 26 ottobre 2024

L'amica geniale. Alba Rohrwacher e Lenù



Valerio Cappelli, "Lenù mi ha cambiata", Corriere della Sera, 26 ottobre 2024

ROMA Ci sono ruoli che possono cambiare una persona, e questo è successo ora ad Alba Rohrwacher. Dalla primavera dell’adolescenza all’autunno della vita adulta, si conclude forse la serie tv più celebre. Un viaggio dentro la scrittura di Elena Ferrante, misterioso come l’identità della sua autrice. L’amica geniale arriva all’epilogo in modo epico ma con passo naturale, poggiata sul fluire delle cose. La quarta serie, tratta da Storia della bambina perduta, in dieci episodi su cinque serate, va dall’11 novembre su Rai1, e ora in anteprima alla Festa del cinema.

La nuova regista è Laura Bispuri che pur mantenendo il suo stile fatto di dettagli impressionisti entra «in punta di piedi, al servizio della serie, nelle relazioni vere, sincere, autentiche tra i personaggi». La vita adulta, dagli anni 80 a oggi, impone un nuovo cast. Irene Maiorino è Lila, Elena (Lenù) è Alba Rohrwacher, e il suo amante Nino, «uomo ridicolo con patologie narcisiste», ambiguo come Jago benché con minore evidenza diabolica, è Fabrizio Gifuni.

Alba, la sua Elena antepone alle figlie la necessità di avere accanto l’uomo che ama.

«È una scelta difficile, scomoda, soprattutto in un’epoca poco conforme al ruolo che una donna doveva rivestire in famiglia. Questo era uno degli aspetti più interessanti da portare in scena. Dall’altra parte si parla di emancipazione femminile e di una donna autonoma e indipendente che si infila in una relazione tossica. È piena di sfaccettature, si tratta di riuscire a far coincidere i suoi ideali femministi con la vita che ha scelto».

Cosa chiederebbe a Elena Ferrante?

«Non lo so, perché è come se lei mi abbia detto tutto. La sua scrittura, attraverso personaggi sbagliati, pericolosi, che inciampano e si rialzano, portano a riflettere su noi stessi. Lei ha questo potere di farci guardare dentro. Ma posso dire che l’ho sognata. Io entravo in una casa sconosciuta e c’era una donna semi nascosta che dietro una libreria mi guardava. Era lei. Osservando me, mi oltrepassava guardando dietro una finestra. Allora io mi giravo e vedevo casa mia. Sì, i suoi libri ci portano a guardare dentro di noi».

Questa serie è stato lungo viaggio per lei.

«È cominciato sei anni fa, come voce narrante. Non mi capiterà mai più di conoscere in modo così assoluto un personaggio, e di portarmelo nella vita. L’incontro tra la mia voce e il mio volto è stato liberatorio. Lenù mi ha cambiata. Da lei ho imparato la capacità di stare senza agire, di registrare quello che mi succede intorno senza intervenire. Ho imparato l’acquiescenza, la morbidezza anche negli scatti di rabbia. Sono profondamente grata agli sceneggiatori, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo, e a Elena Ferrante, lo spirito guida che ci ha permesso di ritrovare la strada, capace di intercettare l’archetipo dell’amicizia in cui tutto il mondo si riconosce».

Alcuni episodi li diresse sua sorella Alice. Quale suo lato le piacerebbe che Alice raccontasse?

«In realtà mi piacerebbe interpretare lei stessa, Alice; o che magari mi mettesse in una commedia, che frequento poco. La nostra sorellanza è un legame d’amore».

E la sua amica del cuore, la sua Lila, chi è stata?

«Nei primi anni, quando abitavo in campagna, ho avuto un modello estremo, una ragazza che ha bruciato tutte le tappe, molto diversa da me, anche lei non veniva da quel paese. Nell’adolescenza il cinema era lontano da me, ricordo da bambina mio padre che guardava Novecento di Bertolucci in tv. Ero troppo piccola per capire, ma avvertivo la fascinazione, ero turbata dal fascista Attila impersonato da Donald Sutherland: entrava nel mio inconscio, lo sognavo la notte; poi ricordo il bambino con le rane sul cappello; la natura, quel mondo contadino per me erano casa. Poi ci fu la scoperta di E.T. La campagna è il luogo da cui sono scappata e ora cerco di tornare, come fa Elena con Napoli, è uno dei pochi luoghi dove sono in pace».

Alba, cos’ha davvero in comune con Elena-Lenù?

«Con le dovute distanze, io ho sempre saputo del mio istinto ad andarmene. Ho fatto quello che ha fatto lei. Ha preso le distanze dal suo rione, ha ripulito il suo dialetto, ha tagliato i ponti con tutti. E tornando al rione riesce a scrivere il suo libro. Si inverte l’equilibro tra lei e Lila, che la poneva in avvisaglia sui suoi errori e ora invece Lila scoprirà un lato di fragilità che la sgretolerà. Ho cercato di dare continuità al lavoro di Margherita Mazzucco che era Lenù da piccola, mi ha dato una mano nella fase di ricerca e anche nel modo di parlare di Elena, avendo poi la possibilità di staccarmi, perché l’età è diversa».