venerdì 2 gennaio 2026

Oltre le apparenze: il tempo dell’incertezza politica


L'intervista di Claudio Cerasa a Mario Monti non è molto diversa nelle intenzioni dall'articolo in cui Ernesto Galli della Loggia paragonava Giorgia Meloni a De Gasperi. Per far fronte ai suoi compiti storici l'attuale maggioranza di governo dovrebbe cambiare natura, trasfigurare se stessa arrivando a incarnare una più alta capacità di iniziativa sul piano interno (Galli) e internazionale (Monti). Questo non avverrà. Il cavallo non beve, non è in grado di bere:  non si può forzare qualcuno a fare qualcosa se non è attrezzato, anche se le risorse sono presenti.

Al di là delle apparenze, l’Italia sta vivendo una fase complicata. Non una crisi evidente, fatta di rotture e colpi di scena, ma una difficoltà più sottile, che riguarda gli equilibri politici e la capacità di governo.

Il governo sembra spesso impegnato soprattutto a mantenere la propria posizione. L’obiettivo implicito è trasformare una vittoria elettorale in una stabilità duratura. È un tentativo già visto nella storia italiana, e quasi mai riuscito fino in fondo. Quando il potere cerca di consolidarsi senza sciogliere i nodi di fondo del Paese, il rischio è che l’incertezza aumenti invece di diminuire.

Il punto più delicato resta la collocazione internazionale dell’Italia. Il rapporto con l’Europa, le alleanze, i vincoli economici: su questi temi i margini di manovra sono ridotti. Ogni ambiguità, ogni messaggio contraddittorio, finisce per riflettersi anche sul piano interno, rendendo più fragile l’azione di governo.

In situazioni come questa, l’equilibrio non si costruisce solo a Palazzo Chigi. La nostra storia mostra che spesso entrano in gioco altri fattori: le istituzioni di garanzia, i vincoli europei, le dinamiche internazionali. Il Presidente della Repubblica, in particolare, tende a rappresentare un punto di riferimento nei momenti di transizione.

È probabile, quindi, che il risultato finale non coincida con le aspettative della maggioranza di governo. Più che una svolta netta, potremmo assistere a un lento riassestamento, in cui le ambizioni iniziali vengono ricondotte entro limiti più tradizionali. Una dinamica tipicamente italiana, che si ripete ogni volta che la politica prova a forzare oltre misura un equilibrio già fragile.

La grazia

 


Malcom Pagani 
Toni Servillo nel film "La grazia": "Cresciuto in una casa senza libri, la mia storia è un miracolo"

La Repubblica, 2 gennaio 2026

Di un film in cui si suggerisce di abolire l’ambizione per decreto, Toni Servillo non poteva che essere protagonista. Dà appuntamento in un bar e quando lo scopre chiuso come le chiese, allo scopo di cercare un altro altare per sacrificarsi: «Promuovere un’opera mi trascina su un palcoscenico sul quale penso di essere sempre un attore mediocre» sale in macchina, accende un sigaro e riflette sulla vita che si è scelto: «Continuo a pensare che la mia storia somigli a un miracolo. Mi è successa una cosa straordinaria, sulla carta quasi impossibile. Ero un bambino, cresciuto in provincia, in una casa in cui non c’era un libro. Non disegnavo, non dipingevo e non scrivevo poesie, però speravo che recitare potesse rivelarsi un modo per scoprire il mondo e provare a condividerlo con gli altri. È accaduto, continuo a stupirmene e a considerarla un’immensa fortuna». Con Paolo Sorrentino, Servillo lavora da venticinque anni: «Clint Eastwood sostiene che a persuaderlo ad affrontare la ripetitività, la noia e le fatiche del set sia soltanto la fiducia nel racconto. Paolo me l’ha offerta fin dal suo esordio e come sintetizza felicemente un mio amico, viaggiando insieme, ci siamo fatti del bene a vicenda».

Vi somigliate? «Abbiamo in comune l’ironia e per fortuna anche una certa capacità di relativizzare».

Perché per fortuna? «Perché entrambi mettiamo in ciò che facciamo disciplina e ossessione, attitudini faticose».

La grazia, al cinema dal 15 gennaio con Piper, è la settima avventura in comune. «Ero rimasto impressionato dal copione, letto molto tempo fa, e con Paolo mi ero raccomandato: “Non perdiamo l’occasione di trasformarlo in un film”».

Cosa l'aveva impressionata? «Interpreto un presidente della Repubblica di formazione cattolica e grande dirittura morale, Mariano De Santis, che è nel semestre bianco, gli ultimi sei mesi di mandato quirinalizio. È un uomo che si trova in limine tra il bilancio esistenziale, la vecchiaia e le ultime decisioni da prendere prima di congedarsi dalla vita pubblica. Decisioni importanti: la concessione di due grazie e la firma di una legge sul fine vita».

Lei ha un’opinione su questo? «Penso che in Italia sul tema dei diritti civili siamo da troppo tempo abituati a fare due passi avanti e tre indietro. Ogni Paese moderno dovrebbe dotarsi di una legge che consenta alle persone di potersi congedare dalla vita nel modo più giusto, più lieto, più civile e meno doloroso possibile».

Come vive invece l’idea di dover decidere su materie così complesse il suo personaggio? «Alimentando il dilemma e mostrando i suoi limiti nel silenzio della riflessione. Nella politica di oggi, abituata allo spettacolo tout-court, De Santis è un’anomalia. Vive il suo mandato con spirito di servizio, sobrietà e sacrificio di sé. Non si considera, come altri politici che in passato abbiamo messo in scena con Paolo, un uomo di potere che occupa un palazzo per diritto divino, ma un ospite delle istituzioni, un inquilino del Quirinale che da una parte non vede l’ora di tornare a casa perché ha compiuto il suo dovere e dall’altro è consapevole di assolvere a una carica che dopo di lui toccherà comunque ad altri».

Il suo presidente è un giurista. «Proprio come sua figlia, Anna Ferzetti, che con lui non condivide soltanto la passione per il diritto ma anche una certa difficoltà nelle relazioni e nel dialogo con gli altri. I due la pensano diversamente su tanti aspetti, ma a modo loro si rispettano e si confrontano».

A lei con suo padre capitava lo stesso? «Ero un nottambulo e per anni ho pensato che dormire fosse una perdita di tempo. Io e mio padre ci incontravamo in cucina, di notte. “Che fai?”, “Penso”, rispondevo. Il dialogo finiva lì. A volte, come ne La grazia, per capirsi non c’è bisogno di troppe parole. Meglio una domanda senza risposta che un’opinione affrettata».

Nel film si suggerisce che la grazia sia la bellezza del dubbio. «Nel momento della decisione, l’autonomia è sinonimo di solitudine. Il mio presidente è chiamato a scegliere, ma invece di ancorarsi al passato ascolta chi gli è vicino e si proietta verso il futuro, verso il mondo che cambia, verso una complessità che per cultura personale e ascendenze dovrebbe essergli estranea».

La grazia è un film che parla anche d’amore? «Senz’altro. È anche un’elegia coniugale: tutto quello che porterà il presidente a prendere delle decisioni è mosso dall’amore perché è l’amore che muove ogni cosa: l’amore per la figlia, per la legge, per il ruolo che ricopre».

Lei ha quasi gli stessi anni del presidente che interpreta. A quell’età, adombra De Santis, la libertà serve a poco. «La mia libertà ha coinciso nel provare a non soggiacere mai alle leggi del mercato, nel teatro come nel cinema».

Toni Servillo è uno dei pochi attori a non aver mai interpretato uno spot. «Detto che ognuno è libero di fare ciò che preferisce e che non mi sono mai sentito migliore di nessuno, è vero. Mi hanno offerto di interpretare molte pubblicità e ho sempre preferito evitare».

Perché? «Credo sia una maniera di preservare la mia libertà all’interno di una relazione che ho stabilito con il pubblico».

Che tipo di relazione? «Una relazione basata sulla riconoscibilità. Ho sempre voluto somigliare a una certa idea che avevo di me e ho cercato – senza essere poi sicuro di esserci davvero riuscito – di dare vita a progetti che somigliassero a quello che sono».

«L’evidenza non è evidente» si dice nel film. Per lei cosa è stato subito evidente sul palcoscenico? «Il confronto con i miei limiti e con i miei confini: più andavo avanti a recitare in teatro e più mi rendevo conto che c’erano cose che non avrei mai saputo fare. Le esclusi per concentrarmi su quelle che mi illudevo di poter dominare. C’è una proliferazione di persone che sembrano eccellere in moltissimi campi, ma dovete avere pazienza, sono un signore di quasi sessantasette anni e diffido della tuttologia».

Non la vedremo nelle vesti di regista? «Se è per questo neanche in quelle di scrittore. “Perché non pubblichi un libro?”, “Perché non giri un film?”. Sono domande che ogni tanto mi pongono».

E lei cosa risponde? «Che non lo so fare e, cosa più importante di tutte, non lo voglio fare. Mettermi dietro la macchina da presa non appartiene alla mia natura d’attore. Per me ragionare significa agire. Per un attore è tutto nell’atto».

E cosa significa essere attore? «Andare talmente in profondità con sé stessi che una volta che sei arrivato giù sul fondo e sei convinto di essere solo con la tua vicenda umana, incontri anche tutti gli altri».

Molto bello, ma a questo punto vorremmo saperne di più. «Quando affronti un personaggio una parte di te si rende disponibile a essere più o meno la copia conforme di quella maschera e quando cominci piano piano ad assumere degli atteggiamenti che non sono i tuoi, ma quelli del tuo personaggio, la metamorfosi può creare dei problemi».

Si rischia la pazzia? «Senza estremizzare, a volte, sì, la si sfiora. Devi essere disposto a polverizzarti, a dimenticare chi sei senza scordare però di tornare a chi eri. Non è un mestiere semplice il mio, richiede saldezza d’animo e verifica costante ed è senz’altro vero che autori e attori letteralmente posseduti dalla loro arte hanno lasciato in eredità recite e pagine straordinarie. D’altra parte quanti uomini era Balzac? Quante persone? Quante ipotesi?».

Cosa ha rappresentato per lei l’aspirazione? «Un volano. La benzina che mi ha messo nelle condizioni di trovare il mio spazio ed avere qualcosa da dire. Ho avuto la fortuna di giocare in squadra, come facevo da ragazzo, quando con il pallone trottavo da terzino all’oratorio. Formare una compagnia con alcuni miei coetanei, Teatri Uniti, era un modo per misurare le nostre diverse ambizioni tarandole anche sulla base dei fallimenti e delle capacità che riconoscevamo l’uno nell’altro. Scoprivamo il teatro e al tempo stesso ci disvelavamo a noi stessi».

Cosa resta di quella fiamma iniziale? Come si fa a non farla spegnere? (Servillo resta in silenzio per quasi un minuto, poi si aiuta con un colpo di tosse e risponde). «Soffocando la tentazione di alzare il volume della propria voce, sacrificando l’io a vantaggio del noi e mantenendo vivo il desiderio di mettersi in ascolto. Sono importanti gli scambi, gli incontri, la possibilità di far entrare la vita nei tuoi spettacoli e nei tuoi film».

Proprio come il presidente di cui veste i panni si ha l’impressione che Toni consideri Servillo l’argomento meno interessante che esista? «Più passa il tempo e più parlare di me mi affatica un po’».

E quando parlano di lei le piace ciò che scrivono? «Non sempre».

Cosa non le piace? «Quando dicono che ho la mistica dell’attore. Non è affatto vero, fare 300 recite l’anno non ha niente a che vedere con la mistica: è fatica, mestiere, esercizio, impegno. Ho un’immagine nobile del mio lavoro e gli attori che mi hanno lasciato qualcosa in questi decenni avevano tutti un volto che comunicava un certo modo di stare al mondo. Jouvet, Eduardo, Volonté. Mastroianni, per esempio, aveva un volto che era una sintesi del cechovismo».

Ma lei, Servillo, una cazzata l’ha mai fatta? «Le faccio, le ho fatte, e continuerò a farle, come può venirle in mente il contrario? Sono un uomo normale che ride spesso e ha i suoi momenti di malinconia. Sogno meno di quanto vorrei, ma non conosco più le notti insonni che in un periodo della mia vita mi facevano sentire come Titta Di Girolamo, il protagonista de Le conseguenze dell’amore e sono tutt’altro che un misantropo. Mi piace stare in mezzo agli altri anche se rispetto al passato sono più silenzioso. Alle cene parlavo quasi sempre io, ero più protagonista di quanto non sia oggi».

Una sciocchezza che avrebbe fatto fatica a perdonarsi? «A proposito di cazzate, non recitare ne L’uomo in più lo sarebbe stata a pieno titolo. All’inizio mi negai e non volli neanche leggere il copione. Poi Angelo Curti, all’epoca uno dei produttori del film e oggi mio agente, mentì: “Non preoccuparti, non lo guardare neanche, tanto lo abbiamo già dato a un altro attore”. A volte l’orgoglio è un motore importante. Lessi di corsa e scoprii un grande autore. Quel film e l’incontro con Sorrentino mi hanno cambiato la vita, forse senza quest’incontro mi sarei immesso brutalmente sul mercato e ogni cosa, non è difficile immaginarlo, sarebbe stata diversa».

Cosa non ha perso della sua giovinezza? «La curiosità».

Le piacerebbe essere più leggero a volte? «Mi piacerebbe moltissimo. Per la mia salute e per quelli che amo e che mi stanno intorno. È una ricerca, un desiderio, un’aspirazione, la leggerezza. Provo molta ammirazione per chi riesce a esserlo. Io sono poco lirico e più prosaico, probabilmente è la ragione per cui leggo molto i poeti e chiedo loro aiuto».

Per il New York Times lei è tra i miglior attori del secolo. Pensa che recitare somigli a una vocazione? «Vocazione è un termine equivoco, scivoloso, pericoloso persino. Come per il mio presidente arriva un momento in cui sei costretto a fare dei bilanci e magari capisci che per seguire la tua strada hai sacrificato molto e lasciato indietro tante cose. Ciò che ti è rimasto è ciò che sei e non sono previste seconde mani».

Ha qualche rimpianto? «No, non è un sentimento che coltivo. Non penso di aver fatto cose così importanti da meritare il rimpianto».

Il rimpianto di aver ferito o deluso qualcuno, magari. «Quello lo covo sicuramente, ma sono fatti miei. Ne potrei parlare tantissimo, ma non metto così a nudo il mio cuore. A volte, soprattutto nel privato, avrei potuto essere meglio di quello che sono stato, come tutti. Ma poi sa com’è? Sa cos’è?».

Com’è? Cos’è? «È la vita che dispone di te, non il contrario».

Il canto di Grillo

Massimiliano Panarari
Il vaneggiante controcanto di Beppe Grillo

La Stampa, 2 gennaio 2026

Era un appuntamento abituale. Il “controcanto” volutamente irrituale, un po’ sarcastico e un po’ oracolare, di Beppe Grillo al discorso di fine anno del capo dello Stato. A Capodanno 2026, in maniera assai meno magniloquente ci ritroviamo con un suo post. E quello che era precisamente pensato come un tonitruante (e narcisistico) guanto di sfida nei confronti delle istituzioni e del “sistema” si è convertito in un assai più modesto messaggio nella bottiglia, riempita di fiele e amarezza, nonché del consueto egotismo. Il segno di tempi nei quali la bolla grillina è totalmente archiviata, e il M5S è diventato altro. Anzi, un autentico “altro da sé” per l’ex capo comico e capo politico, che non si rassegna a scendere dal palcoscenico e al finale di partita e di un partito che gli è stato sfilato con destrezza dorotea da Giuseppe Conte. Un cumulo di contraddizioni – nulla di nuovo, in verità, da questo punto di vista... –, con un tono oscillante tra il j’accuse antipolitico e l’introspezione intimista, con una spruzzata di quella New age che ha ereditato dal sodale Gianroberto Casaleggio. La cui scomparsa ha impattato drammaticamente, oltre che umanamente, sulla leadership e la capacità progettuale di Grillo il quale, nella divisione dei compiti interna all’allora partito bipersonale era il braccio e il megafono delle visioni elaborate dal socio. Eccolo, così, scagliarsi anche adesso contro «la politica che continua a recitare», ricolma di «zombie che si trascinano con la scorta tra i palazzi», mentre gli attacchi alla giustizia, dopo la condanna del figlio, confermano il qualunquismo di chi vuole una magistratura “à la carte”, con le inchieste da applaudire quando coinvolgono gli avversari e gli anatemi sdegnati e il vaffa di ritorno allorché entrano, letteralmente, nel cortile di casa.

Il silenzio evocato come «la forma più elevata di presenza» da parte dell’ex istrione che da comiziante urlava davanti a piazze piene, prontissime nel passato a tramutarsi in urne altrettanto piene, appare un malcelato sintomo di risentimento. E la dichiarazione secondo cui «il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo» suona come un incrocio fra un «memento existo» da celebrità in disarmo e il suo solito superomismo. Il (malinconico e vaneggiante) «bozzolo dalle dimensioni infinite» da cui pontifica non contiene alcun programma politico-sociale, né alcuna, ancorché vaga, idea. C’è poco da fare, è la dura legge della vita che l’ex Elevato continua a rifiutare: non si può essere uomini di tutte le stagioni. E la sua, per giunta, al Paese non ha certo fatto bene.

L' anno dell'amaro risveglio

Kaja Kallas, alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell'Unione europea


Claudio Cerasa
“Meloni potrebbe diventare la leader europea di una nuova fase dell'unificazione". Il 2026 secondo Mario Monti, tra sfide aperte e qualche minaccia
Il Foglio, 2 gennaio 2026

Chiediamo a Monti se l’Europa è oggi più debole o più forte rispetto all’era pre Trump e gli chiediamo anche se la pressione americana abbia indebolito l’Unione o, paradossalmente, le abbia offerto nuove ragioni per crescere e difendere sé stessa. “La pressione americana ha stordito l’Europa. Un cosa è sentirsi chiedere di contribuire molto di più alla difesa; è nostra colpa grave non esserci preparati per tempo a questa richiesta di Trump, giustificata e prevista. Ma quel che ha annichilito l’europa è stato il resto, non prevedibile tra alleati e neppure tra paesi in normali relazioni: l’ostilità dichiarata verso la Ue, con forme di bullismo denigratorio; il maggiore rispetto e cordialità accordati alle autocrazie che alle democrazie liberali, connotato che fino a un anno fa gli Stati Uniti e l’europa condividevano; l’appello ai paesi e alle forze politiche europee vicini al movimento Maga affinché si battano contro l’integrazione europea”. Ma...?
“Allo stordimento iniziale, nella maggior parte dei leader europei sta subentrando l’indignazione. E’ un’indignazione ancora velata, perché si teme che una postura meno deferente potrebbe portare Trump a ritirare l’ombrello di sicurezza che tuttora protegge l’Ucraina e l’Europa. Ma gli scambi forse si faranno più franchi, e più duri, se negli europei si farà strada un dubbio non infondato: se il presidente Trump, il vicepresidente Vance e il segretario di stato Rubio pensano degli europei e della Ue quello che apertamente dicono, quanto è credibile, già oggi e ancor più in futuro, che gli Stati Uniti si ritengano impegnati dall’articolo 5 del Trattato della Nato a intervenire a difesa di paesi europei sottoposti a eventuali attacchi armati? Attacchi magari provenienti da potenze autocratiche che ancora di recente Washington considerava potenziali nemici, ma con le quali sembrano ora emergere maggiori affinità”. In questo senso, per Monti, “il 2025 è stato per l’Europa l’anno dell’amaro risveglio. Il 2026 dovrà essere l’anno in cui l’Europa ridefinisce il proprio posizionamento. Mantenga la Ue la speranza di un riavvicinamento con gli Stati Uniti, ma senza cedere neppure un briciolo della sovranità che si è costruita in particolare nel campo della moneta, delle regole del mercato, del digitale. Costruisca, senza ostilità verso gli Stati Uniti, un coordinamento con i molti paesi del mondo che non intendono rinunciare allo stato di diritto, alla distinzione tra interessi privati e interesse pubblico, all’apertura degli scambi internazionali, alla cooperazione multilaterale. Se qualche stato membro della Ue, preferendo una lealtà verso Putin o verso Trump (o entrambi) rispetto alla lealtà alla costruzione europea, impedisse alla Ue di promuovere tale coordinamento, lo facciano i paesi europei interessati, con il Regno Unito, il Canada, l’Australia, il Giappone, la Corea del Sud e tanti altri. L’Europa non è affatto un relitto, alla deriva in un mondo trumpiano. E’ stata, accanto agli Stati Uniti che pro tempore hanno deciso di lasciarlo, al centro di un grande sistema democratico che ha portato al mondo ottant’anni di pace e di progresso e che molti vogliono rinvigorire, non gettare alle ortiche”. Tema: che cosa significa per la nostra democrazia il fatto che, nel dibattito pubblico, dichiararsi “filoamericano” venga talvolta interpretato come una posizione di fatto filorussa? “A volte può trattarsi di un incrocio di pregiudizi. Altre volte, nell’ultimo anno, è semplicemente derivato dal fatto che in vari momenti le posizioni di Washington e quelle di Mosca sono risultate convergenti. E animate dal visibile desiderio di intensificare una entente cordiale”. Dopo tre anni e mezzo di governo Meloni, chiediamo ancora a Monti se la presidente del Consiglio è stata all’altezza delle aspettative che aveva generato, in Italia e in Europa. “A me pare che sia stata al di sopra delle aspettative, pessimistiche, che molti avevano sia in Italia che all’estero. I timori, da me non condivisi, che un governo Meloni avrebbe portato il paese a una crisi nei mercati finanziari e nei rapporti con l’Europa, non si sono dimostrati fondati. La stabilità, politica e finanziaria, è la chiave della credibilità internazionale, anche se non è certo sufficiente a garantire la crescita e il progresso del paese. Il governo Meloni ha conseguito quella stabilità. Da quando è ritornato Donald Trump, a Giorgia Meloni si è dischiuso un potenziale inatteso. Un potenziale che lei vede probabilmente sul piano simbolico nella possibilità di essere “ponte” tra Trump e l’Europa (operazione di cui non si sono visti risultati) e, sul piano sostanziale, nel porre la sua forza politica (e temo il nostro paese) in prima fila nell’assecondare i disegni del movimento Maga sull’Europa. In questo potrebbe riuscire, se la coscienza civile e storica dell’Italia paese fondatore della Ue non vi si opporrà, a cominciare dalle aule parlamentari. Quella coscienza che nel messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ridestato con imparzialità, pacatezza e forza”. 

giovedì 1 gennaio 2026

Toccata e fuga in poesia

Eugenio Montale
Bagni di Lucca (1932)
Le occasioni, 1939

Fra il tonfo dei marroni
e il gemito del torrente
che uniscono i loro suoni
esita il cuore.

Precoce inverno che borea
abbrividisce. M’affaccio
sul ciglio che scioglie l’albore
del giorno nel ghiaccio.

Marmi, rameggi -
e ad uno scrollo giù
foglie a èlice, a freccia,
nel fossato.

Passa l’ultima greggia nella nebbia
del suo fiato.


Il cuore dell'enigma

Mario Luzi

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare mosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di [tormento.
Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.
E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.
Pensieri tirati sulla corda
d'un'interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
lo intende bene lei passata da quelle dune. 

Nel corpo oscuro della metamorfosi, in Su fondamenti invisibili, Rizzoli, Milano 1971


La terra senza dolcezza d'alberi, la terra arida
che rompe sotto Siena il suo mareggiare morto
e incresta in lontananza
(inganno o verità
miraggio o evidenza -
insidia a lungo la mente
una tortura di dilemma) sperdute torri, sperdute rocche
è un luogo non posseduto dal senso, una plaga diversa
che lascia transitare i pensieri
però non li trattiene, non opera come ricordo, ma come ansia.
Inganno o verità, miraggio o evidenza -
Smarriti ne seguivano i lineamenti
con la testa rialzata sopra i quaderni
trasmettendosi oscura una domanda
e un indecifrato avvertimento i miei compagni di banco.


Inganno o verità, miraggio o evidenza -
sarebbe poi negli anni
tornata spesso la mente al suo non sciolto enigma.
E nel sangue la febbre,
nella febbre la fiamma
d'un'aspettazione incolmabile - ne sai niente?


Per correre miglior acque


Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,
o sante Muse, poi che vostro sono;
e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta
faceva tutto rider l’orïente,
velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

Purgatorio, I, 1-21

      Anna Maria Chiavacci Leonardi

Per correr...: attacco liberatorio, dove l'immagine della nave che corre leggera sulle acque  della nuova cantica già esprime la nuova condizione dell'animo, di serena fiducia (si vedano i verbi correre, alzare), di ritrovata libertà. Il primo verso, intessuto di consonanti liquide, significanti leggerezza, dà anche il timbro musicale a tutto il canto: si confrontino i più celebri tra i versi che seguiranno, 13 e 117, e in genere tutto l'ordito del linguaggio qui usato.

– miglior acque: è la nuova materia, paragonata al mar crudele dell'Inferno. La stessa metafora tornerà all'inizio del Paradiso (II 1 sgg.) accomunando, come qui, la poesia e la realtà della vita.

– alza le vele: quasi segno di confidente e sicuro viaggio.

la morta poesì: la poesia che ha cantato finora il regno dei morti, la morta gente; si veda più oltre l'aura morta (v. 17). poesì per poesia è forma usata anche in prosa, ossitona come in genere i nomi greci in antico; cfr. Calïopè al v. 9 e nota a Inf. III 94.

– resurga: quasi la poesia, trattando di costoro, fosse affranta e prostrata a terra. Ora si elevi a più alta materia, risorgendo come l'animo dell'uomo. Il verbo esprime il senso profondo di resurrezione che è proprio di tutto questo inizio, quasi una nuova nascita, che tutti gli aspetti del paesaggio, i gesti e le parole del canto significheranno.

Carlo Grabher

seguitando ecc.: accompagnando il canto di Dante con quello che Calliope fece risuonare particolarmente melodioso (con quel sòno) quando le nove figlie di Pierio, re di Tessaglia, osarono sfidare nel canto le Muse. Le figlie di Pierio, vinte, furono trasformate in Piche, animali dalla voce stridula, sgradevole; ma per Dante, che le vede a paragone con Calliope, esse sono già e senz'altro le Piche misere. Si noti il colpo che il sòno della voce di Calliope dà all'anima delle Piche quando, non appena lo ebbero udito, misurarono la loro stolta superbia e disperarono perdono.

Anna Maria Chiavacci Leonardi

Dolce color...: è questo il primo verso del racconto, la prima cosa visibile del nuovo mondo, dove si aprono gli occhi quasi a una nuova vita. E ritiene un incanto profondo, che sta tutto nella dolcezza di un colore, disteso nel verso senza verbi, senza oggetti che lo determinino, quasi nella sua pura essenza, che dice conforto, speranza, pace. Dolce è la sua qualità, la prima parola della cantica. E tale dolcezza segnerà, come vedremo, paesaggio, gesti, suoni e atti dell'animo lungo tutto questo cammino. Come aspro è l'Inferno (I 5), così il Purgatorio è dolce, mite, senza alcuna durezza. Perché tale è l'animo che si è rivolto a Dio. La grande intuizione del poeta, che trasferisce in un solo aggettivo, in un colore, la condizione interiore di colui che ha lasciato l'«inferno» per rivolgere la propria vita al divino, crea questo verso, sul quale ancora ci si sofferma dopo tanti secoli, che non hanno appannato in nulla la sua ferma limpidezza.

– orïental zaffiro: lo zaffiro è pietra preziosa di bel colore azzurro che i lapidari, o trattati sulle pietre, riferivano a quello del cielo: «puroque simillima coelo» troviamo nel De Lapidibus di Marbodo; e Benvenuto: «Nihil enim terra parit similius coelo sereno, ipso zaphiro». L'orientale, che veniva dalla Media, era il più pregiato: «ille sed optimus est quem tellus medica gignit» continua Marbodo. E nello stesso testo le proprietà attribuite allo zaffiro sembrano fortemente richiamare la specifica situazione in cui Dante ne evoca il nome: «educit carcere vinctos... et vincula tacta resolvit, placatumque Deum reddit..; ardorem refrigerat interiorem... tollit ex oculis sordes...». Tutte parole che potrebbero fare da chiosa a questo verso che, in realtà, sembra produrre gli effetti attribuiti al potere della pietra.