martedì 28 settembre 2021
Foucault, un ritratto
Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c' han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more
Anna Maria Chiavacci Leonardi e che lo novo peregrin...: il soggetto è sempre l'ora del verso 1, che viene determinata con una seconda indicazione, simile e parallela alla prima: e che punge, fa sentire la puntura dell'amore – per la patria, per la famiglia – al pellegrino che si è messo in cammino da poco (novo), cioè, come i naviganti, la prima sera, o le primissime sere, all'udire il suono della campana serale – quasi certamente la squilla di Compieta – che sembri, al suo rattristato cuore, piangere il giorno morente. Si noti la vaghezza indefinita dei tratti con cui è costruita la sequenza: tutto è indeterminato: l'ora stessa, i naviganti e il pellegrino (per dove? da dove?), il termine verso cui si volge il disio dei primi e l'amore dei secondi, la squilla (di una chiesa? di un convento? di una torre cittadina?); vaghi, ma almeno uno per verso, i termini che suggeriscono il sentimento: disio, intenerisce, dolci, amore, punge, pianger; sempre, come è proprio dello stile dantesco, strettamente funzionali. La grande apertura racchiude in sé il ricordo di tante sere vissute nell'esilio, e insieme la dolcezza dei ricordi, e la speranza di ritrovare un giorno ciò che si è dolorosamente lasciato. E che cos'altro è il purgatorio, come Dante lo intende, se non un distacco progressivo da ciò che fu caro sulla terra, per ottenere tuttavia una pienezza nella quale ogni cosa sia consumata e ridonata?
domenica 26 settembre 2021
Enea e Creusa: l'addio
traduzione di Luca Canali
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il padre sulle spalle mi diressi verso i monti.
sabato 25 settembre 2021
Requiem per un partito immobile
giovedì 23 settembre 2021
Giuseppi
Giuliano Ferrara, Non avrà la voce da Frank Sinatra del Cav., ma Conte gira le piazze italiane da rockstar, alla faccia nostra, élite colta e arrogante, Il Foglio, 23 settembre 2021
Che Giuseppi fosse un’icona sexy non ce lo aspettavamo, per certe trasfigurazioni occorre essere del sud, vivere nel sud, respirare il sud, ma che potesse essere un fantastico avvocaticchio di stato e forse anche un discreto uomo di stato abbiamo cominciato a sospettarlo quando prima ha liquidato il Truce con una pacca sulle spalle in Senato, poi rieccolo trasformista e fregolista a Palazzo Gigi (senza la acca, proto, lo conosco quel palazzo), infine ci ha chiuso in casa, per primo nel mondo, e fortunatamente gli abbiamo obbedito, amandolo addirittura quando ha esteso il Reddito di cittadinanza, per quello di giornalanza e di impresanza ci avevamogià pensato noi negli anni, a mezza Italia, approntando per di più una felice trattativa con i frugali e la Merkel allo scopo di finanziare anche con i soldi del surplus europeo la nostra ricostruzione ( per la resilienza lasciamo perdere). Il tour trionfale di Conte si presta all’irrisione, come tutti i trionfi che sono effimeri e per questo tanto più gloriosi, ma dice qualcosa, scusate il luogo comune assassino, sulla differenza tra il paese reale e il paese legale. Coloro che sognano incubi di sostanza jacobonica odiano l’ex presidente del Consiglio e lo sbertucciano da mane a sera, gli altri lo portano in palmo di mano, è un blasone nazionale, quello che ha trovato la forza di chiudere l’italia e i soldi per riaprirla. La gente è fatta così, semplifica, e se sa apprezzare in Draghi il fascino gesuitico e superpolitico del Grand Commis de l’etat sa anche valutare come si deve l’uomo comune, ignoto, anonimo, che scambia il 25 aprile per l’ 8 settembre e viceversa, trucca il curriculum professionale e intanto se ne fa uno migliore nella Repubblica costituzionale più bella del mondo. Giuseppi è stato un prodigio italiano dei più vistosi, come poteva il paese reale non riconoscere il suo stellone pandemico, la sua pacatezza azzeccagarbugli, la sua tenue, soave resistenza a un grande sfratto in favore del nostro Louis XIV, l’homme fatal del whatever it takes ovvero lo stato sono io? Ora è alla prova della leadership politica, una fatica bestiale, e l’affronta con la sua solita sornioneria che tanto indispettisce l’aspetto snob, colto, arrogante e infantile della nostra personalità democratico- libbberale. Ha fatto diventare carrozze europeiste le zucche grilline di conio governativo, ripetendo in piccolo il miracolo berlusconiano della trasformazione di una massa di pubblicitari piccolissimoborghesi in un’armata con il sole in tasca. Infatti a Berlusconi è sempre piaciuto, addirittura per come era elegante ( e questo è francamente troppo, ultroneo come dicono in tribunale). Con Giuseppi vince naturalmente anche la psicologia del rimpianto, del si stava meglio eccetera. Ma non è la questione fondamentale. E’ che il senso comune, strumento pericoloso ma irrinunciabile sopra tutto se detto all’inglese nel significato originario ( common sense), sa riconoscere la sua fauna politica, non diffida di uno che è modesto, che non brilla per oratoria, che ha una voce chioccia, visto che gli hanno negato quello con la voce più bella dell’ugola di Frank Sinatra, il nostro Cav., e piace in Conte l’uomo della folla salito sul palcoscenico per puro caso e assistito da una gran fortuna e capacità di lavoro. Noi delle cosiddette élite, che poi non si dovrebbe mai esagerare, serieggiamo, studiamo, approfondiamo, ci intorciniamo intorno a schemi prettamente razionali per suscitare la bella politica, Giuseppi si accontenta di quella così così e alla testa dei grillozzi riconvertiti gira per le piazze e si fa applaudire come una rockstar.







