mercoledì 1 aprile 2026

L' ospite regale


il naufragio di una famiglia perfetta Henrik Pontoppidan.
«L’ospite regale» arriva una sera e con i suoi modi signorili, in cui però traspare qualcosa di volgare, confonde le carte in tavola e si insinua nella relazione tra un giovane medico e la moglie, mandandola all’aria 
Marta Morazzoni 
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Dopo il corposo Pietro il fortunato ora un piccolo romanzo, L’ospite regale da Iperborea. 800 pagine all’incirca da una parte, dall’altra 99 non proprio fitte. Il romanzo è un elemento flessibile e si adatta a ogni misura senza perdere nulla della completezza necessaria a farne il privilegiato tra gli impianti narrativi. Pontoppidan, autore dei due lavori accennati, è in alto nella scala degli scrittori danesi tra Otto e Novecento; nel 1917 ricevette il Nobel ex aequo, un caso abbastanza singolare nella storia del premio più prestigioso al mondo. Ma fuori dalla patria e negli anni a venire la sua fama è rimasta in una nicchia ed è stata, per l’Italia, la proposta nel 2022 da parte di Fazi di Pietro il fortunato a riportare l’attenzione su un nome di primo piano tra i nordici. A monte dell’Ospite regale, scritto nel 1908, si agita l’ombra del Faust di Goethe, mentre dopo Pontoppidan, e con una lunga gestazione, il tema tornerà con Il maestro e Margherita di Bulgakov, scritto negli anni ’30. Parentele apparentemente stiracchiate, ma a ben guardare parentele a tutti gli effetti. Mephisto, il prestigiatore Woland e il regale ospite di una sera di Carnevale in un paese sperduto dello Jutland hanno dei tratti in comune, un modo di guardare, un’eleganza di toni e la signorilità in cui si insinua qualcosa di volgare che confonde le carte in tavola e spariglia il gioco con regole nuove. Ho amato molto il romanzo di Bulgakov e sentito la dovuta soggezione nei riguardi del Faust goethiano, devo quindi stare attenta a non lasciarmi trasportare dal gioco delle analogie, che potrebbe confondere toni e voci. Ma l’ospite imponente e bizzarro che Pontoppidan immagina irrompere la sera di Carnevale in una casa felice, un paradiso domestico in cui la tentazione non era mai entrata prima, ha una qualche affinità con i due altolocati personaggi di cui sopra, anche se con una funzione diversa. Riconosciamo subito che pochi altri come questa figura dai tanti nomi (qui Principe Carnevale) hanno avuto una così grande sagacia nel leggere e comprendere il contesto in cui si insinuano e mettere in campo poi con abilità la provocazione che ne scompagina l’ordine. La casa del giovane medico Arnold Højer, di sua moglie Emmy e dei loro bambini è un piccolo, dichiarato eden in cui si inquadra la famiglia perfetta; e allora viene da pensare che la perfezione, anche in formato ridotto, non sia di questo mondo, sicché occorre sparigliare le carte e portare alla luce quel grumo di oscurità che ciascuno chiude in sé, conscio o meno di un segreto desiderio, di un’aspirazione inconfessata.
Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, difficile però, una volta soppiantato anche per gioco l’ordine consueto, ricomporlo senza pagare pegno per il momento di follia. Che poi sia solo la follia di un momento è tutto da dimostrare. Se Pietro il fortunato è un lungo, frastagliato percorso per arrivare alla conoscenza di sé, l’ospite di questo piccolo romanzo scardina invece le certezze che sei anni di matrimonio hanno dato alla coppia, su cui scivolano ora ombre e sospetti e ripensamenti che ne sovvertono gli equilibri. È sano o malsano questo procedimento insinuante? Vengono in mente due battute del Faust di Goethe, che Bulgakov cita a premessa al suo romanzo: Chi sei? Io sono una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene. Non è una piccola osservazione. Questo Principe Carnevale, che accende tutte le luci della casa del dottore, che accende i sensi della coppia e li provoca insinuando il germe della gelosia nell’uomo e un desiderio prepotente nella donna, insieme a una indefinita nostalgia, ha in fondo una funzione di questa natura.
È interessante che sia la musica, perfetta costruzione matematica e insieme potente cardine emozionale, a sollecitare il gioco incrociato di desideri e gelosie. Gli equilibri messi in discussione in una notte sospesa nel tempo (e il Carnevale è appunto una parentesi nell’equilibrio e nell’ordine) preparano una misura nuova del rapporto tra i due coniugi: dall’eden sono stati invitati a uscire ma, una volta varcata questa soglia, non c’è modo di tornare indietro e l’avventura interiore che è cominciata per gioco diventa un passo definitivo. L’ospite regale potrebbe essere un piccolo divertissement letterario, quasi una parentesi nel lavoro impegnativo dei tre grandi romanzi che, ci ricorda nella postfazione Fulvio Ferrari, declinano la complessità della storia politica e culturale della Danimarca negli anni successivi alla guerra persa contro la Germania. Una divagazione, però che contiene alcune notazioni profonde, gioca di leggerezza per affondare poi nei meandri dell’anima senza illudersi di risolverne l’ambiguità. Il «conosci te stesso» di Pietro il fortunato (il solo dei tre grandi romanzi tradotto in italiano) in realtà si rinnova anche nel piccolo Ospite regale, dove la componente irrazionale, l’inconscio, si fa largo nel nuovo inquietante sguardo sulla mente umana e sui suoi inciampi. A ragione alla gente del paese pare che nella casa del dottor Højer ci siano ora «correnti d’aria dappertutto, quasi l’impressione di stare seduti davanti a porte aperte…» appunto! aperte sull’ignoto che ogni individuo ha in sé. 

Henrik Pontoppidan,  L’ospite regale, Traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
Iperborea, pagg. 110, € 16

Gli imprevisti della guerra

Mario Del Pero 
Trump in un cul-de-sac ora fa il gioco dell'Iran (e di Netanyahu)

Domani, 1 aprile 2026

È oggettivamente difficile, se non impossibile, seguire Donald Trump nelle sue tante esternazioni sulla guerra in corso. Perché tutto e il suo contrario viene detto quasi quotidianamente; perché alcune dichiarazioni sfidano qualsiasi razionalità e buon senso; e perché l’ostentato ottimismo pare stridere con un conflitto che si sta protraendo ben oltre il previsto e con la inattesa capacità iraniana di socializzarne, regionalmente e globalmente, i costi, attraverso gli attacchi a vari paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz (con la paradossale conseguenza che uno dei temi dei negoziati in corso, e delle leve negoziali di Teheran, è il ripristino di una condizione – la riapertura di Hormuz – venuta meno proprio a causa della guerra).

Gli obiettivi dell’attacco di Israele e Stati Uniti sono in realtà chiari: indebolire drasticamente il regime iraniano, impedendogli di continuare a minacciare Israele o di ambire a svolgere un ruolo significativo nelle dinamiche mediorientali; estendere il dominio regionale di una Grande Israele, che in parallelo risolve con violenza, espulsioni e annessioni le “questioni” di Gaza e Cisgiordania; rendere i paesi del Golfo degli hub finanziari e tecnologici, dalle criptovalute all’intelligenza artificiale, grazie ai loro ingenti capitali e alla disponibilità a indirizzarli verso specifiche attività imprenditoriali, incluse quelle della famiglia Trump.

L’opacità della politica e le nebbie della guerra si sono però da subito frapposte a un disegno così nitido e all’apparenza coerente. Il regime iraniano non è imploso, confermando per il momento quanto illusorio sia credere che il dispiegamento della forza militare possa produrre facili palingenesi politiche e sociali (una lezione, questa, anche recente – si pensi solo a Iraq e Afghanistan – che pare però essere stata dimenticata molto rapidamente). L’instabilità provocata dalla guerra ha alimentato turbolenze borsistiche che vanno a colpire molti piccoli investitori statunitensi. Il blocco di Hormuz ha provocato una crescita dei prezzi, con potenziali spirali inflattive che spaventano i consumatori americani, i cui indici di fiducia sono oggi ai minimi storici, al di sotto addirittura dei livelli raggiunti durante la grande crisi del 2008-9. E una chiara maggioranza dell’opinione pubblica Usa, oltre il 60 per cento, considera la guerra un grave errore.

Trump e il suo segretario della Guerra rispondono con un lessico estremo e caricaturale, che combina apocalissi veterotestamentarie, nuove crociate suprematiste e machismi tardo-adolescenziali («nessuna tregua né pietà verso i nemici – ha tuonato Hegseth – niente assurde regole d’ingaggio … niente guerre politicamente corrette», l’obiettivo è la «massima letalità, non l’insulsa legalità»). Al netto di queste esibizioni ad alto contenuto testoteronico, solo due opzioni sembrano disponibili: alzare ulteriormente la soglia dell’escalation, facendo eventualmente uso delle forze speciali dispiegate di recente nel Golfo; o cercare una qualche via di uscita, con un accordo con l’Iran che di certo non può essere basato sui termini (di fatto una resa senza condizioni) prospettati da Washington.

L’escalation rischia di accentuare ancor più i costi globali del conflitto e di provocare un numero crescente di vittime statunitensi, acuendo così l’opposizione alla guerra negli Usa. Il disimpegno negoziato espone a un’umiliazione, minando la credibilità della politica estera di Trump e delle sue velleità neoimperiali. Entrambe le opzioni sono peraltro condizionate dalle scelte di due attori – l’alleato israeliano e il nemico iraniano – che diversamente dagli Usa paiono invece avere un interesse a proseguire il conflitto. Per infliggere un danno permanente e strutturale alle capacità militari e industriali dell’Iran, nel caso di Tel Aviv. Per completare il recupero di una capacità deterrente che sembrava essere venuta meno, e capitalizzare diplomaticamente su di essa e sul controllo delle cruciali rotte navali del Golfo Persico, in quello di Teheran.