giovedì 10 settembre 2015

Caporetto nella previsione di un tenente colonnello ubriaco

Richiamando alcune date si capisce meglio il valore del brano che segue. Il libro è stato scritto fra il 1936 e il 1937. I fatti narrati qui sotto risalgono al 5 giugno 1916. Lo sfondamento delle linee italiane a Caporetto si verificò più di un anno dopo, il 24 ottobre 1917. Ora il meccanismo dello sfondamento fu quello in precedenza descritto dal tenente colonnello Abbati a Lussu. L'attacco austro-tedesco si sviluppò a valle incontrando pochi ostacoli e giungendo in non più di dieci ore a spezzare in due l'intero schieramento difensivo italiano.  
 
la ritirata
Emilio Lussu 
Un anno sull'Altipiano (1938)
terzo capitolo 

Sui margini dell’Altipiano, a mille metri, v’era il piú
grande disordine. Noi vi eravamo arrivati, il 5 giugno, per
la Val Frenzela, partendo da Valstagna, con le misure di 
sicurezza d’avanguardia, perché non era chiaro dove
fossero i nostri e dove gli austriaci. Il reggimento si schierò
fra le pendici di Stoccaredo e la strada Gallio-Foza, e il mio 
battaglione prese posizione al Buso, minuscolo villaggio che 
sbarra lo sbocco di Val Frenzela.
[...] Il comandante del battaglione mi mandò, con un plotone, 
verso Stoccaredo. Avevo il compito di prendere collegamento 
con qualche reparto del nostro esercito che doveva trovarsi lassú, 
e assumere informazioni sul nemico.
[...] Il sole era già tramontato quando caddi, a nord di
Stoccaredo, su un battaglione del 301 fanteria. Lo comandava 
un tenente colonnello, sulla cinquantina, che trovai all’aperto, 
seduto ad un tavolino improvvisato con rami d’albero, una 
bottiglia di cognac in mano. Egli mi accolse molto gentilmente 
e mi offrí un bicchierino di cognac.
Molte grazie, – dissi, – non bevo liquori.
Non beve liquori? – mi chiese, preoccupato, il tenente 
colonnello. Tirò dal taschino della giubba un taccuino e 
scrisse: «Conosciuto tenente astemio in liquori. 5 giugno 
1916». Si fece ripetere il mio nome, che io gli avevo già detto 
presentandomi, e lo aggiunse alla nota. Per non perdere 
tempo io gli dissi subito la ragione di servizio che mi aveva 
spinto fino a lui. Ma egli, prima di rispondermi, volle conoscere
qualche dettaglio sulla mia vita e sui miei studi. Cosí, seppe che 
ero ufficiale di complemento, uscito dall’università allo scoppio 
della guerra.
Ma era sempre la questione dei liquori che lo colpiva
maggiormente.
Appartiene lei forse a qualche setta religiosa? – mi
chiese.
No, – risposi io ridendo. – E perché mai?
Strano, eccezionalmente strano. E vino, ne beve?
Un po', a tavola, cosí, un po' durante il pasto. Io 
ripetei le domande sulle posizioni nemiche e sui nostri. 
Ma egli non aveva fretta. Bevette ancora un bicchierino, 
e mi accompagnò, con passo lento, ad un osservatorio 
distante una cinquantina di metri, tenendo sempre in
mano la bottiglia e il bicchierino. Per distrazione, certo,
perché, all’osservatorio, egli non bevette mai.
Dall’osservatorio, si aveva ancora un panorama chiaro, 
illuminato dagli ultimi riflessi del sole. In fondo, a
nord, a una trentina di chilometri in linea d’aria, Cima
XII. Di fronte, la catena di monti culminante a Monte
Zebio, le Creste di Gallio, e, elevato su tutti, piú a destra, 
Monte Fior. Fra noi e quelle cime, la conca d’Asiago: 
piú in basso, proprio sotto di noi, la piú piccola conca 
di Ronchi.
Dove sono gli austriaci? – chiesi.
Ah, questo non lo so. Questo non lo sa nessuno. Sono 
di fronte a noi. Potrebbero, da un momento all’altro, 
essere anche alle nostre spalle. Ciò dipende dalle 
circostanze. Quello che è certo è che essi sono 
dappertutto e che, oltre al mio battaglione, non vi 
sono truppe italiane.
Io chiesi schiarimenti sulla posizione del monte piú
alto, che egli mi aveva detto essere Monte Fior.
Là vi sono i nostri. Questo è certo. Gli austriaci non
vi sono ancora arrivati. Il monte è alto duemila metri. 
È perciò che i nostri comandi lo chiamano la «Chiave
dell’Altipiano».
Il tenente colonnello mi indicava le posizioni con la bottiglia. 
Frequentemente, avvicinava la bottiglia al bicchierino come
se volesse riempirlo, ma, ogni volta, arrestava a tempo la 
bottiglia, e il bicchierino rimase sempre vuoto.
Su quella «chiave», i comandi, per non perderla,
hanno ammassato una ventina di battaglioni, mentre
qui, alla porta, tutti compresi, non siamo che quattro
gatti. L’idea è sbagliata di sana pianta. Ma è scritto nei
testi che, tenendo la vetta d’una montagna, si possa 
impedire al nemico di passare per la vallata sottostante.
Vede, laggíú, lo sbocco di Val Frenzela, sotto di noi?
Fra lo sbocco e Monte Fior, vi saranno, in linea d’aria,
non meno di quattro o cinque chilometri. Se gli austriaci
forzano lo sbocco, la « porta», vi possono infilare tutta
un’armata, senza avere un ferito, mentre la «chiave» 
resta appesa al muro. Lei non beve, eh? Lei non beve!
A me pare che, se noi abbiamo, lassú, venti battaglioni, 
qui, gli austriaci non possono passare.
E come lo impediscono i nostri venti battaglioni, da lassú?
       Con l’artiglieria? Ma non ve ne abbiamo un solo pezzo e
        non ve ne potrà essere uno solo, ché mancano le strade.
       Con le mitragliatrici e i fucili? Armi inutili, a tanta distanza.
       E allora? Allora, niente. Perché, se noi siamo degli imbecilli,
       non è detto che di fronte a noi vi siano comandi più intelligenti.
       L’arte della guerra è la stessa per tutti. Vedrà che gli austriaci
       attaccheranno Monte Fior, con quaranta battaglioni, e inutilmente.
       E siamo pari. Questa è l’arte militare.

°°°
Nel testo di Lussu il tenente colonnello poi colonnello Abbati ricompare ancora nei capitoli VII e XXX (l'ultimo).   

L'autenticità dell'episodio è messa in discussione con argomenti persuasivi da P. Pozzato e G. Nicolli in 1916-1917. Mito e antimito. Un anno sull'altipiano con Emilio Lussu e la Brigata Sassari, Ghedina&Tassotti editori, Bassano del Grappa 1991. Non è chiaro intanto chi sia in realtà il comandante del battaglione e dove avvenga esattamente l'incontro. Le obiezioni più rilevanti riguardano poi il contenuto del dialogo. Ecco quanto scrivono tra l'altro Pozzato e Nicolli commentando il passo su Monte Fior e la chiave:
Il tono della narrazione si fa qui iperbolico, almeno per quanto concerne i dati riportati: dall'altezza (che supera di poco i 1800 metri) al numero dei battaglioni impiegati (che, sulla base delle varie relazioni non sempre concordi, non poteva superare alla data indicata il numero di 6, se pur lo raggiungeva) o fossero dislocate sull'Altipiano diverse batterie di grossi calibri. La stessa situazione tattica risulta in realtà esattamente opposta a quella descritta dal tenente colonnello di Lussu. Mentre sul nodo del Fior, la "chiave", si trovavano pochi battaglioni alpini, sul fondo della Val Frenzela si trovava l'intera 25ª Divisione. 
Alla fin fine, secondo i due autori, le osservazioni di questo comandante di battaglione, pur plausibili nella cornice data loro da Lussu, sembrano risentire della riflessione successiva sugli avvenimenti, piuttosto che riportare fedelmente il ricordo di una conversazione avvenuta il 5 giugno 1916.