La sostanza delle tariffe imposte da Donald Trump è caricaturale quasi quanto la coreografia che ha fatto da sfondo al loro annuncio due giorni fa. Le misure annunciate da Trump, avremmo detto un tempo, sono “gravi” – molto “gravi” – ma certo non “serie”. Lo evidenziano bene le modalità con cui sono state applicate indistintamente a tutte le bilance commerciali bilaterali, presumibilmente applicando una formula indistinta in cui i deficit statunitensi sono la variabile decisiva. Con il paradosso di vederle imposte anche a territori abitati solo da pinguini o a paesi molto poveri, come il Lesotho, che hanno un piccolo surplus con gli Stati Uniti.

Vi è insomma del banale analfabetismo economico, dietro provvedimenti che destabilizzeranno ancor più un ordine globale di suo vieppiù frammentato e precario, e che colpiranno sia i consumatori statunitensi sia le tante imprese che negli Usa importano beni intermedi indispensabili nei complessi cicli produttivi odierni. E allora come si spiega questa iniziativa, attesa ma comunque sorprendente per la sua radicalità e universalità (che ha smentito peraltro le velleitarie illusioni di chi, come il governo italiano, pensava in qualche modo di poter ottenere un trattamento privilegiato)? Tre chiavi di lettura, strettamente intrecciate, ci possono aiutare a dare una risposta.

La prima è che i dazi di Trump esprimono le ambizioni ormai scopertamente imperiali della sua politica estera. Il presidente statunitense brandisce e usa come una clava quello che è un indubbio asset di potenza degli Stati Uniti contemporanei: il loro mercato interno e quei voraci consumi che nell’ultimo mezzo secolo hanno contribuito in modo decisivo a trainare la crescita economica globale. «Un impero dei consumi», nella celebre definizione che ne diede il grande storico Charles Maier, indispensabile a tante economie trainate dalle esportazioni, a partire da quella cinese.

È una clava, quella dei dazi, utilizzata per ottenere alcuni risultati economici, su tutti la correzione dei deficit commerciali e una re-industrializzazione che dovrebbe essere facilitata dalla disponibilità di molti gruppi industriali a portare (o riportare) la loro produzione negli Usa. Ma che più di tutto mira ad accelerare il disaccoppiamento dell’economia statunitense da quella cinese: a “liberare” appunto gli Stati Uniti da una interdipendenza che, si asserisce, ne ha eroso sovranità, autonomia e in ultimo libertà.

Perché allora dazi universali e generalizzati? Perché, secondo aspetto, sono strumenti punitivi, sanzionatori e finanche ricattatori. Servono in altre parole a ottenere obiettivi altri da quelli strettamente commerciali o industriali. Diventano mezzi con cui forzare il soggetto colpito a modificare la propria politica secondo le indicazioni degli Usa. Che criticano da tempo molti alleati, Europa e Giappone, per il loro insufficiente impegno nell’azione anticinese di Washington. O che denunciano partner ingrati e ormai ostili, siano essi il Canada e il Messico che non esercitano il dovuto controllo sulle loro frontiere o un’Europa che solo prospetta di adottare norme più efficaci di regolamentazione del big tech americano.

La terza spiegazione è tutta politica e simbolica. E rimanda anch’essa al nazionalismo aggressivo e imperialista di Trump. Che con i dazi, e l’uso radicale dell’asset di potenza dei consumi, flette i muscoli, ostentando fermezza e forza. Che in essi trova, o meglio crede di trovare, sublimazione di una postura virile e decisionista: di un autoritarismo che s’incaglia invece in altri ambiti, siano essi i difficili negoziati sull’Ucraina o i tanti ordini esecutivi bloccati dalle corti per la loro patente incostituzionalità.

I dazi sono facili da mettere, insomma. Permettono finalmente di proiettare un’immagine di una presidenza vigorosa e implacabile, e di sostanziare una retorica populista simboleggiata dagli operai in casacche gialle esposti il giorno dell’annuncio e che sarebbero i primi beneficiari del provvedimento. Ma che potrebbero in realtà essere fra le sue prime vittime. Perché i dazi sono innanzitutto una tassa su consumo e produzione, destinati ad alimentare spirali inflattive e a ridurre il potere di acquisto.Perché l’immediato tracollo di borse nelle quali milioni di famiglie americane hanno direttamente e indirettamente i loro risparmi ci mostra quanto devastanti queste misure possano essere. Perché proprio la loro indiscriminata universalità ne rivela l’insensatezza ultima, laddove colpisce quei soggetti – si pensi solo al Vietnam – che proprio in conseguenza del cercato disaccoppiamento dalla Cina avevano visto crescere la loro centralità e quindi il loro surplus commerciale con gli Usa. Perché l’immediato tracollo di borse nelle quali milioni di famiglie americane hanno direttamente e indirettamente i loro risparmi ci mostra quanto devastanti queste misure possano essere. Perché proprio la loro indiscriminata universalità ne rivela l’insensatezza ultima, laddove colpisce quei soggetti – si pensi solo al Vietnam – che proprio in conseguenza del cercato disaccoppiamento dalla Cina avevano visto crescere la loro centralità e quindi il loro surplus commerciale con gli Usa.