domenica 5 luglio 2015

#?# Qui e ora

Markus Gabriel
Il mito della caverna e le nostre paure
Corriere della Sera, 5 luglio 2015



Lucio Fontana, Hic et nunc


... Qui e ora si può “partorire una stella danzante” (Nietzsche), più tardi non più. Per comprendere questo, abbiamo bisogno della giusta ontologia, della corretta risposta alla domanda intorno a cosa significa propriamente “esistenza”. Per questo ho disegnato la seguente immagine #?#, un’immagine a cui ho dato il nome teorico di “ontologia del campo di senso”: ogni situazione, anche la lettura di queste parole, è caratterizzata da regole che la demarcano come tale. Qui non si tratta, ad esempio, di balene o della soluzione di un problema matematico. E nemmeno potete al momento ordinare una pizza, semmai più tardi, quando sarete in un’altra scena. Il punto è che le differenti scene, che io chiamo “campi di senso”, non sono parte di un unico gigantesco film o dipinto. Esse sono connesse nella nostra vita, ma non in sé. Non vi è alcuna realtà unica che sta sotto a tutto ciò che avviene. Ci sono solo molteplici eventi, ma non l’evento. E questi sono tutti reali. Molte cose accadono ed esistono, ma non c’è l’essere. C’è molto di reale, ma non la realtà. Queste sono le buone nuove, il vangelo della realtà della gioia, La grande bellezza. Poiché verranno, però, anche cattive notizie, chiudiamo questa nostra piccola ode antimetafisica alla gioia con una battuta. Un uomo va dal dottore. Il dottore gli dice: “Ho per lei una buona e una cattiva notizia! La cattiva notizia è che lei morirà entro un mese.” “E quale sarebbe la buona notizia?” chiede dunque l’uomo. “Be’,” risponde il medico, “la buona notizia è che ieri sono andato a letto con la più bella infermiera di Milano!”







































Marco Belpoliti
Il tempo delle crisi permanenti
La Stampa, 5 luglio 2015






... Dopo la caduta del Muro di Berlino, il filosofo Emmanuel Lévinas ebbe a dire che l’idea di emancipazione era priva dei suoi tradizionali riferimenti messianici. Emanciparci da cosa? Il nostro appare come un continuo movimento senza forma e senza scopo. Myriam Revault D’Allones cita una celebre frase di Rousseau tratta dell’Emilio: «Ci avviciniamo a un’età di crisi, al secolo delle rivoluzioni». Era il 1782, e stava davvero per accadere, ma oggi che ogni idea di rivoluzione, intesa come cambiamento profondo, è caduta, come pensare la crisi? La filosofa francese sottolinea come l’idea di crisi sia strettamente collegata all’idea di tempo, dal momento che è, come nel suo etimo greco, il tempo del passaggio. La logica della accelerazione ha investito la società contemporanea alterando l’idea tradizionale di tempo. Tre sono i campi in cui questo cambiamento temporale si manifesta, come ha mostrato Paul Virilio: l’accelerazione tecnica, quella dei ritmi di vita e quella dei cambiamenti sociali e culturali. Grazie alle nuove tecnologie miriamo tutti a guadagnare tempo, ma questo continua a mancarci; il progresso tecnico non ci concede più tempo per i nostri piaceri, e ci occupa massicciamente; i ritmi della vita sono diventati quasi infernali per chi vive in una moderna città occidentale, mentre la noia sembra la cosa più temuta da tutti; fare progetti a lungo termine è quasi impossibile sia per gli individui che per le stesse aziende ed entità economiche. Hartmut Rosa in un recente libro, «Accelerazione e alienazione» (Einaudi), usa una metafora davvero efficace per descrivere questa situazione di crisi permanente: siamo come scalatori su di un pendio che frana, dobbiamo andare sempre più veloci per restare sul posto. Il tempo accelerato è tutt’uno con uno stato di immobilità folgorante. La globalizzazione con le sue crisi locali continue manifesta questa schizofrenia tra il mondo totale e la sua costante frammentazione in piccole parti. Non a caso la depressione è diventato il mood delle nostre società, essendo l’effetto stesso di questa degradazione dell’esperienza del tempo. Viviamo in un eterno presente, il «presentismo» come viene chiamato, che è privo di aperture verso un futuro possibile. La crisi vera è perciò quella del tempo che trascina con sé, non solo quella economica – il debito come impegno del tempo futuro –, ma anche quella politica con l’impossibilità di pensare a lungo termine costretti alla rincorsa di continue modeste decisioni. Tutto è smart, e la crisi senza fine.