lunedì 5 settembre 2016

America, note di viaggio



Massimo Recalcati

Verso sera al Yosemite in California tornando da un bagno in un torrente essere sorpresi da un piccolo branco di cervi a pochi passi. La grazia imperturbabile e sconosciuta dell'animale. L'occhio aperto sulle nostre mosse. La pace della sera.
Ieri mattina corsa sul ciglio del gran Canyon . Poi verso lake Powell, le sue rocce rosse e le pietre bianche scavate dal vento. Notte in una insenatura solitaria.
Adesso partenza: direzione Denver, Colorado.
Attraverso gli spazi rocciosi e Rossi dello Utah seguendo il tracciato del Colorado River dalle montagne arriviamo ad una Denver piena di luci. Tutto il viaggio in compagnia della voce di Bob Dylan. Riscopro gli scenari della mia infanzia e i suoi eroi: ero con gli Apache già allora.
Dal South Dakota e dalle sue leggendarie terre e nomi (Little Big Horne, Crazy Horse, i grandi capi Sioux, Rapid City) arriviamo alla splendida Chicago. Elettricità tutta verticale e poesia delle sponde del lago Michigan. Otto mesi all'anno il vento gelido che dal polo passa per il Canada mette la città alla prova. Il sole dell'estate pare ogni volta una salvezza. Le sue luci viste dall'alto nella notte danno l'impressione di una vitalità che non si esaurisce mai. Stamani corsa verso l'ampio orizzonte del porto. Solo in una città così, bella e forte così, potevano vivere il divino Michael Jordan e i suoi Bulls.
Lista degli incontri irripetibili: due Chardin, uno con pesci affumicati e pentole, l'altro con pesche e bicchiere e un Canaletto infinito al Getty Museum di Los Angeles, più la riscoperta di un intensissimo Auerbach; un Pollock 1950, due grandi Kline e una straordinaria sala di Rothko al Museo di arte contemporanea di Los Angeles; tre Hopper (Gas, Bar, Maschera al cinema) a quello di Chicago. Prima di entrare (ora) al Whitney Museum di New York. Nuova location. Grande attesa.
Delusione Whitney...Niente di quello che cercavo. Puro divertimento concettuale o esibizione dell'orrido quando non minimalismo più o meno ornamentale. Una sola opera di Giovanni Frangi o di Alessandro Papetti vale più della metà delle opere esposte! Salvare la pittura dalla perversione incombente. Domani di corsa al Moma per la terza volta! Bisogno di ossigeno!
Stiamo rientrando in Italia. Mi chiedo perché amo così profondamente New York. La stessa paradossale sensazione che mi suscita il Budir islandese. Perché vorrei restarci per sempre.