mercoledì 31 dicembre 2025

La montagna magica e il suo segreto

Chris Power
Recensione de Il maestro delle contraddizioni di Morten Høi Jensen: come Thomas Mann ha scritto La montagna magica
The Guardian, 31 dicembre 2025

In una lettera del 1924 ad André Gide, Thomas Mann disse che gli avrebbe presto inviato una copia del suo nuovo romanzo, La montagna magica. "Ma ti assicuro che non mi aspetto minimamente che tu lo legga", scrisse. "È un'opera altamente problematica e 'tedesca', e di dimensioni così mostruose che so perfettamente che non andrà bene per il resto d'Europa".

L'analisi accessibile e istruttiva di Morten Høi Jensen su "La montagna magica" presenta Mann come uno scrittore contraddittorio fino in fondo: un artista che si vestiva e si comportava come un uomo d'affari; un omosessuale in un matrimonio convenzionale con sei figli; un borghese perbene ossessionato dalla morte e dalla corruzione. Proprio il tipo di uomo che spedirebbe un libro a qualcuno intimandogli di non leggerlo.

Nonostante i dubbi espressi da Mann a Gide, La montagna magica – un romanzo molto strano e molto lungo – fu accolto con entusiasmo in tutta Europa e, tre anni dopo, anche in America. L'editore ignorò la stranezza e ne proclamò il "valore d'uso... per la vita pratica dell'uomo moderno". Sebbene ciò lo faccia sembrare una filosofia di mercato in stile Jordan Peterson, in realtà si colloca accanto a Alla ricerca del tempo perduto, Ulisse, L'uomo senza qualità e Gita al faro come uno dei vertici (o delle apologie) del modernismo letterario.

Il romanzo descrive il suo giovane protagonista, Hans Castorp, in visita a un sanatorio per tubercolosi a Davos, dove è ricoverato suo cugino. Con l'intenzione di rimanere qualche giorno, non riesce a fuggire per sette anni. La trama del romanzo rispecchiava la sua composizione: era stato inizialmente concepito come un racconto, una controparte spensierata del cupo "Morte a Venezia" . Ma Mann iniziò a scrivere nel 1913 e non lo terminò per più di un decennio. Tra questi due momenti, la Prima guerra mondiale cambiò radicalmente la dimensione, la portata e il carattere del libro, perché cambiò radicalmente la prospettiva politica e morale del suo autore.

Mann iniziò la guerra da conservatore convinto. Eppure, all'inizio degli anni '20, tenne discorsi in difesa della vituperata Repubblica di Weimar. (Col tempo, e in esilio, Mann divenne il più importante oppositore tedesco del Terzo Reich.)

Questo tumulto alimentò La montagna magica, in particolare nei personaggi di Lodovico Settembrini (umanista) e Leo Naphta (radicale di destra), che si contendono l'anima di Castorp. Le loro discussioni sono folgoranti, molto più delle oscillazioni politiche in cui Mann si impegnò durante la scrittura del romanzo. Non è nelle intenzioni di Jensen, ma il suo tenace resoconto delle mutevoli opinioni politiche di Mann corrobora la teoria secondo cui un romanzo può sapere più del suo creatore.

Jensen esita occasionalmente nel tentativo di correggere la verità. Scrive che "l'affermazione spesso ripetuta" secondo cui Mann "era un genitore indifferente o crudele sembra inesatta". Eppure, tutto ciò che offre a sostegno è una singola citazione dall'autobiografia del figlio di Thomas, Klaus, che fu profondamente turbato per gran parte della sua relativamente breve vita. Esistono numerose prove del contrario.

Jensen contesta anche la "insensibilità" dell'affermazione di Ronald Hayman, nella sua biografia del 1995, secondo cui Mann "amava e ammirava" sua moglie, ma non ne era innamorato. Hayman sostiene la sua tesi citando una lettera che Thomas scrisse al fratello sull'argomento. È lecito contestare la conclusione di Hayman, ma la protesta di Jensen – "Come poteva saperlo?" – sembra insincera, proveniente da uno scrittore impegnato nello stesso processo di analisi interpretativa. Soprattutto nel caso di un giudizio su Mann ("gay la maggior parte del tempo", nella descrizione di Colm Tóibín) così inconfutabile.

Qualunque sia la verità, ciò non rende La montagna magica un'esplorazione della condizione umana meno avvincente, né un'impresa letteraria meno riuscita. Jensen non penetra a fondo i misteri del libro, ma non si propone di farlo. Piuttosto, offre una panoramica rapida e sicura di un'opera d'arte estremamente densa – un'impresa non da poco – e contestualizza l'epoca in cui è stata forgiata. Nella sua prefazione al romanzo, Mann scrisse che "solo la completezza può essere davvero divertente", ma anche la sintesi ha i suoi piaceri.

Il maestro delle contraddizioni: Thomas Mann e la creazione della montagna magica di Morten Høi Jensen è pubblicato da Yale (£22).



Nestor Makhno

Adriano Sofri
Nestor Makhno, il contadino immerso nel presente che tenne testa a Lenin
Il Foglio, 31 dicembre 2025

Mentre a Pokrovsk continua una incredibile resistenza, dal 27 dicembre le cronache dal fronte dell’oblast’ di Zaporizhia dicono della caduta, intera o a metà, di Huliaipole, il villaggio di frontiera che contava 12 mila abitanti prima dell’invasione. A nemmeno cento km dal capoluogo, Huliaipole da quattro anni si trova sotto il fuoco russo. Lunedì il portavoce del Comando meridionale ucraino ha detto che non esiste più una linea del fronte, che l’intero spazio non è che un ininterrotto campo di battaglia. Gruppi di combattenti si fronteggiano dalle rovine di edifici dirimpettai, fino al corpo a corpo. Anche qui gioca per i russi la superiorità numerica, a un costo quotidiano di centinaia di morti e feriti. Chi ebbe una gioventù rivoluzionista conserva nella memoria nomi già leggendari, uno è quello di

Nestor Makhno. Succede di ricordarlo dal fondo della parabola, a Parigi, povero, tisico, bevitore, calzolaio – zoppicante era stato da tempo, per una pallottola. Vi morì poco più che quarantenne, nel 1934. Era nato a Huliaipole, che dalla sua epopea avrebbe preso per un po’ il nome di Makhnograd. Cosacco, bambino pastore, contadino povero, ribelle. Era piccolo, un metro e 65, bello, fotogenico. A vent’anni era stato condannato a morte da un tribunale zarista, ebbe la pena commutata in ergastolo, il carcere fu la sua scuola di anarchia, uscì con la rivoluzione del febbraio ’17. Due suoi fratelli furono uccisi dagli occupanti austrotedeschi. Tra il 1918 e il 1921 arrivò a radunare un esercito di molte decine di migliaia di combattenti contadini e operai, e tenne in scacco una sequela di armate successive: gli austro-ungarici dopo Brest-litovsk, i Russi Bianchi di Denikin, i bolscevichi... Mise in piedi un esperimento senza precedenti di autogoverno collettivo contadino, la Machnovšyna, che entusiasmò Errico Malatesta. Incontrò Lenin e gli tenne testa: “I vostri gruppi restano lontani dalle strade e non combattono nelle campagne, come potete pensare che i villaggi vi sostengano? Non li vedono mai. Lenin si mise a ridere: voi anarchici scrivete e pensate al futuro, siete incapaci di pensare al presente. Risposi che ero un contadino illetterato, ma posso dirvi, compagno Lenin, che in Ucraina, nella Russia del Sud, come dite voi Bolscevichi, noi siamo immersi nel presente ed è attraverso di esso che cerchiamo di avvicinarci al futuro, al quale, è vero, noi pensiamo. E noi pensiamo molto seriamente”. Dei Rossi fu alleato sospettoso e sospettato e infine nemico, finché fu sconfitto dall’armata Rossa ed esiliato in Francia.

Machno è sepolto al Père Lachaise. A Huliaipole sono sepolti i suoi genitori, i fratelli e i nipoti.

Nel 2009, a Ucraina indipendente, gli eressero una statua: seduto, a grandezza naturale, il piede sulla cassetta di munizioni, un mauser in una mano, una sciabola nell’altra. Cemento ricoperto di una vernice di similoro rosso, molto kitsch, riprodotta in altri punti della città e in miniatura nei banchetti destinati ai turisti politici. Si capisce che per le truppe di Putin il boccone sia ghiotto. Nel 1922 andai a Zaporizhia, non trovai nessuno disposto ad accompagnarmi a Huliaipole, in quei giorni era troppo rischiosa. Ma ne trovai le tracce dappertutto. A Dnipro soggiornai nella stanza dell’albergo Astoria che era stata sua, a un secondo piano cui arrivava, si assicura, senza smontare da cavallo. Stanza decaduta e scomoda, ascensore guasto, ma sulla facciata c’è ancora una targa di marmo nero come quelle di cimitero col ritratto, e dice che nel 1919 Machno è stato lì e ha lottato per la libertà.

Le azzurre del volley

Myriam Sylla

Gianni Romeo
Le azzurre del volley sportive dell'anno per La Stampa

La Stampa, 31 dicembre 2025

Sorpresa, colpo di scena! Sinner non ha stravinto il referendum della Stampa che da 48 anni fotografa la stagione dello sport. Anzi, l’hanno schiacciato le donne della pallavolo targate Julio Velasco. È scivolato in basso. Leggere la classifica per crederci. Ma, se ci pensiamo, dopo un attimo di sbalordimento riflettiamo che proprio una sorpresa non è. Montava l’aria di novità, lo strepitoso successo di Jannik nel tempio di Wimbledon, il primo della storia per il tennis italico, lo prenotava al tris anche al nostro giochino della Stampa. Ma non è bastato. Perché? Troppo Sinner si sussurra.

Era il figlio del padreterno, gli si perdonava a fatica il no all’invito del presidente della Repubblica, gli hanno perdonato anche l’altro no, la convocazione in Davis, soltanto perché altri azzurri più azzurri hanno riportato comunque la Coppa in Italia. Scrisse Gian Paolo Ormezzano, geniale collega mancato proprio un anno fa di quest’epoca, che in Italia si crea in fretta un idolo per coltivare poi il gusto di demolirlo. Forse avevano visto giusto i colleghi inventori del nostro referendum quando avevano inserito una regoletta, più avanti abolita, che impediva di rivotare chi aveva già vinto.

Ma stiamo parlando troppo del Supertennista in questo caso. La Nazionale della pallavolo femminile merita il 110 e lode. Non ha usurpato il trono. Se sono tanti e appassionati i fans del tennis lo sono altrettanti quelli del volley, soprattutto «quelle», ragazze che stanno occupando come un’onda inarrestabile il territorio dello sport.

Il voto non è figlio di puro ragionamento tecnico, è mescolato all’emozionalità suscitata dall’evento sportivo ed è anche un termometro del momento. Perciò un evviva alle nuove generazioni di giovani donne che mettono sempre più centimetri e gioia di vivere in uno sport pulito che fa gruppo e amicizia. Si è creato un bel movimento ed ecco la punta della piramide, quella fantastica dozzina giunta al titolo mondiale senza perdere un colpo, ben mescolate da quel Velasco già professore di miracoli nel passato piuttosto lontano con i maschi, ora abile nel realizzare un’operazione amalgama di colori ed etnìe.

La pallavolo femminile manda anche messaggi importanti di altro tipo per chi vuole capire. Facciamo tre nomi fra tutte le componenti della squadra, non necessariamente scegliendo le migliori: Myriam Sylla, palermitana nera e vera, figlia di genitori ivoriani; Ekaterina Antropova, di chiara origine russa; Monica De Gennaro, la piccolina del gruppo che per ragioni tattiche spazia ovunque a far miracoli, carta d’identità Sorrento: questo è l’anticipo del nuovo mondo ed è lo sport che indica la strada. Forse anche per questo motivo il voto ha un senso che va al di là di Sinner.

Le donne. In classifica spunta un altro nome, da tenere bene a mentre, anche se è già da tempo nei titoli di testa dello sport. Diciamo Nadia Battocletti. Nasce a Coverano, paese di poco più di mille abitanti nell’Alta Val di Non. Venticinquenne, in mano una laurea in ingegneria quale futura finestra professionale, gestita tecnicamente da un padre vissuto in identiche esperienze e una madre mezzofondista. Già carica di affermazioni con la gemma di un secondo posto olimpico sui 10.000 metri che è qualcosa di più di una proiezione spalancata al futuro prossimo di Los Angeles 2028. Nadia è testimonianza di quella formidabile rivoluzione tecnica di cui il genere femminile applicato alla corsa di lunga distanza spazzando pregiudizi duri a morire fu protagonista a partire dagli Anni Sessanta, ai Giochi Olimpici fino al 1964 non erano previste per le donne distanze superiori agli 800 metri. Nel 1969 Paola Pigni nella mitica Scuola Nazionale di atletica leggera di Formia infranse la barriera dei 5000. Pigni e Novella Calligaris nel nuoto, le divine e geniali ispiratrici della crescita che ora si concretizza.

Postilla conclusiva: il successo del team di pallavolo è il primo premiato dal referendum come sport di squadra. Lo avrebbero ampiamente meritato gli uomini di Enzo Bearzot nel 1982, ma allora non si poteva votare una squadra, solo il simbolo. E giocoforza vinse il portierone Dino Zoff, a nome di tutti.

I commenti dei nostri abbonati

Mai tanti morti

Sabato Angeri
Mai così tanti caduti: per la Russia il 2025 è l'anno peggiore

il manifesto, 31 dicembre 2025

Si chiude un altro anno di guerra in Ucraina, il quarto. I soldati russi avanzano su tutti i fronti aperti, lentamente e a costo di perdite altissime. Secondo un’analisi della branca russa della Bbc e dell’emittente indipendente Mediazona, negli ultimi 10 mesi ci sarebbero circa 160mila soldati morti confermati, la cifra più alta dall’inizio della guerra considerato il lasso temporale. Ma gli esperti ritengono che la cifra reale sia superiore almeno della metà e si inserisce in una forbice compresa tra i 243mila e i 352mila caduti. Stime simili a quelle della Nato. Analizzando necrologi, giornali, social media, memoriali e nuove tombe, si nota anche che da agosto, quando Donald Trump e Vladimir Putin si sono incontrati per la prima volta in Alaska, a oggi i morti mensili sono triplicati rispetto all’inizio dell’anno. A conferma del fatto che con la ripresa dei negoziati anche l’offensiva russa si è decisamente intensificata. L’ordine di occupare più territorio possibile nel minor lasso di tempo è arrivato davvero e la maggior parte dei “Carico 200” – il nome in codice utilizzato in epoca sovietica post-sovietica per il rimpatrio dei caduti – viene dal Donetsk.

SECONDO IL VICE CAPO del Consiglio di sicurezza nazionale russo, Dmitry Medvedev, da gennaio a ottobre di quest’anno si sono arruolate 336mila nuove reclute, ovvero più di 30mila al mese. Sappiamo da diverse inchieste (o semplicemente dai pochi racconti trapelati oltreconfine) che questo sistema è alimentato da procuratori senza scrupoli che prendono una percentuale su ogni uomo che riescono a far arruolare, spesso mentendo sulle regole d’ingaggio e sui compensi. In ogni caso non abbiamo dati indipendenti sull’esercito russo e quindi, ammettendo che Medvedev dica quasi la verità e che ogni mese vengono uccisi 25mila soldati russi (fonti Nato), risulta vero che Mosca arruola più soldati di quanti ne perde. Ma a che prezzo, non c’è bisogno di sottolinearlo.

I VERTICI UCRAINI hanno sempre adottato il più assoluto riserbo sulle proprie perdite. L’unica dichiarazione ufficiale è di Volodymyr Zelensky e risale al febbraio di quest’anno: 46mila caduti e 380mila feriti. Tale computo appare assai impreciso. Innanzitutto sappiamo che ci sono decine di migliaia di soldati che risultano ufficialmente “dispersi”. Nel corso degli anni abbiamo intervistato diversi familiari di questi militari che manifestavano di fronte al ministero o agli uffici dell’esercito per sapere la verità.

Ad animare questi gruppi sono le mogli e le madri dei soldati che si sono autorganizzate in una rete sempre più estesa. Inizialmente erano bistrattate quando non apertamente disprezzate, oggi la situazione è diversa. Il numero di famiglie che ha un congiunto “disperso” cresce quotidianamente e la menzogna burocratica ormai ha portato all’esasperazione. La Bbc ritiene che ad oggi il numero verificabile di ucraini uccisi sia di circa 140mila soldati, al netto delle variabili già citate per la controparte ma in misura minore perché chi difende generalmente perde molti meno uomini di chi attacca.

ZELENSKY ieri ha dichiarato che il suo esercito «non può semplicemente andarsene» dal Donetsk come vorrebbe Putin per porre fine alla guerra, perché oltre a essere contrario alla costituzione «ci vivono ancora 300mila persone». La maggior parte di questi civili è concentrata tra Kramatorsk e Sloviansk, le due uniche città della regione degne di tale nome ancora in mano agli ucraini. I russi attaccano da sud (Kostiantinivka) e da sud-ovest (Pokrovsk), ma con la presa di Siversk a est si è aperto un altro pericoloso fronte, senza contare che da nord la strada per Izyum e Kharkiv è già inutilizzabile. Quasi un assedio, insomma, laddove la parte ancora libera è l’unica che garantisce rifornimenti e rinforzi ai soldati al fronte. Ma se Pokrovsk è assediata da 16 mesi e non è ancora ufficialmente caduta, quanto ci vorrà per occupare militarmente il resto della regione? Qualche settimana fa l’Economist aveva pubblicato delle stime, datando al giugno 2030 l’eventuale conquista definitiva delle regioni già annesse da Mosca con il referendum ridicolo del 2022.

Tuttavia, applicare alla guerra dei modelli matematici induce in errore l’osservatore distratto e sottostima l’unico dato reale prevedibile: più si va avanti e maggiore è la devastazione. Finché alla fine quei 300mila civili vivi spariranno: sfollati, uccisi dai bombardamenti, morti di malattia o per altre cause, sacrificati per le trattative o addirittura insultati come traditori. E al loro posto ci sarà un numero impressionante di soldati morti. Un elenco a parte nelle statistiche, ma esseri umani a tutti gli effetti, nonostante la divisa.


martedì 30 dicembre 2025

Un'amicizia filosofica

Roberto Ciccarelli 
Le lezioni di Deleuze su Michel Foucault 

il manifesto, 30 dicembre 2025

La ripubblicazione dei tre volumi del corso di Gilles Deleuze su Michel Foucault in un elegante cofanetto, realizzata dall’editore Ombre Corte (pp. 900, euro 50) permette di ricomporre il mosaico del pensiero di Deleuze e quello dei suoi rapporti con l’autore di Sorvegliare e punire (Einaudi) o de La volontà di sapere (Feltrinelli). Queste lezioni, splendide, su Foucault sono il frutto di un notevole lavoro di traduzione dal francese (di Marta Benenti, Marta Caravà, Lorenzo Feltrin, Carlotta De Michele) e di commento (di Massimiliano Guareschi, Ubaldo Fadini e Girolamo De Michele). Vanno senz’altro lette con il Foucault di Deleuze (oggi pubblicato da Orthotes), un folgorante ritratto filosofico che è molto più di una classica monografia accademica.

QUESTO RITORNO EDITORIALE è avvenuto quest’anno in occasione del doppio anniversario della nascita (1925) e quello della morte (1995) di Deleuze, la cui opera ha avuto un notevole riscontro in diverse stagioni anche nel nostro paese. Ne abbiamo parlato ampiamente su il manifesto e su Alias Domenica. L’exploit di ombre corte arriva al termine di un anno in cui sono state pubblicate da Einaudi le lezioni di Deleuze sulla pittura e su Spinoza e una nuova edizione de L’AntiEdipo scritto da Deleuze con Félix Guattari nel 1972. In Francia l’editore De Minuit ha pubblicato altri corsi che Deleuze ha tenuto tra il 1979 e il 1980: Sur l’appareil d’État et la machine de guerre e Sur les lignes de vie.

I corsi tenuti all’università Parigi 8 tra il 1985 e il 1986 sono un’opera a sé e permettono di capire il libro su Foucault che Deleuze ne ha tratto nel 1986, a due anni dalla morte di Foucault avvenuta nel 1984. Permettono inoltre di comprendere le numerose interlocuzioni dal fondamentale dialogo sull’intellettuale del 1972 ai saggi brillantissimi che Foucault ha dedicato a Differenza e ripetizione e Logica del senso di Deleuze o all’Antiedipo. Si può inoltre capire, e relativizzare, il dissidio sui concetti di desiderio e di piacere, come anche i diversi approcci alla politica negli anni Settanta: sul caso dell’avvocato della Rote fraktion armee Klaus Croissant al conflitto tra Israele e Palestina.

Di certo, le lezioni deleuziane sono uno dei modi più alti, sia dal punto metafisico che da quello politico, di entrare nell’opera di Foucault. In queste pagine c’è una grande potenza del pensiero intrecciata con l’intensità esistenziale di un rapporto di amicizia iniziata – lo ha ricostruito lo storico François Dosse in Amitiés philosophiques (Grasset) – nell’ottobre 1952 a Lille.

UNA LETTURA NUOVA di un rapporto di amicizia che ha modificato profondamente la filosofia contemporanea oggi è necessaria per ribaltare i cliché di una storiografia riconosciuta. Quella, per esempio, che ha ridotto il pensiero critico all’amalgama di un prodotto accademico da esportazione, la «French Theory», o di un Foucault «neoliberale».
Approcci semplificati, e pregiudizievoli, di questo tipo sono stati diffusi nell’ultimo ventennio e non dovrebbe stupire il fatto che oggi alimentino le «guerre culturali» dell’estrema destra.
Queste idee sono il risultato di una lunga genealogia, presente anche a sinistra sin dagli anni Sessanta, che ha ridotto la critica a moralismo e oggi alimenta lo spauracchio della svolta reazionaria del neoliberalismo basata sulla nazione, la guerra e il mercato, quello che cerca i nemici nel femminismo, nel pensiero postcoloniale o nell’ecologia politica. Sono ricostruzioni che hanno coinvolto, tramite strategie di appropriazione e ribaltamento nell’opposto, lo stesso Deleuze.
Ricorre, spesso, la tentazione di considerare quest’ultimo come il fautore di un gergo della metafisica idealistica. L’operazione di «purificazione» serve a rimuovere l’inevitabile rapporto con la politica presente nei quattro libri scritti da Deleuze con Guattari (AntiEdipoMille pianiKafka e Che cos’è la filosofia?).

Questa tentazione è funzionale alla liquidazione di Deleuze come utile idiota del capitalismo, cioè l’autore di un’inesistente (e da lui stesso criticata) «ideologia del desiderio».

RILEGGERE, invece, le magnetiche pagine che raccolgono i pensieri di Deleuze sull’opera di Foucault, è uno degli antidoti più efficaci al populismo anti-intellettuale, al fascismo molecolare e al morfinismo accademico.
Tre sono le domande da cui è partito Deleuze nel creare un ritratto con Foucault, e non solo su Foucault: cosa posso sapere, come si trasforma il potere e come posso resistergli, come si diventa soggetti di una rivoluzione (o «soggettivazione»). Sapere, potere e soggettivazione sono infatti i titoli redazionali scelti per i tre volumi del corso che stiamo leggendo.

Il «sapere» non è solo un discorso filosofico-giuridico o scientifico ma si proietta sulle pratiche e spinge il soggetto al superamento dei suoi limiti. La «verità» non è l’espressione di una conoscenza pura, ma è il movimento che produce un «sovrappiù di forze» che eccede la conoscenza data. Il sapere, inoltre, è in stretta relazione con il potere. Deleuze si interroga su cosa abbia spinto Foucault a passare dal registro del primo a quello dell’altro. Egli suggerisce che la questione del «doppio» avrebbe suscitato uno spostamento fondamentale.

Il problema di Foucault è quello del doppio. Ciò gli ha permesso di giocare su una doppia partizione: quella delle relazioni di forza costitutive del potere che vanno ad aggiungersi alle relazioni di forma che costituiscono il sapere. Un simile approccio ha permesso di escludere l’esistenza di un dualismo tra natura e cultura, o tra soggetto e oggetto.
Non esiste una «esperienza originaria, libera e selvaggia», come crede chi critica il potere in nome dell’autenticità, e del suo fantasma. Ogni espressione è presa in rapporti di potere ed è il potere a determinare cosa di una natura si può dire e fare. Deleuze ha avvertito il rischio del nichilismo, cioè l’idea del potere assoluto che tutto domina.

Foucault lo ha avvertito quando ha definito il potere come una produzione di relazioni, e dunque un rapporto sociale. Sta qui il grande interesse che ha per noi oggi il terzo volume del corso, quello sulla «soggettivazione», dove Deleuze procede a un corpo a corpo con l’«aporia» di Foucault.
Così possiamo comprendere l’importanza del problema del «fuori» in Foucault (e delle «linee di fuga» in Deleuze e in Guattari) in una rinnovata dialettica, non hegeliana. Questa dialettica non è un «ritorno al soggetto» – cioè allo Spirito, al Pensiero-Logos o all’Essere – ma la pratica di un «diritto alla differenza e alla metamorfosi» dei modi di essere e delle «maniere di vivere».

LA LOTTA PER IL SAPERE e il potere si svolge nella produzione della «soggettività» e sui modi in cui essa diviene, cioè si «soggettivizza». Riguarda tutto: la vita e la morte, la libertà e l’uguaglianza, il lavoro e la ricchezza, le idee e le percezioni, l’etica e l’estetica, l’economia e le istituzioni, oltre che la guerra. La lettura di Deleuze sull’etopoietica della soggettivazione permette di comprendere a fondo il significato della lotta per l’egemonia svolta nell’ultimo mezzo secondo dai neoliberalismi, oltre che sull’ultima stagione delle genealogie di Foucault al Collège de France. Il problema è la produzione di una «vita altra» a partire da «questo mondo» ridotto dal potere a una prigione a cielo aperto.

Il cuore del corso su Foucault si trova nella lezione del 13 maggio 1986 quando Guattari è intervenuto a fianco di Deleuze. Il testo è un condensato spettacolare della filosofia del futuro. Serve, tra l’altro, a farsi un’idea di cosa significa praticamente un libro come Mille piani, oltre che ai numerosi testi che su questo tema ha scritto Guattari. Quest’ultimo spiega cos’è oggi una soggettività capitalistica, un concatenamento tossico di elementi «arcaici» (dogmi religiosi, autoritarismo, nazionalismo) e modernissimi (tecnologia, libertà, futuro). E prospetta i modi per combatterla e trasformarla, a cominciare da noi stessi che la riproduciamo. La soggettività è il risultato di una «piegatura» delle forze, l’emergere di un uso «mostruoso» e inclassificabile rispetto ai ruoli, alle gerarchie e alla divisione del lavoro e segna il «passaggio ad un’altra logica».

Questo significa che esiste «un divenire femminile essendo totalmente eterosessuali». Ciò che conta è la «produzione del non-identico», non riprodurre il potere, ma trasformarlo con un nuovo modo collettivo di pensare, percepire e agire. Foucault ha trovato il «fuoco della resistenza e della creazione» a partire dall’«uso dei piaceri», proprio nel campo della sessualità dov’è più forte la presa del capitalismo. Altri «fuochi» possono essere accesi nella vita per riaprire «le potenzialità in un campo sociale». La soggettività è intesa come lotta politica. Questa idea è stata intuita dai suoi avversari, quelli del campo avverso neoliberale che ha schiacciato la ricerca delle «maniere di vivere» sul modello di una soggettività prima capitalista, e oggi «microfascista». La lotta, invece, è «trasversale» e si fa nel mezzo.

Ci vuole forza per piegarla in un altro senso e un’altra politica per creare una «relazione tra eterogenei». Questa intuizione è più durevole di quanto ci viene fatto credere e per questo viene attaccata senza pietà, come dimostra l’ultimo caso del movimento per Gaza.