mercoledì 13 agosto 2025

Radere al suolo



Flavia Perina
Se la politica parla invece di agire

La Stampa, 13 agosto 2025

Tre ragazzini e un bambino di undici anni provenienti da un campo Rom, un’auto rubata, una pensionata investita e uccisa a pochi metri da casa. Momento d’oro per Matteo Salvini che può rilanciare il suo “radere al suolo”, versione 2025 dell’inno alla ruspa che dieci anni fa finì pure sulle t-shirt.

Radere al suolo i campi, chi li abita, colpevoli e innocenti, adulti e bambini, e non si capisce bene perché stando al governo le ruspe non le mandi subito e i radicali provvedimenti invocati dai suoi colleghi non siano già oggetto di decreto: espulsioni, revoca della patria potestà, demolizione delle roulotte e spostamento altrove di chi ci abita.

O meglio, si capisce se si ricordano le rivolte di Torre Maura, quando la ricollocazione di una ventina di famiglie Rom con 33 bambini diventò un caso nazionale per le barricate alzate da gruppi di estrema destra, che alla fine l’ebbero vinta. O quando gli stessi gruppi, a Casal Bruciato, misero in fuga una famiglia Rom dalla casa popolare che gli era stata regolarmente assegnata.

Nei campi no, ma nemmeno nei quartieri o nei centri di accoglienza, e allora, dove? La questione Rom rappresenta una sfida irrisolvibile se si continua a guardarla con gli occhi dell’ideologia e della propaganda così come si fa dagli anni Ottanta, da entrambe le parti. Fu all’epoca che la cultura progressista, e per prime le giunte a guida socialista del Lazio, introdussero l’idea che i campi fossero una “scelta culturale”, l’elemento centrale della tradizione nomade, e non l’esito di povertà materiale e di frettolose fughe dalle guerre.

Mentre in Germania o in Spagna si lavorava a programmi di integrazione, da noi è avvenuto l’opposto: la separazione dei Rom in nome di un abitare “altro” è stata incoraggiata da una miriade di norme locali. Siamo diventati il Paese dei campi e delle baraccopoli, e ancora adesso si stenta a dire: quegli spazi non sono romantiche riserve degli ultimi girovaghi d’Europa ma luoghi di segregazione e spesso di educazione alla violenza.

Una seria destra di governo rovescerebbe quel racconto e sceglierebbe politiche diametralmente opposte per ottenere nell’arco di una generazione o due quel che in gran parte del continente è già successo, cioè la fine degli insediamenti monoetnici e del nomadismo di necessità che sposta i Rom da un campo all’altro, sgombero dopo sgombero, per mancanza di alternative.

Qualcuno, a dire la verità, ci prova. Il ministro dell’Istruzione Valditara invita a prendere di petto la questione educativa: «Vergognoso è non fare nulla, lasciando che bambini e ragazzi crescano nel degrado, nell’illegalità, nella assenza di istruzione, nella mancanza di regole».

Scuola e integrazione come sola alternativa (la sola disponibile in una società democratica) alla delinquenza e all’abuso, praticato e subìto: come dargli torto? Eppure la voce di Valditara – e, speriamo, la sua capacità di inventarsi qualcosa per evitare che migliaia di ragazzini crescano nell’abbrutimento – ieri è rimasta isolata. Il resto del centrodestra ha preferito accodarsi al neo-ruspismo di Salvini.

Vergognoso è non fare nulla, verissimo. Ma vergognoso è anche rinunciare alla sfida politica dell’integrazione in case normali di quartieri normali – una sfida “di destra”, in questo specifico caso – per rifugiarsi nelle parole d’ordine del vecchio sovranismo d’opposizione. Radere al suolo, sgombero immediato, spianiamo tutto, sono parole di successo, che hanno portato tanti voti e in qualche caso determinato vittorie sui territori. Ma restano parole: non cambiano nulla, non risolvono nulla.

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