Malcom Pagani
Toni Servillo nel film "La grazia": "Cresciuto
in una casa senza libri, la mia storia è un miracolo"
La Repubblica, 2 gennaio 2026
Di un film in cui si suggerisce di abolire l’ambizione per decreto, Toni Servillo non poteva che essere protagonista. Dà appuntamento in un bar e quando lo scopre chiuso come le chiese, allo scopo di cercare un altro altare per sacrificarsi: «Promuovere un’opera mi trascina su un palcoscenico sul quale penso di essere sempre un attore mediocre» sale in macchina, accende un sigaro e riflette sulla vita che si è scelto: «Continuo a pensare che la mia storia somigli a un miracolo. Mi è successa una cosa straordinaria, sulla carta quasi impossibile. Ero un bambino, cresciuto in provincia, in una casa in cui non c’era un libro. Non disegnavo, non dipingevo e non scrivevo poesie, però speravo che recitare potesse rivelarsi un modo per scoprire il mondo e provare a condividerlo con gli altri. È accaduto, continuo a stupirmene e a considerarla un’immensa fortuna». Con Paolo Sorrentino, Servillo lavora da venticinque anni: «Clint Eastwood sostiene che a persuaderlo ad affrontare la ripetitività, la noia e le fatiche del set sia soltanto la fiducia nel racconto. Paolo me l’ha offerta fin dal suo esordio e come sintetizza felicemente un mio amico, viaggiando insieme, ci siamo fatti del bene a vicenda».
Vi somigliate? «Abbiamo in comune l’ironia e per fortuna anche una certa capacità di relativizzare».
Perché
per fortuna? «Perché
entrambi mettiamo in ciò che facciamo disciplina e ossessione,
attitudini faticose».
La grazia,
al cinema dal 15 gennaio con Piper, è la settima avventura in
comune. «Ero
rimasto impressionato dal copione, letto molto tempo fa, e con Paolo
mi ero raccomandato: “Non perdiamo l’occasione di trasformarlo in
un film”».
Cosa l'aveva impressionata? «Interpreto
un presidente della Repubblica di formazione cattolica e grande
dirittura morale, Mariano De Santis, che è nel semestre bianco, gli
ultimi sei mesi di mandato quirinalizio. È un uomo che si trova in
limine tra il bilancio esistenziale, la vecchiaia e le ultime
decisioni da prendere prima di congedarsi dalla vita pubblica.
Decisioni importanti: la concessione di due grazie e la firma di una
legge sul fine vita».
Lei
ha un’opinione su questo? «Penso
che in Italia sul tema dei diritti civili siamo da troppo tempo
abituati a fare due passi avanti e tre indietro. Ogni Paese moderno
dovrebbe dotarsi di una legge che consenta alle persone di potersi
congedare dalla vita nel modo più giusto, più lieto, più civile e
meno doloroso possibile».
Come
vive invece l’idea di dover decidere su materie così complesse il
suo personaggio? «Alimentando
il dilemma e mostrando i suoi limiti nel silenzio della riflessione.
Nella politica di oggi, abituata allo spettacolo tout-court, De
Santis è un’anomalia. Vive il suo mandato con spirito di servizio,
sobrietà e sacrificio di sé. Non si considera, come altri politici
che in passato abbiamo messo in scena con Paolo, un uomo di potere
che occupa un palazzo per diritto divino, ma un ospite delle
istituzioni, un inquilino del Quirinale che da una parte non vede
l’ora di tornare a casa perché ha compiuto il suo dovere e
dall’altro è consapevole di assolvere a una carica che dopo di lui
toccherà comunque ad altri».
Il
suo presidente è un giurista. «Proprio
come sua figlia, Anna
Ferzetti,
che con lui non condivide soltanto la passione per il diritto ma
anche una certa difficoltà nelle relazioni e nel dialogo con gli
altri. I due la pensano diversamente su tanti aspetti, ma a modo loro
si rispettano e si confrontano».
A
lei con
suo
padre capitava lo stesso? «Ero
un nottambulo e per anni ho pensato che dormire fosse una perdita di
tempo. Io e mio padre ci incontravamo in cucina, di notte. “Che
fai?”, “Penso”, rispondevo. Il dialogo finiva lì. A volte,
come ne La grazia, per capirsi non c’è bisogno di troppe parole.
Meglio una domanda senza risposta che un’opinione affrettata».
Nel
film si suggerisce che la grazia sia la bellezza del dubbio. «Nel
momento della decisione, l’autonomia è sinonimo di solitudine. Il
mio presidente è chiamato a scegliere, ma invece di ancorarsi al
passato ascolta chi gli è vicino e si proietta verso il futuro,
verso il mondo che cambia, verso una complessità che per cultura
personale e ascendenze dovrebbe essergli estranea».
La
grazia è
un film che parla anche d’amore? «Senz’altro.
È anche un’elegia coniugale: tutto quello che porterà il
presidente a prendere delle decisioni è mosso dall’amore perché è
l’amore che muove ogni cosa: l’amore per la figlia, per la legge,
per il ruolo che ricopre».
Lei
ha quasi gli stessi anni del presidente che interpreta. A quell’età,
adombra De Santis, la libertà serve a poco. «La
mia libertà ha coinciso nel provare a non soggiacere mai alle leggi
del mercato, nel teatro come nel cinema».
Toni
Servillo è uno dei pochi attori a non aver mai interpretato uno
spot. «Detto
che ognuno è libero di fare ciò che preferisce e che non mi sono
mai sentito migliore di nessuno, è vero. Mi hanno offerto di
interpretare molte pubblicità e ho sempre preferito evitare».
Perché? «Credo
sia una maniera di preservare la mia libertà all’interno di una
relazione che ho stabilito con il pubblico».
Che
tipo di relazione? «Una
relazione basata sulla riconoscibilità. Ho sempre voluto somigliare
a una certa idea che avevo di me e ho cercato – senza essere poi
sicuro di esserci davvero riuscito – di dare vita a progetti che
somigliassero a quello che sono».
«L’evidenza
non è evidente» si dice nel film. Per lei cosa è stato subito
evidente sul palcoscenico? «Il
confronto con i miei limiti e con i miei confini: più andavo avanti
a recitare in teatro e più mi rendevo conto che c’erano cose che
non avrei mai saputo fare. Le esclusi per concentrarmi su quelle che
mi illudevo di poter dominare. C’è una proliferazione di persone
che sembrano eccellere in moltissimi campi, ma dovete avere pazienza,
sono un signore di quasi sessantasette anni e diffido della
tuttologia».
Non
la vedremo nelle vesti di regista? «Se
è per questo neanche in quelle di scrittore. “Perché non
pubblichi un libro?”, “Perché non giri un film?”. Sono domande
che ogni tanto mi pongono».
E
lei cosa risponde? «Che
non lo so fare e, cosa più importante di tutte, non lo voglio fare.
Mettermi dietro la macchina da presa non appartiene alla mia natura
d’attore. Per me ragionare significa agire. Per un attore è tutto
nell’atto».
E
cosa significa essere attore? «Andare
talmente in profondità con sé stessi che una volta che sei arrivato
giù sul fondo e sei convinto di essere solo con la tua vicenda
umana, incontri anche tutti gli altri».
Molto
bello, ma a questo punto vorremmo saperne di più. «Quando
affronti un personaggio una parte di te si rende disponibile a essere
più o meno la copia conforme di quella maschera e quando cominci
piano piano ad assumere degli atteggiamenti che non sono i tuoi, ma
quelli del tuo personaggio, la metamorfosi può creare dei problemi».
Si
rischia la pazzia? «Senza
estremizzare, a volte, sì, la si sfiora. Devi essere disposto a
polverizzarti, a dimenticare chi sei senza scordare però di tornare
a chi eri. Non è un mestiere semplice il mio, richiede saldezza
d’animo e verifica costante ed è senz’altro vero che autori e
attori letteralmente posseduti dalla loro arte hanno lasciato in
eredità recite e pagine straordinarie. D’altra parte quanti uomini
era Balzac? Quante persone? Quante ipotesi?».
Cosa
ha rappresentato per lei l’aspirazione? «Un
volano. La benzina che mi ha messo nelle condizioni di trovare il mio
spazio ed avere qualcosa da dire. Ho avuto la fortuna di giocare in
squadra, come facevo da ragazzo, quando con il pallone trottavo da
terzino all’oratorio. Formare una compagnia con alcuni miei
coetanei, Teatri Uniti, era un modo per misurare le nostre diverse
ambizioni tarandole anche sulla base dei fallimenti e delle capacità
che riconoscevamo l’uno nell’altro. Scoprivamo il teatro e al
tempo stesso ci disvelavamo a noi stessi».
Cosa
resta di quella fiamma iniziale? Come si fa a non farla
spegnere? (Servillo
resta in silenzio per quasi un minuto, poi si aiuta con un colpo di
tosse e risponde). «Soffocando la tentazione di alzare il volume
della propria voce, sacrificando l’io a vantaggio del noi e
mantenendo vivo il desiderio di mettersi in ascolto. Sono importanti
gli scambi, gli incontri, la possibilità di far entrare la vita nei
tuoi spettacoli e nei tuoi film».
Proprio
come il presidente di cui veste i panni si ha l’impressione che
Toni consideri Servillo l’argomento meno interessante che
esista? «Più
passa il tempo e più parlare di me mi affatica un po’».
E
quando parlano di lei le piace ciò che scrivono? «Non
sempre».
Cosa
non le piace? «Quando
dicono che ho la mistica dell’attore. Non è affatto vero, fare 300
recite l’anno non ha niente a che vedere con la mistica: è fatica,
mestiere, esercizio, impegno. Ho un’immagine nobile del mio lavoro
e gli attori che mi hanno lasciato qualcosa in questi decenni avevano
tutti un volto che comunicava un certo modo di stare al mondo.
Jouvet, Eduardo, Volonté. Mastroianni, per esempio, aveva un volto
che era una sintesi del cechovismo».
Ma
lei, Servillo, una cazzata l’ha mai fatta? «Le
faccio, le ho fatte, e continuerò a farle, come può venirle in
mente il contrario? Sono un uomo normale che ride spesso e ha i suoi
momenti di malinconia. Sogno meno di quanto vorrei, ma non conosco
più le notti insonni che in un periodo della mia vita mi facevano
sentire come Titta Di Girolamo, il protagonista de Le conseguenze
dell’amore e sono tutt’altro che un misantropo. Mi piace stare in
mezzo agli altri anche se rispetto al passato sono più silenzioso.
Alle cene parlavo quasi sempre io, ero più protagonista di quanto
non sia oggi».
Una
sciocchezza che avrebbe fatto fatica a perdonarsi? «A
proposito di cazzate, non recitare ne L’uomo
in più lo
sarebbe stata a pieno titolo. All’inizio mi negai e non volli
neanche leggere il copione. Poi Angelo Curti, all’epoca uno dei
produttori del film e oggi mio agente, mentì: “Non preoccuparti,
non lo guardare neanche, tanto lo abbiamo già dato a un altro
attore”. A volte l’orgoglio è un motore importante. Lessi di
corsa e scoprii un grande autore. Quel film e l’incontro con
Sorrentino mi hanno cambiato la vita, forse senza quest’incontro mi
sarei immesso brutalmente sul mercato e ogni cosa, non è difficile
immaginarlo, sarebbe stata diversa».
Cosa
non ha perso della sua giovinezza? «La
curiosità».
Le
piacerebbe essere più leggero a volte? «Mi
piacerebbe moltissimo. Per la mia salute e per quelli che amo e che
mi stanno intorno. È una ricerca, un desiderio, un’aspirazione, la
leggerezza. Provo molta ammirazione per chi riesce a esserlo. Io sono
poco lirico e più prosaico, probabilmente è la ragione per cui
leggo molto i poeti e chiedo loro aiuto».
Per
il New
York Times lei
è tra i miglior attori del secolo. Pensa che recitare somigli a una
vocazione? «Vocazione
è un termine equivoco, scivoloso, pericoloso persino. Come per il
mio presidente arriva un momento in cui sei costretto a fare dei
bilanci e magari capisci che per seguire la tua strada hai
sacrificato molto e lasciato indietro tante cose. Ciò che ti è
rimasto è ciò che sei e non sono previste seconde mani».
Ha
qualche rimpianto? «No,
non è un sentimento che coltivo. Non penso di aver fatto cose così
importanti da meritare il rimpianto».
Il
rimpianto di aver ferito o deluso qualcuno, magari. «Quello
lo covo sicuramente, ma sono fatti miei. Ne potrei parlare
tantissimo, ma non metto così a nudo il mio cuore. A volte,
soprattutto nel privato, avrei potuto essere meglio di quello che
sono stato, come tutti. Ma poi sa com’è? Sa cos’è?».
Com’è?
Cos’è? «È
la vita che dispone di te, non il contrario».