il naufragio di una famiglia perfetta
Henrik Pontoppidan.
«L’ospite regale» arriva una sera e con i suoi modi signorili, in cui però traspare qualcosa di volgare, confonde le carte in tavola e si insinua nella relazione tra un giovane medico e la moglie, mandandola all’aria
Marta Morazzoni
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026
Dopo il corposo Pietro il fortunato ora un piccolo romanzo, L’ospite regale da Iperborea. 800 pagine all’incirca da una parte, dall’altra 99 non proprio fitte. Il romanzo è un elemento flessibile e si adatta a ogni misura senza perdere nulla della completezza necessaria a farne il privilegiato tra gli impianti narrativi. Pontoppidan, autore dei due lavori accennati, è in alto nella scala degli scrittori danesi tra Otto e Novecento; nel 1917 ricevette il Nobel ex aequo, un caso abbastanza singolare nella storia del premio più prestigioso al mondo. Ma fuori dalla patria e negli anni a venire la sua fama è rimasta in una nicchia ed è stata, per l’Italia, la proposta nel 2022 da parte di Fazi di Pietro il fortunato a riportare l’attenzione su un nome di primo piano tra i nordici.
A monte dell’Ospite regale, scritto nel 1908, si agita l’ombra del Faust di Goethe, mentre dopo Pontoppidan, e con una lunga gestazione, il tema tornerà con Il maestro e Margherita di Bulgakov, scritto negli anni ’30. Parentele apparentemente stiracchiate, ma a ben guardare parentele a tutti gli effetti. Mephisto, il prestigiatore Woland e il regale ospite di una sera di Carnevale in un paese sperduto dello Jutland hanno dei tratti in comune, un modo di guardare, un’eleganza di toni e la signorilità in cui si insinua qualcosa di volgare che confonde le carte in tavola e spariglia il gioco con regole nuove. Ho amato molto il romanzo di Bulgakov e sentito la dovuta soggezione nei riguardi del Faust goethiano, devo quindi stare attenta a non lasciarmi trasportare dal gioco delle analogie, che potrebbe confondere toni e voci. Ma l’ospite imponente e bizzarro che Pontoppidan immagina irrompere la sera di Carnevale in una casa felice, un paradiso domestico in cui la tentazione non era mai entrata prima, ha una qualche affinità con i due altolocati personaggi di cui sopra, anche se con una funzione diversa. Riconosciamo subito che pochi altri come questa figura dai tanti nomi (qui Principe Carnevale) hanno avuto una così grande sagacia nel leggere e comprendere il contesto in cui si insinuano e mettere in campo poi con abilità la provocazione che ne scompagina l’ordine.
La casa del giovane medico Arnold Højer, di sua moglie Emmy e dei loro bambini è un piccolo, dichiarato eden in cui si inquadra la famiglia perfetta; e allora viene da pensare che la perfezione, anche in formato ridotto, non sia di questo mondo, sicché occorre sparigliare le carte e portare alla luce quel grumo di oscurità che ciascuno chiude in sé, conscio o meno di un segreto desiderio, di un’aspirazione inconfessata.
Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, difficile però, una volta soppiantato anche per gioco l’ordine consueto, ricomporlo senza pagare pegno per il momento di follia. Che poi sia solo la follia di un momento è tutto da dimostrare.
Se Pietro il fortunato è un lungo, frastagliato percorso per arrivare alla conoscenza di sé, l’ospite di questo piccolo romanzo scardina invece le certezze che sei anni di matrimonio hanno dato alla coppia, su cui scivolano ora ombre e sospetti e ripensamenti che ne sovvertono gli equilibri. È sano o malsano questo procedimento insinuante? Vengono in mente due battute del Faust di Goethe, che Bulgakov cita a premessa al suo romanzo: Chi sei? Io sono una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene. Non è una piccola osservazione. Questo Principe Carnevale, che accende tutte le luci della casa del dottore, che accende i sensi della coppia e li provoca insinuando il germe della gelosia nell’uomo e un desiderio prepotente nella donna, insieme a una indefinita nostalgia, ha in fondo una funzione di questa natura.
È interessante che sia la musica, perfetta costruzione matematica e insieme potente cardine emozionale, a sollecitare il gioco incrociato di desideri e gelosie. Gli equilibri messi in discussione in una notte sospesa nel tempo (e il Carnevale è appunto una parentesi nell’equilibrio e nell’ordine) preparano una misura nuova del rapporto tra i due coniugi: dall’eden sono stati invitati a uscire ma, una volta varcata questa soglia, non c’è modo di tornare indietro e l’avventura interiore che è cominciata per gioco diventa un passo definitivo.
L’ospite regale potrebbe essere un piccolo divertissement letterario, quasi una parentesi nel lavoro impegnativo dei tre grandi romanzi che, ci ricorda nella postfazione Fulvio Ferrari, declinano la complessità della storia politica e culturale della Danimarca negli anni successivi alla guerra persa contro la Germania. Una divagazione, però che contiene alcune notazioni profonde, gioca di leggerezza per affondare poi nei meandri dell’anima senza illudersi di risolverne l’ambiguità. Il «conosci te stesso» di Pietro il fortunato (il solo dei tre grandi romanzi tradotto in italiano) in realtà si rinnova anche nel piccolo Ospite regale, dove la componente irrazionale, l’inconscio, si fa largo nel nuovo inquietante sguardo sulla mente umana e sui suoi inciampi. A ragione alla gente del paese pare che nella casa del dottor Højer ci siano ora «correnti d’aria dappertutto, quasi l’impressione di stare seduti davanti a porte aperte…» appunto! aperte sull’ignoto che ogni individuo ha in sé.
Henrik Pontoppidan, L’ospite regale,
Traduzione e postfazione
di Fulvio Ferrari
Iperborea, pagg. 110, € 16